Il 29 agosto, a Latina, una studentessa del Liceo Majorana si è tolta la vita dopo aver ricevuto la mail con l’esito negativo degli esami di riparazione. Questo, purtroppo, non è un caso isolato, e non possiamo più permetterci di ignorare ciò che succede: sono troppe le ragazze e i ragazzi che, di fronte a un fallimento scolastico – piccolo o grande che sia – finiscono per suicidarsi. Questa problematica nel nostro Paese sembra essere diventata cronica, cosa che ci obbliga a una riflessione scevra da frasi fatte e stereotipi che non solo non servono a cambiare le cose, ma rischiano di farci “familiarizzare” con una realtà inaccettabile. Di fronte a questo fenomeno, la cosa più utile da fare non è tanto mettere in discussione il sistema scolastico con le sue procedure; piuttosto, è necessario riflettere sull’intero sistema di valori che oggi trasmettiamo ai bambini e ai ragazzi, e rispetto al quale spesso sembriamo incapaci di fare un passo indietro e di metterci in discussione. Non ci rendiamo conto infatti che se i giovani arrivano a identificarsi così tanto con i propri risultati scolastici e con i voti il punto non è rivoluzionare il meccanismo delle valutazioni, ma capire che alla base di quella identificazione c’è il germe di una società che sta sprofondando. Un giovane che misura il proprio valore in base ai voti che prende a scuola, siano questi alti o bassi, rivela una struttura di personalità fragile ed estremamente dipendente dall’approvazione altrui che, prima o poi, potrebbe tradursi in malessere e comportamenti disfunzionali.

Da docente di scuola secondaria, quando sento dire che bisognerebbe eliminare i voti espressi in numeri non me la sento di oppormi in modo categorico: ai fini di una valutazione più funzionale sul piano pedagogico, un commento dettagliato e individualizzato sarebbe sicuramente più efficace e in grado di consolidare la consapevolezza dello studente in merito ai propri punti di forza, ai limiti da superare, agli stili e alle modalità di apprendimento da preferire. A lasciarmi molto perplessa, però, è che si proponga di eliminare i voti come unico espediente per ridurre l’ansia da prestazione degli studenti. Bisognerebbe piuttosto aiutare le nuove generazioni a inserirsi in un mondo in cui, piaccia o meno, le valutazioni non solo numeriche esistono e andrebbero anche accettate, perché in alcune fasi della vita saranno quotidiane. Insegnare che il mondo in cui prove e sfide, con alte possibilità di fallimento, sono all’ordine del giorno e lo saranno a lungo, è lo stesso in cui vale la pena vivere non per essere i più bravi o dimostrarsi enfant prodige, né per corroborare il proprio appagamento attraverso costanti riconoscimenti esterni del proprio “valore”.
Bisognerebbe piuttosto trasmettere loro la bellezza di un mondo in cui, a quindici o sedici anni si desidera vivere per stare con gli altri, divertirsi, innamorarsi, disobbedire e persino fallire, con l’irriverenza necessaria di chi non accetta di rientrare in certi schemi e si prende la libertà di non essere impeccabile, sempre studioso, sempre “all’altezza”. Forse la salute di un adolescente dovrebbe potersi misurare, in alcuni casi, anche dal grado di menefreghismo sovversivo rispetto a istituzioni come la famiglia e la scuola: ciò non significa che sia corretto educare le nuove generazioni a non dar peso all’impegno e alla costruzione, passo dopo passo, di un futuro solido fatto di sacrifici e di obiettivi esistenziali e professionali; non vuol dire che i giovani non vadano educati al valore del migliorarsi attraverso la fatica, ma al reagire in modo sano e responsabile alle inevitabili frustrazioni questo sì.

