Il 40% delle persone vuole licenziarsi entro l’anno. Il peso del burnout è sempre più evidente. - THE VISION

Tra le tante cose che la pandemia ha cambiato c’è il rapporto che le persone hanno con il lavoro. Da una parte l’ha fatto in maniera positiva, basti pensare alla possibilità di un maggiore bilanciamento tra la vita privata e quella lavorativa grazie a un uso in certi casi consapevole dello smart working. Dall’altra ha esacerbato criticità già emerse negli ultimi anni rispetto al modo del lavoro e della produzione. Non è un caso, infatti, che nonostante le difficoltà economiche che la maggior parte dei Paesi stanno attraversando – tra la recessione e l’aumento della disoccupazione – molte persone abbiano deciso di lasciare il proprio lavoro.

Negli Stati Uniti questo fenomeno è stato chiamato “Big Quit” o “Great Resignation”, ovvero la “grande dimissione”. Secondo lo U.S. Bureau of Labour Statistics, infatti, soltanto nel luglio del 2021 ben 4 milioni di cittadini statunitensi hanno lasciato il proprio lavoro, e una ricerca condotta da Microsoft su 30mila lavoratori ha rivelato che il 41% di questi sta considerando di dimettersi. I numeri sarebbero ancora più alti per gli appartenenti alla Generazione Z – quella tra i 18 e i 25 anni – dove la percentuale di persone desiderose di cambiare lavoro salirebbe al 54%. Un aumento significativo rispetto agli anni precedenti che dimostra come ci sia evidentemente qualcosa che non va nell’attuale sistema.

In un articolo uscito sull’Harvard Business Review, il consulente aziendale per le risorse umane Ian Cook riporta i risultati di un’analisi condotta su 9 milioni di lavoratori. Cercando le motivazioni per la “Great resignation”, Cook afferma che alcuni hanno deciso di posticipare a un momento più favorevole le dimissioni che avrebbero comunque dato nel 2020, andando quindi a concentrarle nella seconda parte del 2021 – quando la situazione pandemica sembrava più positiva grazie ai vaccini. Ma la cosa più importante è che probabilmente molti lavoratori abbiano semplicemente raggiunto un punto di rottura dopo mesi di carichi eccessivi di lavoro e quindi accresciuta pressione psicologica. A conferma di questo dato, Cook evidenzia come le dimissioni siano più alte in quei settori che hanno aumentato significativamente la propria domanda durante la pandemia, portando a ritmi di lavoro forsennati e al burnout dei dipendenti. La ricerca rivela infatti come ad esempio le dimissioni siano diminuite in settori come la manifattura e la finanza, mentre siano aumentate nel settore medico e dell’high-tech rispettivamente del 3,6% e del 4,5%. Questi due ambiti, infatti, sono stati i più richiesti durante la pandemia. Il settore dell’high-tech è diventato uno strumento imprescindibile per lavorare, comunicare e svagarsi durante i lunghi lockdown imposti in tutto il mondo, aumentando significativamente l’utilizzo di tutte le piattaforme digitali e il carico di lavoro delle rispettive aziende.

Per molte persone la scelta di lasciare il proprio posto di lavoro è quindi strettamente legata alle condizioni lavorative. Una ricerca condotta da Personio, che ha intervistato centinaia di HR, datori di lavoro e lavoratori nel Regno Unito e in Irlanda, rivela che le aziende che durante la pandemia non hanno avuto abbastanza cura e attenzione per i propri dipendenti rischiano ora di subire un vero e proprio esodo di personale, danneggiando il nome della compagnia e la sua produttività. Per il 23% dei lavoratori il principale motivo per dare le dimissioni è il peggioramento della bilancia tra la vita privata e quella lavorativa; un ulteriore 21% attribuisce a una cultura tossica sul posto di lavoro le ragioni per le sue dimissioni; mentre il 22 % lega questo fenomeno al congelamento delle buste paga. La ricerca mostra anche che chi gestisce le aziende e chi si occupa dei dipendenti non è ancora del tutto consapevole di questo disagio, e sottostima la salute mentale e lavorativa dei propri dipendenti. Per esempio, il 52% dei responsabili delle risorse umane afferma che la produttività nella propria azienda è aumentata, mentre soltanto il 31% dei lavoratori afferma lo stesso.

L’insostenibilità delle condizioni di lavoro anche nei Paesi economicamente più sviluppati è un fenomeno globale. In Cina, dove il repentino sviluppo economico degli ultimi decenni ha prodotto enormi divari all’interno della popolazione, si è diffusa la cosiddetta cultura del 996, ovvero lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, 6 giorni a settimana. Abitudine che solo recentemente è stata proibita dalla corte suprema cinese. Sono poi sempre di più i giovani che scappano dalle grandi città, ritirandosi in campagna per vivere una vita più serena e meno frenetica, arrivando anche a fondare vere e proprie comuni come la Southern Life Community.

