I giovani lavoratori italiani sono i più stressati d’Europa. La cultura del superlavoro è tossica. - THE VISION

Il lavoro dona armonia alla vita e nobilita l’uomo. Lo stesso articolo 4 della Costituzione italiana ha stabilito che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”. Non è soltanto un diritto, ma anche un dovere di solidarietà che impegna ognuno di noi nel progresso sociale ed economico del Paese. Eppure, sempre più spesso lo percepiamo come una gabbia da cui evadere, che ottenebra e spinge le persone in uno stato di insoddisfazione continua. Il motivo non è il lavoro in sé, ma l’idea del superlavoro che la società capitalista è riuscita a imporci nel corso dell’ultimo secolo.

Un esempio è quello del Giappone, dove la rivoluzione industriale si è imposta con rapidità durante la Restaurazione Meiji del 1868. A oltre centocinquant’anni di distanza, nel Paese molti lavoratori dedicano ancora alla loro occupazione più di 12 ore al giorno, riservando a familiari, affetti e svaghi il poco tempo rimanente. Uno studio del Japan’s National Center for Child Health and Development ha rivelato che circa il 36% dei padri giapponesi spende gran parte del proprio tempo fra lavoro e pendolarismo, riservando ai figli e alle faccende domestiche soltanto 10 minuti al giorno. La cultura del superlavoro è così diffusa da spingere i dipendenti a usufruire di meno della metà dei giorni di vacanze a disposizione e a lavorare anche 100-200 ore in più rispetto a quanto è previsto da contratto e imposto dalla legge. Prendersi delle ferie, ma anche soltanto uscire dall’ufficio prima del proprio capo, è percepito come segno di poca dedizione e attaccamento all’azienda. Il risultato è che, secondo le stime del Japan Times, un giapponese su cinque rischia di morire di karoshi, il decesso da superlavoro che nel solo 2019 ha provocato la morte, tra suicidi e infarti, di almeno 174 persone.  

Anche la Cina del boom economico comincia a fare i conti con le ripercussioni del troppo lavoro. Per competere con la Silicon Valley, il Paese ha infatti attuato per anni il metodo noto con lo slang di 996, che costringeva i dipendenti delle aziende a fare turni massacranti di 12 o anche 14 ore al giorno – per un totale di 72 ore settimanali. Tali condizioni lavorative sono state recentemente dichiarate illegali dalla Corte suprema cinese, ma continuano a essere molto diffuse e a provocare fenomeni di suicidi e di morti. A febbraio, il responsabile dell’Unità di Censura a Wuhan di Bilibi – nota piattaforma di video streaming – è morto per emorragia cerebrale dopo aver concluso l’ennesimo turno notturno di oltre 12 ore durante le vacanze del capodanno lunare. Alcuni giorni dopo, la stessa drammatica sorte è toccata a un ingegnere ventenne di ByteDance – società madre di TikTok – crollato nella palestra aziendale e solito fare, come ha raccontato la moglie, molte ore di lavoro straordinario. Altre morti per sospetto superlavoro hanno riguardato l’azienda Pinduoduo, il più grande e-commerce in Cina, che secondo il racconto di un ex impiegato su Weibo farebbe lavorare i dipendenti dalle 300 alle 380 ore al mese.

Nonostante anni di battaglie sindacali e scioperi nelle piazze, anche in Europa la situazione non è delle migliori. In base agli ultimi dati Eurostat – diffusi nel marzo 2022 – in Europa si lavora in media per 37 ore alla settimana: i Paesi più stacanovisti sono la Grecia (41,6 ore), la Polonia (40,8 ore), la Romania (40,2 ore) e la Bulgaria (39,9 ore), mentre l’Italia si attesta sulla media registrata. A queste ore, però, vanno aggiunte quelle di straordinario, che – come ha rivelato l’indagine di Eurofound 2022 – sono considerate ormai molto spesso una norma e non una situazione eccezionale di cui servirsi in circostanze specifiche. Molti dipendenti, terrorizzati dall’insicurezza finanziaria e dal timore del licenziamento, infatti, lavorano ben oltre l’orario stabilito per mostrarsi indispensabili o guadagnare la stima del proprio datore di lavoro. Tale meccanismo non risparmia neanche i dirigenti, che difendono lo status quo sacrificando la maggior parte del loro tempo, lavorando fino a tarda notte e mettendo da parte vita privata, famiglia, affetti, salute e piaceri.

La pandemia, inoltre, ha peggiorato la situazione. Con la diffusione dello smart working, i dipendenti sono stati spesso costretti a lavorare quasi 2 ore in più al giorno rispetto a quanto previsto dal contratto per compensare le potenziali perdite di produttività o per smentire il pregiudizio, comune a moltissimi imprenditori, che lavorando da remoto si lavori meno. Gli straordinari da casa, però, non sono stati quasi mai riconosciuti formalmente e registrati, e quindi non sono stati retribuiti. Non a caso, lo studio dell’ADP Research Institute ha notato che, rispetto al periodo pre-pandemico, nel 2021 si è registrato un aumento considerevole (+7,3%) di chi lavora senza compenso tra 6 e 10 ore alla settimana e un aumento – più contenuto ma non trascurabile – del 2% di chi afferma di lavorare gratis addirittura fra le 11 e le 15 ore a settimana. Va poi tenuto in considerazione anche il fatto che, lavorando da casa, si fa molta più fatica a disconnettersi dal lavoro e ad avere orari precisi: si tende a rendersi perennemente reperibili, e ci si sente spesso costretti a rispondere a chiamate, e-mail o call. Se dunque, da un lato, lo smart working si è rivelato una grande risorsa, dall’altro – per via del suo cattivo uso e di regolamentazioni lacunose – ha contribuito a turbare ancora di più le acque, facendo scontrare prepotentemente il tempo lavorativo con quello familiare e privato. 

