Se aumenta il numero di persone in terapia dovremmo essere sollevati, invece gridiamo al fallimento - THE VISION
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Quando mi capita di discutere sul confronto tra il mondo di oggi, prodotto della rivoluzione digitale, e quello di ieri, sempre più spesso mi trovo in disaccordo col pensiero più o meno condiviso. Se diffusamente si ritiene che i social abbiano acuito narcisismo e culto della propria immagine, io credo invece che i social siano più che altro una lente di ingrandimento sulla tendenza a voler apparire migliori di ciò che siamo per ottenere l’approvazione degli altri. Lo stereotipo – pur estremo – dell’uomo che fa una strage familiare e che, a sentire i vicini di casa, pareva una brava persona e “salutava sempre”, è infatti molto più vecchio dell’avvento di Tik Tok e di Instagram.

Se oggi ci sembra che tutti crollino sotto il fuoco incrociato di ansia, dipendenze e malessere psicologico non è perché all’improvviso siamo tutti diventati peggiori, mentre fino a vent’anni fa si viveva nell’età dell’oro della salute mentale. Accade perché oggi di disagio psichico si parla e si può parlare senza venire per questo stigmatizzati o tacciati di pazzia; perché oggi c’è informazione sul tema e ci stiamo educando alla consapevolezza dello stato di salute della nostra mente, non solo del corpo. E perché se sentiamo che qualcosa non va invece di far finta di nulla e tirare avanti, magari con la maschera del benessere per essere socialmente accettati, ora talvolta decidiamo di prenderci cura di noi e di farci aiutare. 

Poco tempo fa ho sentito una psicologa dire che chi va in terapia, di solito, non è un “matto” perché in realtà i “matti” li ha in casa. Una considerazione che può apparire prosaica, estrema, ma efficace per smentire quel cliché secondo cui solo chi è debole, “pazzo” o “malato” fa psicoterapia. Oggi, sempre più persone, soprattutto tra i giovani, hanno invece la lucidità per capire che hanno bisogno di aiuto, e – soprattutto – che la loro salute psicologica conta molto di più di una promozione sul posto di lavoro, di un bel voto a scuola, di un aumento dello stipendio. E ciò non può che produrre benessere: la psicoterapia, se efficace, aumenta innanzitutto la consapevolezza dei propri agiti ed è anche così che si diventa persone più sane e coscienti.

I dati parlano chiaro: in quattro anni, dal 2020 al 2024, in Italia, c’è stato un aumento delle persone che hanno chiesto un supporto psicologico, dal 29% al 39%. La percentuale sarebbe ancora più ingente se non ci fosse una barriera: come ammettono molti degli intervistati, infatti, il costo elevato della psicoterapia costituisce un ostacolo alla scelta di rivolgersi a un professionista. Non ci sono dubbi sul fatto che la pandemia abbia acuito il malessere collettivo, ma la questione può essere anche vista da un’altra prospettiva: ciò che il Covid ha portato con sé – su tutti, l’isolamento da lockdown – può aver rappresentato per alcuni una, pur drammatica, occasione per fermarsi, poiché costretti a farlo, e per prendere coscienza di un disagio altrimenti ignorato.

Se prima si stava male e non si faceva nulla, per uno stigma applicato alla psicoterapia e a stereotipi che, per fortuna, oggi sono stati in parte abbattuti, o magari si cercava la soluzione al problema in malo modo – dipendenze varie che non venivano percepite come tali, coazione a ripetere di comportamenti malsani –, oggi chi sta male inizia a chiedere aiuto ai professionisti. E chiedere aiuto, guardare con coraggio le proprie fragilità per affrontarle, per migliorare la propria vita, ma anche l’impatto delle nostre azioni su chi ci circonda, è già di per sé il sintomo di un aumento della salute psicologica collettiva.

Rimpiangere un passato in cui non avevamo la percezione del nostro disagio, e di quanto si ripercuotesse malamente sulla qualità delle relazioni affettive, sul rapporto con il lavoro, i vizi o le passioni, significa crogiolarsi in uno stato di cecità che non ci fa bene. È vero che ogni epoca porta con sé le sue sfide e le sue montagne da scalare, ma è vero anche – e spesso lo ignoriamo – che farsi trovare pronti ad affrontare gli ostacoli è un obiettivo che oggi inizia a essere condiviso, e che passa soprattutto per l’ascolto di chi si è e di chi si vuole diventare.

