Per Musk fare figli è diventata un’ossessione. Vuole salvare il declino della civiltà, quella bianca. - THE VISION
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Anche il privato è politico, e qualche tempo fa il Wall Street Journal ha cercato di ricostruire il rapporto di Elon Musk con i suoi 14 figli, avuti da quattro donne diverse. Una di queste, l’influencer trumpiana Ashley St. Claire avrebbe ricevuto dall’imprenditore l’offerta – da lei rifiutata – di 15 milioni al parto e una rendita di 100mila dollari al mese per non riconoscere il figlio; mentre lei era incinta, sempre secondo il Wall Street Journal, Musk avrebbe chiesto di fargli conoscere altre donne con cui avere altri figli, con il progetto di farli vivere tutti insieme – donne e figli – in un compound ad Austin, in Texas. Quella del multimilionario amico e – fino a poco tempo fa – collaboratore di Donald Trump – il quale da parte sua è arrivato ad autodefinirsifertilization president”, in riferimento ai programmi per la procreazione assistita che ha promosso – non è solo una vita familiare dinamica, ma un progetto che suona come una missione: quella di salvare la civiltà (quella occidentale, bianca e più che benestante) mettendo al mondo il maggior numero possibile di figli, anche senza poi occuparsi troppo della loro crescita. Non è il solo: c’è una schiera di pro-natalisti terrorizzati dal declino demografico, che, strizzando l’occhio ai movimenti religiosi, vogliono salvare l’umanità procreando. Come se il nostro problema più grande al momento fosse questo.

Fare più figli possibile sembra una vera ossessione per Musk, che secondo un’inchiesta del Wall Street Journal ne avrebbe anche altri, oltre a quelli di cui sappiamo, anche comprando con lauti bonifici il silenzio delle madri. Più che desiderio di paternità, il suo sembra un obiettivo dichiarato, quello di avere una “legione romana” di figli; non una famiglia, quindi, ma un battaglione, una truppa di sfondamento con cui combattere il declino demografico, ritenuto dal magnate uno dei più grandi pericoli di oggi. Più che un ritratto bucolico di famiglia numerosa, quindi, quello che emerge è un quadretto inquietante, in cui le donne sono trattate a mo’ di incubatrici, i figli si fanno per dovere morale, e non necessariamente perché si desidera crescerli con amore e dar loro gli strumenti per diventare cittadini consapevoli ed empatici; tanto che con buona parte della sua prole lo stesso Musk sarebbe pressoché assente – limitandosi al sostentamento economico, ovviamente generoso, e lasciando gran parte della responsabilità genitoriale alle madri – un insieme di indizi che fa somigliare la sua concezione della paternità al mero conferimento del seme.

Elon Musk

Questo approccio alla famiglia è una delle grandi differenze che spaccano il movimento pro-natalista, la corrente di pensiero che ritiene, appunto, che favorire la natalità sia la chiave per salvarsi, come società, e che quindi la procreazione sia un dovere degli individui; si tratta di un pensiero tendenzialmente anti-femminista che, mentre in passato riteneva (a torto) l’emancipazione femminile una delle principali cause della denatalità, oggi punta il dito soprattutto contro aborto e affermazione dell’identità di genere. All’interno del movimento c’è, inevitabilmente, un’anima religiosa, che l’Atlantic definisce trad (tradizionalista) rimandando, non a caso, al fenomeno delle trad wife che impazzano sui social e rappresentano il soft power delle comunità religiose che giocano un ruolo importante ancora oggi nella società e nella politica americana; questa fazione si oppone alla fecondazione in vitro, mentre propugna la sacralità della vita di tutti, includendo ovviamente le persone con disabilità; dall’altro lato, c’è l’anima tech del pro-natalismo, che ha il suo quartier generale tra i ricchi della Silicon Valley, per i quali la tecnologia è la via della salvezza, compresa quella demografica, per cui le tecniche di procreazione assistita e fecondazione in vitro sono le benvenute: tutto va bene, purché permetta di fare più figli, anche non necessariamente all’interno della famiglia tradizionale; anzi, per gli appartenenti a questa fazione la tecnologia permetterebbe di far nascere bambini attentamente selezionati, con i migliori geni possibili, e non solo per quanto riguarda la salute. 

Ed è qui, infatti, che il pro-natalismo si avvicina pericolosamente all’eugenetica (e alla pseudoscienza): si ricorre, infatti, a esami medici per individuare gli embrioni con il più alto quoziente intellettivo (QI), cosa che non è nella realtà possibile; anzi, l’idea stessa di QI è oggi superata, dato che descrive solo un aspetto – prevalentemente logico-matematico – molto parziale dell’intelligenza, che peraltro non è solo ereditata, ma anche fortemente influenzata dal contesto familiare, dall’ambiente circostante e dagli stimoli ricevuti dal bambino durante la crescita. La selezione degli embrioni, per portare alla costituzione del feto non solo e non tanto quelli biologicamente più sani – come sarebbe auspicabile – ma quelli “superiori”, suggerisce (sottotraccia) che alcune persone abbiano il diritto (e dovere) di riprodursi, mentre altre no, sulla base del loro QI.