Non è un caso che queste scelte riguardino soprattutto le nuove generazioni. Secondo la già citata ricerca di Microsoft, i giovani della Gen Z sul posto di lavoro fanno più fatica delle altre generazioni a essere inclusi, a portare nuove idee o banalmente a sentirsi entusiasti per le attività che stanno svolgendo. Per la Gen Z è anche più difficile bilanciare vita privata e lavorativa, e paradossalmente più giovani affermano di sentirsi più stanchi dopo una normale giornata di lavoro rispetto ai colleghi più anziani, proprio a causa di questo continuo disagio, che spesso prende le forme di ricorrenti burnout.

Uno studio condotto negli Stati Uniti da ricercatori della John Hopkins University sostiene che i giovani tra i 18-29 anni siano i più affetti da stress psicologico, con sintomi riscontrati nel 24% dei casi, mentre questa cifra scende sotto il 15% per la fascia 30-54 e sotto il 10% per chi ha più di 55 anni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il burnout è una sindrome che risulta da uno stress cronico sul posto di lavoro che non si riesce a gestire. È caratterizzato da tre dimensioni: svuotamento delle energie ed estrema spossatezza, crescente distanza mentale dal proprio lavoro, con sviluppo di sentimenti negativi e cinici, e infine una ridotta efficacia professionale. 

Il filosofo sud-coreano Byung Chul Han ne La società della stanchezza – il cui titolo originale è proprio The Burnout society,, “La società del burnout” – sostiene che i burnout crescenti sono dovuti a una società della prestazione in cui le persone sono costrette ad essere sempre più efficienti, azzerando distrazioni ed errori. In costante competizione con tutti, e in primis con sé stessi, gli individui vengono ridotti esclusivamente alla dimensione di produttori e consumatori, finendo per auto-sfruttarsi per massimizzare il proprio utile economico. Le scelte personali si riducono così al tipo di consumo di cui si può godere, mentre i meccanismi fondamentali del lavoro non cambiano. In questo modo libertà e costrizione coincidono, perché il soggetto viene intrappolato nella narrazione di una libertà esclusivamente economica, che non gli permette di trovare alternative.

La pandemia ha ulteriormente esacerbato questa tendenza. Eliminando i confini tra i vari ambiti dell’esistenza e portando le conseguenze dei luoghi di lavoro tossici fin nella propria casa, così l’ansia da prestazione è entrata con ancora più pervasività nella vita di milioni di persone. Secondo una ricerca condotta dall’Università di Standford, le compagnie con pessimi ambienti lavorativi hanno aumentato i licenziamenti e tagliato ulteriormente il supporto ai dipendenti, al contrario delle compagnie con una buona cultura del lavoro. I dati recenti dimostrano però che qualcosa sta cambiando nella coscienza collettiva. I giovani di tutto il mondo non sono più disposti ad accettare le condizioni lavorative a cui vengono sottoposti e mettono in discussione modelli di lavoro non rispettosi, fino ad arrivare a guardare con occhio sempre più critico alle logiche che reggono il sistema capitalista. Anche se in Italia manca una ricerca approfondita su questo tema, è facile riscontrare gli stessi elementi nel nostro tessuto socio-economico, dallo sfruttamento dei tirocinanti e di altre figure simili, alla mancanza di tutele, all’instaurarsi di meccanismi tossici che travalicano i confini della vita privata in nome della produttività, fino a stipendi che spesso non permettono neanche di superare la soglia di povertà relativa. Se si smettesse di accettare passivamente questo genere di situazioni si riuscirebbe a ridurre questo fenomeno, liberandosi del ricatto alla base che ne permette l’esistenza, la scarsità di posti di lavoro e la difficoltà di riuscire ad accedere in determinati ambiti, come ad esempio quelli legati alla cultura.

La pandemia ha fatto luce su molte contraddizioni della nostra società. Come spesso è stato detto, più che creare qualcosa di nuovo la crisi scaturita dal Covid ha accelerato processi già in corso. Fra questi, vi era e vi è senza dubbio uno squilibrio economico intollerabile, con una cultura del lavoro performativa che mette davanti la produzione e il profitto rispetto al benessere fisico e psicologico delle persone, incapace di comprendere che da quello stesso benessere potrebbe ottenere risultati migliori, invece di sfruttare i lavoratori come se fossero risorse usa e getta. È necessario intervenire per un lavoro più giusto, che vada incontro ai bisogni delle persone o a rimetterci non saranno più soltanto i dipendenti, ma le stesse aziende. La sfida per una crescita diversa non passa soltanto dal digitale e dalla transizione ecologica, ma anche da un modello di sviluppo che sia socialmente e umanamente sostenibile.

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