È arrivato il momento di fare i conti con gli anni di piombo

Negli anni Settanta, in Italia, diverse persone muoiono nei numerosissimi scontri violenti che avvengono durante manifestazioni e scioperi. In questo contesto, Cesare Battisti, nato nel 1954 a Cisterna di Latina, in una famiglia operaia e contadina, sceglie il suo ruolo partecipando attivamente alle attività illegali e sovversive dei Proletari armati per il comunismo. Arrestato a Milano il 26 giugno 1979 e condannato a 13 anni e 5 mesi per l’omicidio del gioielliere Pierluigi Torreggiani, ucciso nel febbraio 1979, nel 1981 evade dal carcere di Frosinone, dove stava scontando la sua pena.

Cesare Battisti e altri membri dei Pac nel carcere di Frosinone, 1981

Nel 1985 è condannato in contumacia all’ergastolo nel processo contro i Pac, sentenza confermata dalla Cassazione nel 1991. La condanna è per vari reati, tra i quali quattro omicidi – incluso quello di Torreggiani. La storia personale del delinquente Battisti rischierebbe di passare alle cronache quasi come una vita da eroe romantico – come qualcuno ha provato a dipingerlo – se non venisse calata nel contesto di un Paese che in quegli anni poteva considerarsi, senza rischiare l’iperbole, in clima di guerra civile. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, ad esempio, l’Italia rischiò di cadere ai piedi del principe Junio Valerio Borghese, un facoltoso ufficiale della marina militare che aveva organizzato con l’appoggio di gruppi di destra, di apparati militari italiani e con la compiacenza dei servizi segreti americani un colpo di Stato passato alla storia come il Golpe Borghese. In quegli anni poi il Paese fu vittima di numerose stragi di matrice terroristica ordite da gruppi estremisti di destra e sinistra: Piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano, Piazza della Loggia, l’Italicus, solo per citare quelle con il maggior numero di vittime.

Funerali delle vittime di Piazza Fontana, Milano, 1969

Il più grande shock, dal quale probabilmente la politica nostrana non si è ancora ripresa, non fu il tentato colpo di Stato ma il rapimento e l’uccisione, dopo 40 giorni di prigionia, del Presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, avvenuta in seguito del rifiuto da parte dello Stato di trattare con i brigatisti che lo avevano sequestrato. Moro in quel momento era il protagonista, insieme a Enrico Berlinguer – leader del più grande partito comunista d’occidente – del compromesso storico, la soluzione che avrebbe dovuto far cessare i continui attentati creando un accordo, una sorta di tregua politica, tra i due partiti più grandi. In un simile clima di tensione, il Parlamento italiano rispose all’attacco dei terroristi con una serie di provvedimenti poco ortodossi dal punto di vista giuridico.

Le guardie del corpo di Aldo Moro assassinate dalle Brigate Rosse, 16 marzo 1978

Il primo fu l’istituzione di carceri speciali per “i detenuti più pericolosi” con il decreto ministeriale 450 del 12 maggio 1977. L’assegnazione e il trasferimento avvenivano a totale discrezione dell’amministrazione carceraria e dipendevano dalla condotta del detenuto e in base alla natura del reato commesso. Perdipiù non c’era alcun controllo da parte del giudice di sorveglianza. Il secondo provvedimento fu la cosiddetta Legge di denuncia di locazione: approvata pochi giorni dopo il rapimento di Moro – Dl 59 convertito dalla legge n. 191 del 18 maggio 1978 –  imponeva a chiunque vendesse la proprietà di un immobile, o lo concedesse in locazione per un tempo superiore a un mese, di comunicarlo all’autorità di pubblica sicurezza. In questo modo si cercò di contrastare l’utilizzo di appartamenti in affitto come covi per il terrorismo. La terza disposizione legislativa dirompente fu la Legge Cossiga, dal nome dell’allora ministro dell’Interno. Con questa normativa, tra le altre cose, venne esteso di un terzo il periodo massimo di carcerazione preventiva a ogni fase del giudizio, la perquisizione fu permessa in casi di emergenza anche senza il mandato del magistrato competente e fu incentivato il pentitismo con importanti sconti di pena per chi collaborava con la giustizia.