D’altronde la pseudoscienza non è nuova a Elon Musk, una persona che si è auto-diagnosticata – dato che non vuole rivolgersi agli psicologi e ai neuropsichiatri – la sindrome di Asperger, espressione anche questa ormai obsoleta, ma che nell’immaginario collettivo esprime la forma di autismo delle persone con QI più alto. Forse Musk vuole giustificare con una presunta genialità i suoi comportamenti discutibili, saluto romano compreso. In fin dei conti non è un paradigma nuovo, quello per cui giustifichiamo i peggiori comportamenti con la scusa del genio; ieri lo facevamo con gli artisti, oggi con i divi del nostro secolo: imprenditori e tecnocrati. E il quadro si fa forse ancora più inquietante se si pensa alla componente di eugenetica insita anche nella selezione degli embrioni in base al sesso. Vivian Jenna Wilson – figlia di Musk che con lui ha tagliato i ponti – infatti accusa il padre di aver fatto ricorso alla fecondazione in vitro con l’obiettivo di farla nascere maschio – pratica illegale in molti Paesi – cosa che avrebbe fatto nel caso di tutti i suoi primi cinque figli, secondo un report di Forbes di alcuni anni fa.

Vivian Jenna Wilson (a destra)

Nonostante questa spaccatura, comunque, le due fazioni – trad e tech – del pro-natalismo hanno in comune la visione ultima – quella per cui fare tanti figli, il più possibile, è l’unico modo per salvarsi – e un’appartenenza schierata a destra. Come faceva notare già qualche tempo fa il Guardian, è sottile la linea tra la genuina preoccupazione per i tassi di natalità e la teoria razzista della sostituzione etnica, secondo cui i cittadini bianchi stanno venendo sostituiti da immigrati non bianchi. Il declino demografico oggi, infatti, riguarda soprattutto Stati Uniti, Europa e buona parte del Nord globale, mentre i tassi di fertilità restano elevati in molte parti dell’Africa e la popolazione mondiale – mai numerosa quanto oggi – inizierà a calare complessivamente solo a fine secolo. Anche se i pro-natalisti non lo dicono esplicitamente, quindi, dobbiamo dedurre che la civiltà in pericolo, da difendere con la riproduzione accanita, sia quella a cui loro appartengono (e non l’umanità tutta), magari per poi farla migrare verso altri pianeti. Inoltre, considerando – per limitarci a solo un parametro, ma ci sarebbe l’imbarazzo della scelta – la nostra gestione delle risorse naturali, già così non ci basta un Pianeta Terra intero, proprio a causa del modello socio-economico e dello stile di vita iper consumista di cui sono espressione estrema proprio Musk e i suoi pari, che di difendere l’ambiente hanno smesso di preoccuparsi da un pezzo – forse perché vedono ormai nello Spazio una possibilità da colonizzare con lo stesso atteggiamento estrattivista che hanno sulla Terra – come dimostra il contributo dello stesso magnate sudafricano allo smantellamento delle politiche ambientali statunitensi. Quella pro-natalista è, poi, una posizione di privilegio per diversi aspetti, dato che oggi la scelta se fare figli e di quanti farne è determinata anche molto dallo status economico della famiglia, tanto che la differenza tra il numero di figli desiderati e quelli che ci si può permettere di avere negli USA è la più ampia da quarant’anni a questa parte e l’Italia, dal canto suo, è messa peggio rispetto alla media europea.

È certo che società che, come la nostra, si reggono a malapena su una rete di servizi pubblici e un sistema pensionistico sorretti, in modo sempre più sbilanciato, dalle tasse dei lavoratori, dovranno sempre di più affrontare problemi molto seri di fronte al calo demografico. Ma i pro-natalisti sembrano convinti che l’unico modo per salvare l’umanità sia mettere al mondo più figli possibili, ignorando, a quanto pare, il fatto che tra i maggiori problema di oggi c’è tanto il declino demografico, quanto la crisi climatica e le diseguaglianze sociali; e che, se non si affrontano seriamente questi nodi, la crescita della popolazione mondiale può solo peggiorare la situazione, per esempio quella dei flussi migratori verso Paesi già oggi incapaci di gestirli. Il collasso, d’altronde, rientra tra le prospettive di questi nuovi millenaristi. E quando dovranno decidere quale parte di umanità salvare, allora dovremo preoccuparci davvero.

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