Perché se giustifichi la guerra di Putin in Ucraina devi accettare di esserne complice - THE VISION

L’invasione russa dell’Ucraina ha fatto emergere nel nostro Paese alcune ambiguità di pensiero nelle analisi politiche. La condanna unanime contro un autocrate che ha deciso di attaccare una nazione indipendente è stata in alcuni casi correlata da postille che stonano con la realtà a cui stiamo assistendo. “Sono contro tutte le guerre, ma…” è l’esordio che viene usato per collegarsi al benaltrismo, e suona un po’ come “Non sono razzista, ma…” o “Non sono omofobo, ma…”.. È stata persino rispolverata la frase “In guerra non esistono buoni e cattivi”. Invece sì, e chi non se ne accorge o si affanna a cercare motivazioni per un’aggressione pretestuosa in violazione alle leggi internazionali non si dimostra un esperto di geopolitica, ma un pressapochista che segue alcune narrazioni diventate virali sul web.

Ucraina 2022

La prima riguarda l’espansione della Nato a Est. Di solito accompagnata dall’immagine con la mappa delle nazioni Nato nel 1998 confrontata con quella attuale, viene presentata come la prova grafica di un’invasione degli Stati occidentali contro la Russia, come se la Nato le avesse conquistate militarmente o inglobate con la forza. In realtà sono gli stessi Stati un tempo parte dell’Unione sovietica e del Patto di Varsavia ad aver chiesto l’adesione. Il processo per aderirvi è lungo, occorrono diversi requisiti e possono passare anni. Per esempio Polonia, Ungheria e l’ex Cecoslovacchia hanno chiesto l’ingresso poco dopo la caduta del muro di Berlino, ma sono diventati membri della Nato soltanto nel 1999. L’Ucraina stessa chiede dal 2008 di farne parte, insieme ad altre nazioni dell’ex Unione Sovietica come la Georgia. Dopo quattordici anni non è ancora stata accettata la loro adesione.

Mikhail Gorbachev durante le consultazioni tra i membri stati del Patto di Varsavia 1986
La dissoluzione del Patto di Varsavia avvenuta nel 1991 a Budapest

Un altro argomento che viene usato per giustificare l’azione di Putin è quella di una presunta difesa dei confini russi. “Putin non vuole i missili Nato accanto al suo giardino”, è il mantra che viene ripetuto da giorni. Eppure la Nato è un patto di difesa, e trovarsi al confine con la Russia non significherebbe minare alcun equilibrio o provocare un’aggressione. Chi imbastisce certi discorsi ammette implicitamente che vorrebbe degli Stati-cuscinetto dipendenti da Mosca e privi della libertà di scegliere in autonomia relazioni e alleanze sul piano internazionale. È ironico che gran parte di questi commenti vengano dalla galassia sovranista che da anni si aggrappa al concetto di “popolo sovrano”, spesso distorcendolo in uno sciovinismo con tinte autoritarie, e adesso pretendono che l’Ucraina diventi un satellite della Russia come la Bielorussia di Lukashenko. 

Vladimir Putin e Alexander Lukashenko

La posizione più controversa è quella tenuta dall’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), che pur condannando l’azione di Putin, ha scritto in un comunicato: “L’invasione russa dell’Ucraina è l’ultimo drammatico atto di una sequenza di eventi innescata dal continuo allargamento della Nato a Est vissuto legittimamente da Mosca come una crescente minaccia”. Tralasciando il discorso già affrontato sull’allargamento della Nato, è stridente leggere quel “vissuto legittimamente da Mosca” scritto dai rappresentanti di chi ha combattuto i nazifascisti durante la seconda guerra mondiale. Putin, tra l’altro, tra le motivazioni all’attacco ha aggiunto quella di voler de-nazificare l’Ucraina. Come se certe frange estremiste – che ci sono indubbiamente – rappresentassero tutto il popolo ucraino e soprattutto giustificassero un atto di guerra. 

Vladimir Putin

Anche i sindacati si sono spaccati. Alla manifestazione Europe for peace in piazza San Giovanni a Roma, la Cisl ha scelto di non aderire e ha accusato la Cgil di neutralità. Il Landini pacifista-neutralista ha riesumato il vecchio refrain “Né con Mosca né con gli Stati Uniti”, utile forse negli anni Settanta, ma insostenibile alla luce di quanto sta accadendo in Ucraina. Il ruolo degli Stati Uniti è anche in questo caso usato come deterrente per evitare di esporsi senza alcun tipo di altra giustificazione. Il teorema usato spesso sui social è: “L’invasione di Putin va condannata, ma non dimentichiamo quelle degli Stati Uniti in Iraq, Afghanistan, ecc…”. Nessuno le dimentica, e sono state più volte condannate. Rifugiarsi in questo continuo rivangare gli eventi passati è un altro modo per sviare l’attenzione su una problematica collegandosi a un “altro”, spesso astratto o, come in questo caso, fuori tema. Ricordare le colpe degli Stati Uniti non mette sotto una luce diversa l’aggressione russa all’Ucraina e non dà alcun contributo alla discussione. Per alcuni, forse, condannare la Russia significa essere un atlantista di ferro fedele all’ortodossia di Washington. Non è così. Semplicemente non ha senso mescolare i missili russi a Cuba, la guerra nei Balcani o l’imperialismo di certa politica statunitense. È stucchevole e svilisce un discorso che dovrebbe articolarsi sulla concretezza del presente e su una condanna incondizionata ai crimini di Putin e dei suoi oligarchi.