Il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro all’interno del bagagliaio di una Renault4, 9 maggio 1978

Cesare Battisti venne processato proprio in base a quella legislazione speciale che, a detta di molti commentatori e operatori del diritto, ha prodotto un giro di vite sul diritto di difesa, tant’è vero che già all’epoca ci si domandò se la legge Cossiga non fosse anticostituzionale. Eppure, questo pugno di ferro di cui lo Stato si fece promotore e garante ebbe le sue incongruenze. Ciro Cirillo era l’assessore all’urbanistica e ai lavori pubblici della regione Campania, un esponente della Democrazia cristiana, e il 27 aprile 1981 venne rapito dalle Brigate rosse sotto casa sua a Torre del Greco. Il dirigente venne rilasciato 89 giorni dopo e in questo caso si instaurò una trattativa tra lo Stato e i terroristi che scatenò furiose polemiche, anche supportate dalla circostanza – mai confutata – che a fare da mediatore con i brigatisti sia stato il boss della camorra Raffaele Cutolo.

Ciro Cirillo

Intanto in Europa non regnava un clima politicamente più sereno. La Francia, dove Battisti fuggì nel 1981, è un altro tasto dolente e un personaggio ambiguo della storia che stiamo raccontando. Il presidente socialista francese durante il consiglio dei ministri del 10 novembre 1982 fece approvare una legge secondo la quale la Francia si sarebbe riservata di valutare la possibilità di non estradare cittadini autori di crimini inaccettabili nel caso di richieste avanzate da Paesi “il cui sistema giudiziario non corrisponda all’idea che Parigi ha delle libertà”. Il corpo di questa normativa è passato alla storia come dottrina Mitterrand. I governi francesi per quasi vent’anni non hanno capito, o hanno fatto finta di non capire, le dinamiche degli anni di piombo in Italia. Per molto tempo hanno agito con scaltrezza e poca trasparenza, utilizzando la carta dei “rifugiati politici” per avere il coltello dalla parte del manico nei rapporti diplomatici con i governi italiani, come scrisse tempo fa lo storico francese Marc Lazar.

François Mitterrand

Sono due i gravi errori commessi in quegli anni e prescindono dalla vita clandestina di Cesare Battisti: in primo luogo, la politica italiana non ha mai ammesso apertamente che negli anni Settanta vi sia stata una guerra civile nel nostro Paese; in secondo luogo, la sinistra di tutto il mondo ha affrontato quel periodo storico in modo non compatto e spesso incoerente, alimentando la retorica della destra internazionale che si è creata un alibi morale che dura ancora oggi. Questo genera ancora confusione nell’opinione pubblica: quello di Battisti è il caso più eclatante, ma non l’unico, di un ex terrorista fuggito all’estero. In giro per il mondo ci sono ancora circa 70 ex terroristi, rossi e neri. Grillo in Nicaragua, Zorzi in Giappone, Rosati in Francia. Qualcuno è anche tornato, come il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, tra i fondatori di Terza posizione, l’organizzazione che alla fine degli anni Settanta ha commesso reati non meno gravi e condannabili di quelli dei Pac.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nell’accogliere la notizia dell’arresto di Cesare Battisti, oltre alla soddisfazione per la cattura di un condannato, ha aggiunto di augurarsi che il conto con la giustizia venga saldato anche da “tutti i latitanti fuggiti all’estero”, un particolare delle sue dichiarazioni poco diffuso in questi giorni di isteria mediatica sul caso. Forse è arrivato il momento che l’Italia faccia i conti con il suo passato recente, quantomeno per evitare pagliacciate propagandistiche come quella che è andata in scena a Ciampino, quando l’arrivo di Battisti ha richiesto il raggruppamento di alte cariche dello Stato che in pompa magna si sono assunte meriti che evidentemente non appartengono loro. Lo stesso ministro della Giustizia Bonafede ha ammesso che la cattura del latitante non sarebbe mai avvenuta senza l’aiuto del governo brasiliano, salutando come un cambio di valori in positivo l’elezione di un presidente, Jair Bolsonaro, che da diversi fronti è accusato di xenofobia, sessismo e omofobia.

Sergio Mattarella

Infine, ci sarebbe da chiedere ai ministri Salvini e Bonafede, dato l’enorme numero di ex terroristi rifugiati all’estero di cui non si è fatta menzione, a parità di reato esistono colpevoli più biasimabili di altri? Perché la conseguenza di questo ragionamento sarebbe poco di conforto per i parenti delle vittime, vorrebbe dire che esistono anche morti ammazzati più importanti di altri.

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