Fare la spesa è ormai proibitivo, con rincari oltre il 30%. Un altro effetto della crisi climatica. - THE VISION

La pandemia ha peggiorato le condizioni economiche di milioni di persone e fatto crescere la fame nel mondo. Si tratta dell’effetto combinato di vari fattori, tra cui l’aumento dei prezzi del cibo, dovuto a sua volta al crollo della disponibilità di manodopera e ai rallentamenti e blocchi dei trasporti. L’impennata dei prezzi degli alimentari non è una novità dell’ultimo anno e mezzo: dal 2000 si è invertita la precedente tendenza al ribasso che ha segnato quasi 40 anni di storia: dall’inizio del nuovo millennio il cibo è invece diventato sempre meno accessibile. Non si tratta tanto di singoli prodotti, quanto di un complessivo aumento dei prezzi che la pandemia ha aggravato, portando all’estremo una situazione già grave. Le cause sono anche la crisi climatica e il petrolio. 

L’aumento dei prezzi delle materie prime non solo alimentari, che sta mettendo in crisi anche altri settori, assieme a fattori geopolitici e climatici, investe tutti i segmenti delle filiere; il risultato è che i prezzi alimentari globali sono oggi quasi il 33% più alti rispetto a un anno fa. Il dato emerge dall’indice mensile della Fao, che mostra il risultato combinato delle variazioni di prezzo di diversi prodotti come olio, cereali, carne e zucchero, convertendoli in un indice. Alastair Smith – ricercatore e docente di Sviluppo globale sostenibile all’Università di Warwick – ha confrontato i risultati dell’indice Fao con l’inflazione, rilevando un aumento di oltre il 3% da luglio a oggi e notando che i prezzi globali reali sono più alti persino del 2011, quando l’aumento dei prezzi contribuì al montare delle proteste in molti Paesi dell’Africa settentrionale, alimentando il malcontento che ha portato alle cosiddette Primavere Arabe

Mai come oggi è difficile acquistare cibo sul mercato internazionale da quando è iniziata la registrazione dei prezzi nell’indice, nel 1961, con l’unica eccezione degli anni immediatamente successivi alla crisi petrolifera del 1973. Non a caso anche oggi tra i vari fattori – sia globali sia specifici per singola merce e regione – che influenzano i prezzi medi del cibo c’è l’aumento costante di quello del petrolio dall’aprile 2020, che sta colpendo in primo luogo i costi della produzione e del trasporto degli alimenti. Questo avviene perché, dopo il crollo del prezzo fino a 50 dollari al barile nel pieno della pandemia, dovuto al calo della domanda a livello industriale, i Paesi dell’Opec e altri grandi produttori hanno concordato una riduzione delle estrazioni del greggio.

Anche aumenti apparentemente contenuti in questo settore ricadono a cascata sui gradini successivi della filiera e, quindi, sul consumatore finale. Stando alla Coldiretti, su una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml i costi della produzione industriale rappresentano il 18% del prezzo finale, il costo della bottiglia il 10%, mentre il 6% spetta ai trasporti e l’8% all’ortaggio in sé e per sé. Oggi i prezzi del carburante hanno raggiunto i livelli più alti dal 2014, facendosi sentire inevitabilmente anche sulla spesa alimentare, dato che il trasporto delle merci – comprese quelle alimentari – continua a essere prevalentemente su gomma

Anche l’aumento dei costi delle materie prime a cui stiamo assistendo – non solo l’energia, necessaria per il funzionamento degli stabilimenti produttivi, ma anche dei materiali per imballaggi – peseranno presto sul carrello della spesa, sostengono i portali di settore. Inoltre, l’aumento significativo dell’olio alimentare da marzo 2020 a oggi sarebbe trainato anche dalla crescente domanda di biodiesel, che toglie spazio alle colture destinate alla cucina, oltre che dalle condizioni meteorologiche avverse. 

