Il popolo ucraino è prigioniero di Putin. Quello russo pure. - THE VISION

Nella cosiddetta “democratura” – termine che spesso è destinato a perdere la radice dêmos a favore del prefisso “ditta” con l’allungarsi del potere dell’autocrate – l’identità e l’essenza del popolo assoggettato inizia a fondersi con quella del suo leader anche se ne è sottomesso. E così, adesso, agli occhi di tanti, se la Russia è Putin lo sono anche i cittadini russi, le città, la vodka, per qualcuno, particolarmente confuso, lo è anche la cultura stessa – dalle opere di  Cajkovskij a quelle di Dostoevskij – tanto da risultare per questi ultimi inappropriati. Nonostante siano stati gli stessi russi a eleggere Putin – anche se sono noti probabili brogli e operazioni poco trasparenti – è però doveroso ricordare come storicamente i dittatori, per conquistare altri popoli, abbiano sempre avuto la necessità di tenere prigioniero il proprio.

Vladimir Putin

Per farlo, la prima mossa consiste nel censurare le voci critiche e ogni forma di opposizione, per poi instaurare una propaganda pervasiva necessaria a far credere che il leader stia agendo per il bene del Paese contro fantomatici nemici esterni. Ci si affida quindi a epurazioni, carcerazioni e nei peggiori dei casi a omicidi. Putin, da ex agente del KGB, è sempre stato in grado di agire nell’ombra senza arrivare mai a farsi trovare con la celeberrima pistola fumante in mano e così certi crimini sono stati insabbiati nonostante le chiare matrici su cui indagare. Pensiamo alla giornalista Anna Politkovskaja, che denunciò i crimini russi in Cecenia e criticò aspramente Putin, scrivendo tra le altre cose La Russia di Putin. Vita in una democrazia fallimentare, in cui si legge: “Stiamo precipitando in un nuovo abisso sovietico, in un vuoto di informazioni che significa morire nella nostra ignoranza. Lavorare come giornalisti è il totale servilismo nei confronti di Putin. Altrimenti, può essere la morte, il proiettile, il veleno o il processo – qualunque cosa i nostri servizi speciali, i cani da guardia di Putin – ritengano opportuno”. Il 7 ottobre del 2006 Politkovskaja fu uccisa nell’ascensore del suo palazzo a Mosca con quattro colpi di pistola, di cui uno alla testa. Lo stesso giorno avrebbe dovuto consegnare al suo editore un articolo sulle torture commesse in Cecenia dal Primo ministro Ramzan Kadyrov.

Ramzan Kadyrov

Anche l’ex agente dei servizi segreti Alexander Litvinenko criticò le azioni politiche di Putin e le operazioni in Cecenia, e il primo di novembre di quello stesso anno fu ricoverato a Londra per avvelenamento da polonio-210. Poco prima di morire, pur essendo in condizioni disperate, riuscì ad accusare Putin del suo avvelenamento, definendolo anche il mandante dell’omicidio di Anna Politkovskaja. Morirà il 26 novembre. Lo stesso anno, l’ex agente segreto russo Sergei Skripal fu accusato di alto tradimento e trovò rifugio a Londra, dove nel 2018 subì però un tentativo di avvelenamento con il gas nervino insieme alla figlia Yulia. Un’infermiera di passaggio presso la loro abitazione riuscì fortunatamente a salvarli. Il governo britannico indagò e infine considerò altamente probabile il coinvolgimento dei servizi segreti russi nel tentato omicidio. Gli uomini di Putin respinsero le accuse e anche questo caso fu archiviato.

Alexander Litvinenko ricoverato a Londra a seguito di avvelenamento da polonio-210, 2006

Un altro personaggio chiave nell’opposizione è Alexey Navalny, che come leader del partito Russia del Futuro ha più volte contestato l’operato di Putin. Nell’agosto del 2020 è stato avvelenato con il Novichok, un agente nervino, ed è stato ricoverato in gravi condizioni a Berlino. Un’indagine messa in atto da The Insider, CNN, Bellingcat e Der Spiegel ha spiegato il coinvolgimento dei servizi segreti russi nell’avvelenamento di Navalny, che dopo la guarigione è stato arrestato in Russia per il suo attivismo politico e per una faccenda legata all’appropriazione indebita di fondi dell’azienda Yves Rocher, per poi essere accusato dal governo anche di frode e oltraggio alla Corte, con la richiesta di 13 anni di carcere.

Alexei Navalny

Nel libro pubblicato prima di morire, Politkovskaja scrisse: “Tutto ciò che ci rimane è Internet, dove le informazioni sono ancora largamente disponibili”. A sedici anni dalla sua morte, però, non è più così. Negli anni Putin ha infatti limitato la libertà d’informazione anche sul web, fino ad arrivare alla decisione di questi giorni, in seguito all’invasione in Ucraina, di bloccare Facebook, Twitter e Instagram, isolando di fatto un popolo sempre più soggetto a censure in stile Corea del Nord. Il Parlamento ha inoltre approvato una nuova legge che impedisce di parlare di “guerra” e di “invasione” per quella che viene definita una “operazione militare speciale” in Ucraina – ma d’altronde anche noi chiamavamo la guerra in Afghanistan missione di pace. In Russia, a oggi, non si possono neanche menzionare le stesse vittime di guerra. Pena: quindici anni di carcere. Questo ha costretto parecchi giornalisti internazionali a lasciare il Paese per motivi di sicurezza. Anche i media tradizionali sono sotto il controllo di Putin. Tutti i canali televisivi sono infatti di proprietà dello Stato tranne NTV, che però appartiene al colosso Gazprom, che a sua volta ha una partecipazione di controllo statale. Quindi l’informazione viene veicolata e si basa sulla propaganda pro-Putin. Questo comporta un’influenza diretta sulle opinioni della popolazione che vengono plasmate intorno alla figura del leader, passando dall’idolatria a un vero e proprio culto della personalità, che Putin ha costruito sulla falsariga di Stalin e degli altri dittatori del Novecento. 

