La mancanza di una regia comune tra Stati Ue contro la pandemia è stata totalmente insensata - THE VISION

Tra i vari problemi che la pandemia di Covid-19 ha causato in questi due anni, uno è la difficoltà di coordinamento tra i vari Stati membri dell’Unione europea per gestirla. Di fronte a più di un milione di morti provocati dal Covid in Ue – numeri che secondo l’Oms potrebbero arrivare a raddoppiare – è evidente come sia mancato un protocollo, una linea comune per impedire lo sviluppo drammatico degli eventi.  Le decisioni relative al sistema sanitario e ai piani di gestione di una crisi economica, sociale e di salute pubblica sono di competenza nazionale, con l’Ue che interviene con azioni di coordinamento e sostegno come integrazione alle politiche dei singoli Stati. Il sostegno, prevalentemente economico, non è mancato. Il coordinamento invece è saltato per la difficoltà nel raggiungere un’intesa comune ai 27. In pratica ognuno ha attuato diversi piani per arginare la pandemia, talvolta copiando o contrastando le scelte degli altri Stati. Molte forze politiche hanno approfittato dell’emergenza per andare contro l’Ue, salvo poi riscoprirsi europeisti al momento di ricevere i fondi del Recovery Fund. Un classico che si ripete da prima della pandemia: l’Europa è matrigna e cattiva, tranne quando invia denaro.

La mancanza di un vero e proprio protocollo sovranazionale ha comportato discrepanze all’interno di un quadro epidemiologico che non è stato lineare in Europa, ma che ha seguito tempistiche e conseguenze diverse in base alle decisioni dei governi di ogni Stato. Ciò che ha potuto fare l’Unione europea è stato ricollegarsi alla decisione 1082/2013/UE, ovvero l’atto legislativo relativo alle gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero, e all’articolo 168 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), che recita: “Gli Stati membri devono coordinare tra loro, in collegamento con la Commissione, le rispettive politiche e i rispettivi programmi nei settori interessati dall’azione dell’Unione nel campo della salute pubblica”. Tutto questo, se non in minima parte, non è avvenuto.

Con l’arrivo del Covid in Europa nel 2020 e, in seguito, con quello delle nuove varianti, non c’è stata una politica comune sulla chiusura delle frontiere. C’è chi ha impedito l’arrivo di passeggeri da alcuni Stati a rischio (la Cina all’inizio della pandemia, e più avanti Sudafrica, Brasile e altri Paesi dove la diffusione del virus è stata più preoccupante), chi ha temporeggiato e chi non ha attuato alcuna restrizione. In questo modo è stato possibile girare in tutta Europa attraverso gli scali nei Paesi senza restrizioni. Una volta diffuso il virus, le misure sono state intraprese a scaglioni, un po’ per impreparazione e un po’ per timore della reazione dell’opinione pubblica.

L’Italia è stata la prima nazione occidentale a essere colpita dal virus, e la prima a prendere decisioni riguardo le chiusure. Alcuni Stati come Francia, Spagna e Regno Unito (che all’alba della pandemia non era ancora uscito ufficialmente dall’Unione) hanno inizialmente considerato eccessive e dettate da troppo timore le misure italiane. Quindi, all’inizio, continuavano a riempire le piazze, gli stadi e a non adottare alcuna restrizione, salvo poi adeguarsi al modello Italia una volta raggiunti dall’ondata Covid. Per tale motivo il nostro Paese è stato lodato dall’Organizzazione mondiale della Sanità per la gestione della pandemia durante la prima ondata. 

Svezia, aprile 2020

​​Altre nazioni hanno invece mostrato ostilità e uno spirito di competizione forse inappropriato durante un’emergenza sanitaria globale. Mark Rutte, Primo ministro dei Paesi Bassi, ha prima affrontato la pandemia in stile Boris Johnson, seguendo l’obiettivo della immunità di gregge, poi ha dichiarato che “L’Italia deve imparare a farcela da sola”, rifiutando l’introduzione di sostegni finanziari per i Paesi più colpiti. Infine, si è arreso anche lui al lockdown, proclamato più volte in questi due anni, e al sostegno economico tra Stati membri, misura di cui hanno beneficiato anche i Paesi Bassi.

C’è chi poi, come Viktor Orbán in Ungheria, ha approfittato nella pandemia per accrescere i suoi poteri istituzionali e governare scavalcando l’autorità del Parlamento. Nella legge speciale emanata per garantirgli questa possibilità, Orbán ha inserito misure non inerenti all’emergenza sanitaria, come pene detentive per avversari politici e giornalisti o il divieto per le persone trans di rettificare il proprio nome all’anagrafe, istituendo a livello nazionale il “sesso di nascita” come unico elemento per determinare il genere delle persone. L’Ue ha risposto prima criticando il leader ungherese e poi, dopo che quest’ultimo ha emanato altre leggi anche contro la comunità LGBTQ+ – tra cui la censura di contenuti destinati ai minori colpevoli di presunta “propaganda LGBTQ+” , ha sospeso temporaneamente i 7,2 miliardi di euro del Recovery Fund destinati all’Ungheria.

Tra gli Stati membri il caso più curioso è stato però quello della Svezia. Nonostante una pandemia in corso con un bilancio di morti e contagiati molto grave, il suo governo ha inizialmente glissato sulle misure di contenimento, diventando un caso a sé stante. Dopo qualche mese, vedendo che i tassi di contagio e di mortalità erano ben più alti dei limitrofi Stati scandinavi, hanno ammesso di aver sbagliato nella risposta al Covid, e il re ha certificato senza mezzi termini il fallimento del governo.