La cultura del superlavoro sta avendo pesanti ripercussioni sulla salute fisica e mentale dei lavoratori. Un italiano su due dichiara infatti di soffrire di frequenti problemi di ansia e insonnia e di manifestare sintomi legati al burnout come sensazione di sfinimento, calo dell’efficienza lavorativa, aumento del distacco mentale e cinismo rispetto alla propria occupazione. La generazione maggiormente colpita è quella degli under 35: secondo una ricerca di Bain & Company, i giovani lavoratori italiani sono i più stressati in Europa e fra i più stressati al mondo dopo i giapponesi e i brasiliani. Non è un caso, perciò, che soprattutto per questa fascia d’età si stiano registrando numerose dimissioni. Nel 2021, il Ministero del Lavoro ha registrato 2 milioni di abbandoni volontari da parte dei dipendenti – un più +33% rispetto al 2020 – di cui il 43,2% dei casi è costituito da giovani.

A dispetto di ciò che si pensava, nel Ventesimo secolo le innovazioni tecnologiche e digitali non hanno alleggerito le condizioni dei dipendenti. L’abbattimento dei tempi di produzione e le preziose opportunità offerte dal lavoro agile sono andate tutte a vantaggio del datore di lavoro, che richiede una sempre maggiore flessibilità di orario ai lavoratori, soffocando la loro dimensione personale. A questa conclusione era già arrivato un secolo fa Luigi Pirandello, che nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore denunciò la perdita di personalità del lavoratore, ormai simile a un automa: “L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciaio le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse”. 

In alcuni momenti di lucidità, è la stessa classe dei lavoratori a percepire i macchinari come un avversario contro cui confrontarsi. Paul Lafargue, genero di Karl Marx, nel libello Le Droit à la paresse scrisse che “più la macchina si perfeziona e supera il lavoro dell’uomo con una sempre maggiore rapidità e perfezione, più l’operaio, invece di prolungare di altrettanto il suo riposo, raddoppia l’ardore, come se volesse competere con la macchina!”. 

Questo modello non sarà sostenibile ancora a lungo, indifferentemente dalla classe sociale di riferimento. Bisogna liberarsi dalla “strana follia” della civiltà dei consumi, descritta da Lafargue come: “l’amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie”. La soluzione, apparentemente banale, sta nella riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario. Questo porterebbe a una più equa distribuzione della ricchezza, e a un aumento dell’occupazione e della produttività, oltre a permettere ai lavoratori di dedicarsi alla propria famiglia, allo sport o ad attività che rivitalizzano l’animo, come la letteratura, la musica o la pittura. 

Bertrand Russell

Secondo Bertrand Russell, bastano quattro ore di lavoro al giorno per mantenere gli uomini felici senza compromettere il sistema produttivo. In Elogio dell’ozio, pubblicato nel 1935, ha scritto che “se nei tempi antichi l’ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti, la tecnica moderna ci consente di distribuirlo equamente tra tutti i membri della comunità”. Per il filosofo gallese, con gli innovativi metodi di produzione si può distruggere l’etica del lavoro, definita non a caso “etica degli schiavi”. Al posto di renderle l’ennesimo strumento con cui i datori di lavoro vessano i dipendenti, le nuove tecnologie hanno il potenziale per assicurare a ciascuno di noi la pratica dell’ozio, intesa come contemplazione del circostante e utile per ritrovare la propria dignità di uomini. Non a caso, Russell auspicava anche una riforma dell’istruzione, per  “Educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero”. 

Per mettere in pratica la visione del filosofo è necessario dare vita a una cultura del lavoro meno autoritaria, fondata sulla collaborazione fra titolare e impiegato, dove le tecnologie e il digitale giochino un ruolo positivo senza diventare l’ennesimo nemico da combattere o da accettare con rassegnazione. Ma soprattutto è necessario che i sindacati, accusati di essere sempre più distanti dai problemi reali dei lavoratori, si battano per le riduzioni di orario e le nuove assunzioni in un’ottica che metta al centro la qualità del lavoro e non il solo monte ore settimanale. Dobbiamo avere la prontezza e la forza di fronteggiare il culto del superlavoro prima che sia troppo tardi, per mettere al sicuro la nostra dignità di lavoratori e quella delle future generazioni. Soltanto con condizioni più umane e una decisa riduzione dell’orario lavorativo, come ha scritto  Russell, “Ci saranno felicità e gioia di vivere, invece di nervi sfilacciati, stanchezza e dispepsia”.

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