Ucraina, marzo 2022

La politica della repressione del dissenso è accompagnata poi da un’imponente cesoia sui diritti civili. Un rapporto di Amnesty International spiega come siano costantemente violati i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali, soprattutto in seguito a una modifica costituzionale che ha ridefinito il matrimonio unicamente come “unione tra un uomo e una donna”. Amnesty ha denunciato il caso dell’attivista per i diritti LGBTQIA+ Julia Cvetkova, multata con 75mila rubli per aver pubblicato dei suoi disegni a sostegno delle coppie dello stesso sesso. Vengono condannate inoltre le leggi che vietano la propaganda di “relazioni sessuali non tradizionali”, impediscono di tenere un Pride in qualsiasi città russa e di “propagandare l’idea che le relazioni gay siano uguali a quelle etero”.

Un altro errore che viene compiuto quando si parla della Russia è quello di associare il suo status di potenza mondiale – la più grande insieme a Stati Uniti a Cina – a un benessere economico. Le sue ricchezze, derivanti principalmente dal gas che viene esportato in gran parte del mondo, non vengono infatti redistribuite equamente e finiscono nelle mani degli oligarchi o nel rafforzamento dell’apparato militare. Se quindi da un lato c’è stata una crescita del potere dell’esercito russo, dall’altro vi è una palese disuguaglianza sociale e una povertà estesa a gran parte della popolazione. Escludendo la crisi economica legata alla pandemia che ha coinvolto gli Stati di tutto il mondo, e quindi risalendo al periodo pre-Covid, si nota come già a quei tempi il popolo russo si trovasse in serie difficoltà economiche. Ma tornando al periodo pre-pandemia: l’agenzia Rosstat (l’equivalente russo dell’Istat) nel 2019 delineava la situazione di povertà in tutto il Paese. Lo stipendio medio in Russia è infatti di 33.600 rubli (circa 280 euro) e le pensioni si assestano sugli 8.890 rubli (122 euro). La soglia di povertà fissata dalla Rosstat è l’equivalente dei nostri 150 euro al mese, e il 14,3% dei russi non raggiunge questa cifra. Va fatta però una conversione, ovvero la parità a potere d’acquisto per capire il reale valore della cifra paragonando due diverse valute. Questo però sposta di poco il concetto, perché secondo i dati Ocse 150 euro in Russia equivalgono a 293 euro in Italia.

Ben il il 52,9% delle famiglie russe vive al confine con la soglia di povertà, non potendosi permettere spese extra, comprese quelle sanitarie. La discrepanza sociale in un sistema oligarchico si riassume in un dato: il 3% dei russi detiene l’89% degli asset finanziari. Parliamo dunque di una nazione che non soltanto subisce limitazioni nella libertà d’informazione e nei diritti civili, ma vive in povertà relativa o assoluta, in contrasto con le ricchezze interne che vengono esportate e che non finiscono nelle politiche sociali ma in un rafforzamento di quella visione imperialista che Putin ha sempre avuto e che si sta ulteriormente palesando in queste settimane. La Russia ha infatti più di seimila testate nucleari e un arsenale bellico esorbitante, ma il suo popolo – come da un secolo a questa parte – fa la fame.

Chi in questi giorni ha provato a ribellarsi e protestare pacificamente in piazza contro la guerra in Ucraina è stato immediatamente bloccato dalla polizia. In tutto il Paese si contano migliaia gli arresti. L’invasione di Putin contribuirà a impoverire ulteriormente la popolazione russa. Le sanzioni alla Russia sono sacrosante, ma inizialmente colpiranno soprattutto le fasce più deboli della popolazione, con il rischio del default dietro l’angolo. Prima che riescano a intaccare gli oligarchi ci vorrà tempo, anche se certamente nell’immediato il sequestro dei beni avrà ripercussioni. E questo, secondo alcuni analisti, rischia di causare l’effetto contrario a quello sperato. Come si è visto in passato con altre nazioni sanzionate – come la Rodhesia, l’Iran e l’Iraq – in questi casi infatti tende a instaurarsi un processo per cui il governo locale incolpa gli Stati esteri per le sanzioni e il popolo finisce per rafforzare il legame con il proprio leader-segregatore alimentando un sentimento di nazionalismo e di avversione per gli stranieri.

Vladimir Putin

Persiste la speranza di una resistenza interna, della presa di coscienza del popolo russo di essere prigioniero di un criminale, ma finché un regime non vede il suo crepuscolo non è facile per la popolazione vessata – e ipnotizzata dalla propaganda interna – accorgersi dei danni subiti. E anche chi se ne rende conto ha giustamente paura di esporsi, conoscendo le conseguenze di eventuali dissidi. Si tratta dunque di un mix di obnubilamento e paura, lo stesso che abbiamo vissuto anche in Italia negli anni del Fascismo. Al di là di ciò che succederà in Russia, intanto dovremmo essere noi i primi a fare distinzione fra ciò che è Putin e ciò che non lo è, la popolazione russa, tra l’apparato istituzionale e la povera gente di cui parlava già Dostoevskij, costretta a subire un regime liberticida e a vivere nella povertà.

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