Proprio gli eventi climatici estremi hanno ricadute su tutti i settori alimentari. Se la pandemia ha peggiorato la situazione, infatti, gli effetti della crisi climatica si fanno sentire da anni e con sempre maggiore intensità. Di recente ha fatto scalpore il caso dello zucchero, vittima delle gelate degli scorsi mesi in Brasile che hanno danneggiato anche le coltivazioni di caffè e mais e che ne hanno ridotto la disponibilità. Ma sono i cereali come grano, orzo, mais, sorgo e riso – colture che rispondono a circa il 50% del fabbisogno nutritivo globale, cifra che può arrivare all’80% nei Paesi in via di sviluppo – i prodotti per cui la Fao indica imprevedibilità atmosferica e meteo avverso come le cause dei cali della produzione (e quindi dell’aumento dei prezzi) più frequenti negli ultimi anni. Questo espone intere popolazioni ai rischi della fame e dell’instabilità, in primo luogo nel Sud del mondo, prima vittima di questa situazione. Instabilità anche politica, perché il sistema socioeconomico e le attuali tecnologie non sono in grado di fare ancora fronte con efficacia alle conseguenze dagli eventi meteorologici estremi, in gran parte non prevedibili. Quello che, invece, possiamo prevedere è l’aumento delle temperature globali di 2°C rispetto alle medie pre-industriali. 

Il problema dei prezzi tocca anche noi in Occidente, dato che gli episodi meteorologici sempre più violenti – come il caldo e gli incendi che hanno investito il Canada questa estate e la siccità del Sud del Mediterraneo – hanno un effetto sul prezzo delle materie prime alimentari per noi più basilari, come il grano e, quindi, la pasta, che spesso è prodotta con un misto di grano europeo ed extra-europeo. Alla complessa situazione si aggiungono anche scelte politiche – come i dazi sulle esportazioni imposti dalla Russia sui cereali – che espongono i mercati nazionali e i cittadini alle vulnerabilità delle congiunture politiche, facendo lievitare i prezzi anche quando non c’è un’effettiva scarsità di materie prime. Il risultato è che a luglio il rincaro è stato di quasi il 10% per il grano duro e di oltre il 17% per il grano tenero rispetto all’anno scorso, mentre si impennano anche olio di girasole (+60% rispetto al 2020) e burro (+30%): prodotti base per la spesa settimanale, anche in Italia. 

Per alcuni questo può voler dire rinunciare alla qualità, almeno per alcune categorie di prodotto, e puntare tutto sulla convenienza, uno dei punti di forza di tanti alimenti che permettono di riempirsi lo stomaco, ma a scapito della salute delle persone e del Pianeta. Spesso, infatti, un potere di acquisto limitato costringe a ricorrere ad alimenti di qualità inferiore e provenienza non verificata, magari da filiere meno trasparenti e controllate. Un caso evidente è quello dei prodotti animali, dietro al cui basso prezzo si celano scarsi livelli di igiene, allevamenti intensivi sovraffollati e tutte le condizioni che predispongono alla resistenza agli antibiotici

Dietro i prezzi bassi si nascondono spesso prodotti scadenti, danni all’ambiente e  lavoratori sfruttati. I responsabili non sono i popoli ridotti alla fame o le famiglie che hanno a malapena i mezzi per sopravvivere dignitosamente, anche nel nostro Paese. Ma sono loro i primi a pagare le conseguenze di una pandemia che ha causato milioni di morti in tutto il mondo, di una crisi climatica che la politica non fa abbastanza per contrastare e di una dipendenza dal petrolio di cui dobbiamo liberarci al più presto. Ecco perché, per evitare l’aumento di fame e povertà, è indispensabile cambiare i sistemi alimentari e farlo in modo radicale.  Perché è radicale la trasformazione di cui abbiamo bisogno per scongiurare il collasso socio-economico: le filiere alimentari devono essere adeguate subito e rese resilienti, attraverso diversificazione delle colture, pianificazione di lungo periodo, manutenzione e cura dei terreni e difesa della biodiversità; se necessario anche recuperando pratiche considerate superate, ridando centralità e ascolto alle comunità produttive locali. Come prometteva di fare il Summit sui sistemi alimentari della Fao di New York dello scorso 23 settembre, che aveva promesso di mettere al centro piccoli agricoltori e popoli indigeni. In realtà, come denuncia Greenpeace, ha tenuto le comunità locali ai margini, mentre il centro della scena è stato occupato dal World Business Council for Sustainable Development formato da multinazionali come Danone, Nestlé e PepsiCo.. Il timore è che il Summit, nonostante le intenzioni, voglia puntare, tra le altre cose, sulle soluzioni tecnologiche e non abbia davvero intenzione di stravolgere lo status quo, come invece sarebbe necessario fare per frenare la crisi climatica, risolvendo anche il problema della fame.

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