Milano durante il lockdown, 2020

Le varianti Alfa, Delta e Omicron, causa delle recrudescenze del virus e di oltre un milione di morti nell’Unione europea, hanno reso di nuovo evidente la scarsa coordinazione tra gli Stati membri, nonostante i più accorati appelli della Commissione europea e dell’Agenzia europea del Farmaco. I decessi sarebbero stati molti di più senza l’arrivo dei vaccini e in questo caso è stata la Commissione europea a negoziare con le case farmaceutiche e a distribuire le dosi alle singole nazioni. Il processo non è stato del tutto trasparente, con diversi omissis nei documenti ufficiali, nascondendo i prezzi d’acquisto e mantenendo l’esclusività dei brevetti – impedendo quindi la produzione e distribuzione capillare anche nelle zone più povere del mondo. Ma anche in questo caso le responsabilità maggiori sono da attribuire ai singoli governi nazionali e non all’Unione.

Il problema principale riguardo i vaccini è legato all’incertezza causata da una comunicazione carente e da un mancato coordinamento nelle scelte effettuate. Quando sono state documentate le prime problematiche, seppur rarissime, del vaccino prodotto dalla casa farmaceutica Astrazeneca, ogni Stato ha agito senza ascoltare gli altri, seguendo più l’istinto e il sentimento dell’opinione pubblica che il parere dell’Ema, che garantiva la sicurezza del vaccino. Alcuni Stati hanno ritirato Astrazeneca dal pacchetto di vaccini utilizzabili per la campagna vaccinale – e in seguito anche quello della statunitense Johnson & Johnson, ovvero i vaccini a vettore virale – affidandosi unicamente a quelli a mRNA (Pfizer e Moderna); altri lo hanno limitato ad alcune fasce d’età, modificandole poi nel corso dei mesi. Questo ha creato confusione nella percezione pubblica, rallentando la campagna vaccinale, a esclusione del Regno Unito, dove Astrazeneca è stato somministrato ai cittadini contribuendo a raggiungere alte percentuali di immunizzati prima di tutti gli Stati europei.

Nel corso delle diverse ondate si sono create tensioni sociali anche perché le misure restrittive sono state diverse in ogni Stato, e usate come metro di paragone per aizzare i cittadini contro il loro governo. La curva epidemiologica non ha seguito una continuità territoriale, avendo avuto tempistiche frammentate nel tempo, e dunque ci sono stati periodi in cui alcuni Paesi erano al collasso sanitario mentre altri ne erano quasi fuori. La coesione europea non si è vista non tanto per un mancato pugno duro della Commissione o del Parlamento europeo, quanto per le manie di protagonismo di quei politici che hanno preferito agire di testa propria senza seguire una linea comune. C’è chi ha imposto un obbligo vaccinale prima degli altri, come l’Austria, chi l’ha limitato a certe fasce d’età, chi è stato più liberale, come alcuni Stati dell’Est Europa, dove le restrizioni sono state minime e i tassi di vaccinazione estremamente bassi. La conseguenza è che ancora oggi, a due anni dall’inizio della pandemia, le rilevazioni di rischio fornite dall’Unione pongono tutti gli Stati membri nella fascia rossa, la più grave.

Oltre ai danni sanitari, la pandemia ha avuto profonde ripercussioni economiche e sociali, costringendo l’Unione a sostenere finanziariamente la ripresa degli Stati membri più fiaccati dagli ultimi due anni. È nato così il Next Generation EU. Anche in questo caso è stata palese la mancanza d’intesa tra gli Stati. Nel marzo del 2020, quando ancora non si conoscevano le conseguenze del Covid, alcuni Stati (Germania, Svezia, Austria, Paesi Bassi e Danimarca) hanno rifiutato categoricamente un intervento economico congiunto a livello comunitario. La situazione si è sbloccata soltanto a maggio di quell’anno, quando il Presidente francese Emmanuel Macron e la Cancelliera tedesca Angela Merkel hanno deciso di sostenere la necessità di un intervento europeo per finanziare la ripresa degli Stati membri. Le trattative sono state serrate, con l’Italia rappresentata dall’allora ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, oggi sindaco di Roma, e dall’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Si è giunti all’accordo, nel luglio del 2020, di un fondo di 750 miliardi di euro per sostenere gli Stati membri durante la pandemia. 

Angela Merkel

In Italia il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) prevede l’utilizzo di 222 miliardi di euro, quasi tutti (191 miliardi) provenienti dal Next Generation EU. Ci sono alcuni paletti. Il 30% dei fondi stanziati dall’Ue sarà destinato al Green New Deal, ovvero il progetto europeo per la transizione verso un’economia sostenibile e con impatto ambientale zero in tutti gli Stati membri. Il resto dipenderà molto dalla lungimiranza delle classi politiche e dirigenti dei singoli Stati membri, dagli amministratori locali come i sindaci al governo e alle forze politiche che lo sostengono.

Non sappiamo con certezza quando finirà la pandemia, ma abbiamo la consapevolezza di una frattura istituzionale che l’Unione europea deve fare tutto il possibile per ricomporre. L’unico modo per ripartire sotto ogni punto di vista è quello di cambiare l’impostazione di comunità europea e unire le forze dei singoli Paesi membri. È quello che ha contraddistinto tutto il mandato come Presidente del Parlamento europeo di David Sassoli, che ha sempre ricordato a tutti i cittadini europei l’importanza della coesione, della solidarietà tra Stati e di un progetto comune che possa portarci fuori dalla pandemia con il minor numero di ricadute possibile. L’alternativa a questa visione è un’accozzaglia di Paesi soli e deboli nell’affrontare le sfide dei prossimi decenni.

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