Sarajevo 1992

Anche sulla questione dell’invio delle armi all’esercito ucraino la sinistra si è frammentata. Per Stefano Fassina di LeU “l’invio delle armi non aiuta la resistenza”. Qualunque progressista di sinistra è contro l’uso e l’esistenza stessa delle armi, così come è contro qualunque guerra. Ma gli ucraini non possono difendersi lanciando aeroplanini di carta ai russi. “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” va bene fino a un certo punto, ma non contro i Mig e i carri armati russi. Anche i nostri partigiani hanno fatto lo stesso per cacciare i nazifascisti. Per sua natura una resistenza in ambito militare è una difesa contro la guerra stessa, ma inevitabilmente va attuata con gli stessi meccanismi bellici che tutti noi deploriamo. Ed è necessaria, noi ne sappiamo qualcosa. Altrimenti oggi parleremmo tutti in tedesco.

Sembra che in questi giorni valga la retorica de “il nemico del mio nemico è mio amico”, anche se l’amico è un criminale da condannare, ma comunque ostile a chi dobbiamo combattere. Come se le sanzioni alla Russia fossero la liturgia del capitalismo e non una decisione sacrosanta per arginare l’aggressione russa. Nonché l’unica praticabile senza allargare la portata del conflitto, dato che la Nato non può permettersi di istituire una no-fly zone in Ucraina senza il rischio di un’escalation militare dalla portata continentale. È possibile quindi concepire il “né con Mosca né con gli Stati Uniti”, ma capendo il nostro ruolo nella Nato. Rivendicando una pluralità di interessi nell’Alleanza atlantica che non devono diventare una mera estensione della politica estera statunitense, ma un ombrello difensivo che tuteli le peculiarità di tutti i suoi membri, come professava Berlinguer.

Enrico Berlinguer

Se a sinistra certe storture sono figlie di distorsioni ideologiche dure a morire, altrove è in atto la propaganda per far credere che i colpevoli siano altri, e non Putin. Se persino Salvini e Meloni, dimenticando le proprie posizioni pregresse, si sono schierati con l’Ucraina, c’è chi continua sui social a parlare di Nuovo Ordine Mondiale, Deep State e tesi simili. Su tutti Gianluigi Paragone e Diego Fusaro, con il turbofilosofo diventato paladino della narrazione pro Putin. Poco dopo l’invasione dell’Ucraina ha scritto sui social, e poi in un articolo: “Dobbiamo sperare in una Russia forte e indipendente, in grado di resistere e non piegarsi”. Discorso che sarebbe stato corretto per l’Ucraina, e invece viene ribaltato in favore del suo aggressore. 

Diego Fusaro

Arrivare a comprendere i post contorti di Fusaro, secondo cui è Biden a volere una guerra e non un autocrate che la sta mettendo in atto bombardando un’intera nazione, può risultare ostico ma con qualche collegamento si arriva alla spiegazione. Fusaro un paio di anni fa è stato fotografato durante un colloquio in compagnia di esponenti della galassia filorussa. Il primo è Aleksandr Dugin, ideologo di Putin e promotore da anni di un progetto di unificazione di tutte le nazioni dell’ex Unione Sovietica. Il secondo è Gianluca Savoini, ex consigliere di Salvini per la politica estera che in passato si è occupato di rafforzare i rapporti tra Lega e il partito Russia Unita di Putin. Il sito statunitense BuzzFeed ha infatti pubblicato dei nastri in cui veniva citato il nome di Savoini per un incontro nel 2018 all’Hotel Metropol di Mosca con dei funzionari russi, confermato anche da un’inchiesta separata condotta dall’Espresso, mentre perfezionava strategie sovraniste per destabilizzare l’Unione europea e prendeva accordi per un ipotetico finanziamento di 65 milioni di euro destinato alla Lega. Le indagini sull’accaduto sono ancora in corso. Fatta questa premessa, le posizioni di Fusaro diventano subito più chiare. Così come si spiega il contorsionismo di Alessandro Di Battista che, tra un “La Russia non sta invadendo l’Ucraina” e un “È sbagliata la guerra, ma anche gli americani…”, cerca di farci dimenticare il periodo in cui  guidava le delegazioni del M5S a Mosca per presenziare ai convegni del partito di Putin.

Alessandro Di Battista

È necessario che almeno la sinistra si smarchi da certe giustificazioni forzate, riconoscendo le ragioni dell’Ucraina senza cercare per forza qualche fantasioso casus belli che in realtà è soltanto il piano criminale di Vladimir Putin e dei suoi fedelissimi, che nulla ha a che fare con la sua proclamata volontà di salvare gli abitanti del Donbass dal “genocidio”. Putin non sta bombardando l’Ucraina per salvare il Donbass, ma per conquistare militarmente e in seguito politicamente una nazione sovrana, mandando anche un messaggio chiaro a tutte le altre ex repubbliche sovietiche in rotta di avvicinamento all’Unione europea. Altrimenti non sarebbe arrivato a Kiev. Qualsiasi pseudo-giustificazione alle sue mosse entra in conflitto con l’etica che ci impone di ammettere che in alcune guerre schierarsi è una scelta obbligata. Per lo meno in questa, e chi non lo ammette è in malafede, anche quando si professa pacifista e progressista.

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