E lo sappiamo bene: nessun adolescente cresce bene se vive immerso nell’edonismo e nello svago più totale, ma è anche vero che la gioventù pigra e gaudente è – nonostante le fuorvianti narrazioni di alcuni adulti – quanto di più lontano dalla media degli adolescenti contemporanei possa esserci. È dunque giusto che genitori, insegnanti, educatori e figure adulte di riferimento facciano muro di fronte ad alcune forme di ribellione o di inerzia dei più giovani, così come è giusto che si venga a creare una conflittualità tra generazioni diverse, con i più grandi che propongono, e talvolta impongono, valori e regole che possono apparire indigeste e scomode a chi è nell’età dello sviluppo.
Ma quello che accade oggi è diverso: gli adulti non sono figure solide, capaci di accettare la disapprovazione dei più giovani, ma piuttosto personalità fragili e irrisolte a loro volta, incapaci di incarnare valori come la passione, il sacrificio, l’impegno e la cura per sé stessi e per gli altri, perché sono loro i primi a non crederci, a essersi venduti a quegli antivalori che tanto li ripugnano quando li vedono incarnati dagli adolescenti. Gli adulti di oggi non educano, perché sono impegnati a ricoprire i giovani di aspettative e proiezioni; li spronano a performare sempre di più, a sgomitare e competere, a far presto a trovare, loro, un riconoscimento sociale, illudendosi di riempire in questo modo il proprio vuoto interiore – che scaturisce da frustrazioni, passate e presenti, da conflitti interiori mai elaborati, dall’adesione cieca agli antivalori del capitalismo e del consumismo.

Se gli studenti di oggi reputano che, se non riescono a performare al meglio nello studio, allora non vale la pena vivere, non è solo nel sistema scolastico il tarlo, ma in una generazione di adulti che non crede che possano esistere benessere e appagamento al di fuori della prestazione, e del riconoscimento sociale che dovrebbe derivarne (e che poi nella maggior parte dei casi nemmeno arriva); una generazione che non è riuscita a maturare e che continua a pensare che l’esercizio di un potere fittizio, attraverso la dimensione più vacua o materiale dell’esistenza – fatta di voti alti, ostentazione e finzione, di posti di lavoro prestigiosi o di stipendi che possano supportare un’identità fragile – sia l’unica ragione per cui vale la pena vivere. Questo i giovani lo sentono e, quando soffrono, è perché a ragione non si riconoscono in quello che vedono, perché provano a trovare un orizzonte esistenziale più ampio, ma avrebbero bisogno di qualcuno che li accompagnasse in questa difficili scoperta.
Si ritrovano invece soli e svuotati, e ciò porta alle ripercussioni che conosciamo: chi sviluppa dipendenze di vario genere, chi manifesta il proprio malessere attraverso la violenza su se stesso o sugli altri, chi trova piacere solo nel sovvertire le regole perché non è stato educato a trovarlo nelle piccole cose quotidiane svincolate dalla performance e dai riflettori. Se educare al piacere della conoscenza può essere complicato, proprio perché la stessa conoscenza è legata in modo inscindibile al concetto di prestazione scolastica – la cui inevitabile componente ansiogena può compromettere il puro desiderio di imparare –, è anche vero che ogni adolescente dovrebbe avere una vita piena al di là della scuola, fatta di amici, primi amori, sport, passioni. Tutti questi aspetti, da soli, dovrebbero essere una motivazione sufficiente a dare valore alla propria esistenza, al di là del fatto che si superi o meno l’anno scolastico o che si abbia una buona media.

Se vengono educate e cresciute in una realtà in cui la prestazione è l’unico obiettivo da raggiungere e l’unico motivo per cui gioire, in cui l’unico desiderio accessibile è eccellere e la più grande paura è sbagliare un compito in classe o un esame a scuola, le nuove generazioni vengono private delle gioie di cui dovrebbero poter godere alla loro età. Ciò non significa né che non debbano imparare il valore dell’impegno o del sacrificio, e che debbano essere iperprotetti dai fallimenti, ma dovrebbero poter vivere semplicemente in un mondo in cui oltre la performance c’è molto altro di cui godere e, in questo, siamo noi adulti a dover predisporre loro un terreno fertile. Un terreno in cui non sia importante solo essere “bravi”, o avere un documento in mano che attesti il nostro essere capaci, impeccabili o giusti, ma piuttosto coltivare relazioni autentiche e appaganti, o passioni e interessi che potrebbero renderli motivati, soddisfatti, persino felici.