Certo, ancora oggi facciamo confusione quando cerchiamo il modo per prenderci cura di noi stessi, e se fare informazione sul tema è una gigantesca conquista collettiva, ci sono ancora alcune barriere da abbattere. Per farlo bisogna innanzitutto avere chiaro che la salute mentale dovrebbe, in un welfare, diventare un diritto alla stregua della salute fisica. In tempi di tagli alla sanità, infatti, non dobbiamo preoccuparci solo del diritto a fare – non per forza privatamente – una lastra o una gastroscopia nei tempi giusti – aspetto comunque imprescindibile; ma dovremmo pensare anche che se avvertiamo un malessere psicologico di qualsiasi tipo dovremmo poter chiedere aiuto senza essere costretti a spendere 300 euro al mese o più. E che bisogna imparare a rivendicare parallelamente entrambi i diritti, alla salute fisica e psicologica, perché purtroppo il bonus psicologico non basta a coprire le esigenze collettive.

Va detto che ancora oggi siamo vittime di una diffusa ignoranza su cosa sia, effettivamente, la salute mentale. Mentre si prova a non affogare nell’oceano di incertezze, individuali e collettive, in cui ci ritroviamo immersi, in tanti scelgono di affidarsi a sedicenti life coach non qualificati o, peggio, a consigli social sui “dieci modi per gestire l’ansia e lo stress”. Così, accanto alle pagine di psicoterapeuti professionisti che condividono le proprie competenze certificate, proliferano anche quelle di non professionisti che forniscono consigli per ridurre i disagi, le dipendenze e stare psichicamente meglio. C’è chi fa l’errore di pensare che basti questo, appoggiarsi a questa scappatoia magari per risparmiare tempo e denaro perché determinati “strumenti” sembrano più accessibili. Ma per ovviare a questi diffusi errori di valutazione bisogna che tutti iniziamo a prendere sul serio il tema della salute mentale senza minimizzarlo: così come non potremmo mai consigliare a qualcuno che ha un forte dolore all’anca di “non pensarci” o di “fare un bel respiro e pensare positivo”, non dovremmo neanche suggerire facili e veloci soluzioni a chi, per esempio, ha attacchi di ansia o soffre di dipendenze.

Questo aspetto legato alla disinformazione tocca, purtroppo, anche il tema delle relazioni. Web e social sono invasi, infatti, da personaggi non qualificati che elargiscono consigli strategici di seduzione, spronando spesso chi ha difficoltà relazionali ad assumere comportamenti abusanti – come, per esempio, sparire all’improvviso per creare una sorta di scompenso emotivo nel partner e ottenere così la sua attenzione. Ed è solo uno degli esempi che può far capire quanto un consiglio sul tema, da parte di chi non è un terapeuta, può illudere di ottenere un buon risultato nella breve distanza ma, al contempo, innescare una spirale di rapporti disfunzionali.

È importante che, da un lato, si continui a sensibilizzare sul tema del benessere psicologico per migliorare la nostra vita e quella degli altri. D’altro canto, dobbiamo continuare ad abbattere tutti i cliché che ancora esistono, per affrontare l’argomento senza superficialità ma con la serietà necessaria. Bisogna capire che la psicologia è una scienza, non un palliativo alla stregua del consiglio di un’amica o di una qualsiasi persona empatica e che sa ascoltare.

Siamo sicuramente sulla strada giusta più di vent’anni fa: la cura per la propria salute mentale – e di riflesso per quella degli altri – va infatti messa al centro della scala delle priorità di chiunque e di qualsiasi discorso volto a costruire un vero, non presunto, welfare. Il benessere psicologico individuale dovrebbe diventare il più potente motore per un progresso autentico, risemantizzando l’idea stessa di progresso che, a oggi, risulta sterile e talvolta persino nociva. Oggi siamo ancora lontani da questo traguardo, ma sapere che aumenta il numero di persone che si curano non deve più farci gridare all’emergenza o pensare “attenzione, stiamo tutti peggio”. Dovremmo piuttosto riflettere su quanto più sani e onesti con noi stessi ci accingiamo pian piano a diventare se accettiamo di chiedere aiuto a un professionista.

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