Alzi la mano a chi non è capitato, almeno una volta, di chiacchierare con amici di relazioni sentimentali ormai finite e di descrivere i propri ex come persone pazze, esaurite, fuori di testa. I più sofisticati tra noi – quelli che, mentre soffrono atrocemente per amore, passano ore su Google a digitare le caratteristiche dell’ex, alla ricerca di una diagnosi dettagliata che possa magari attenuare la propria sofferenza – si lanciano in diagnosi da manuale, che vanno da “sono stato tre anni con un narcisista covert” – che sarebbe la versione timida e introversa del narcisista più facilmente individuabile – al “la mia ex era una manipolatrice bipolare”. È un comportamento diffuso, tra i più facili meccanismi di autodifesa quando ci si sente rifiutati, abbandonati, o quando si avverte il senso di fallimento per una relazione che non è andata come speravamo: individuiamo nell’altro qualcosa che “non funziona”.

Se infatti, quando soffriamo, l’immagine che abbiamo dell’ex inizia a coincidere sempre di più con quella di un individuo con una sorta di difetto di fabbrica, o con una serie di tratti che lo ascriverebbero a una categoria di disturbi della personalità o di anomalie comportamentali, possiamo illuderci di salvare noi stessi e continuare a sentirci “giusti”, impeccabili, inconfutabilmente desiderabili. Ma in fondo questo meccanismo ci sta solo illudendo di alleviare la nostra sofferenza, non ci aiuta ad acquisire davvero consapevolezza e, soprattutto, rischia di renderci sempre più diffidenti, ipervigili e intolleranti alle relazioni. Ho la sensazione che, fin quando continueremo ad analizzare le nostre relazioni, e a raccontarle, patologizzando i comportamenti dei partner e colpevolizzandoli per ciò che sono, senza mai puntare l’attenzione sul nostro ruolo in quella relazione, rischieremo di reiterare all’infinito schemi relazionali disfunzionali e non ci fideremo più di nessuno.
Ogni relazione infatti porta con sé la scoperta di tratti della nostra personalità che, a volte, nemmeno conoscevamo o che tenevamo sopiti. Talvolta il partner può fare da specchio, riflettendo nostri aspetti con cui non vogliamo o pensiamo di non dover fare i conti; in altri casi, può poi diventare uno (spesso involontario) sprone a farci “liberare” aspetti di noi stessi che avevamo controllato o represso a lungo. La relazione, il desiderio, l’erotismo sono i “luoghi” eletti in cui emergono luci e ombre di ciascuno e, al netto di comportamenti realmente disfunzionali e sbilanciati, che possono diventare un pericolo per l’incolumità delle parti in causa, dovremmo accettare che una percentuale, seppur piccola, di quella che oggi consideriamo “tossicità”, potrebbe emergere ogni volta che proviamo un’attrazione molto forte per qualcuno.

La frenesia di patologizzare i comportamenti del o della partner è ormai così automatica da farci coltivare l’idea che ogni moto di rabbia, ogni emozione o reazione negativa che provenga dall’altro, sia di per sé pericolosa e indice, da sola, di un disturbo della personalità. Ma spesso non è così: la relazione amorosa, se vissuta intensamente, dovrebbe indurci a sperimentare anche una perdita del controllo, un abbandono a un complesso di emozioni anche contraddittorie che, inevitabilmente, ci susciteranno anche reazioni forti, di rabbia o di dolore, che sfogheremo di fronte all’altro e che questi dovrebbe riuscire anche ad accogliere e contenere o, quantomeno, a non stigmatizzare subito come comportamenti folli o pericolosi. E questo dovrebbe valere per entrambi: se in una relazione c’è un partner che accoglie l’emotività dell’altro, ricevendo a sua volta rifiuto e colpevolizzazione, manca la reciprocità e potrebbe venirsi a creare uno squilibrio realmente disfunzionale.
Ma la linea di confine tra emotività intensa non patologica e quella invece patologica può essere, soprattutto agli occhi di chi non è un professionista esperto in patologie psichiche, molto sottile e difficilmente individuabile. In più, ogni volta che iniziamo una relazione ci “presentiamo” all’altro col nostro bagaglio di conflitti irrisolti, ferite o cicatrici che, reagendo con l’emotività del partner e con l’intensità del rapporto che si crea, possono effettivamente generare una situazione emotivamente troppo carica e difficile da gestire con lucidità. Gli esperti paragonano lo stato fisiologico che si sperimenta quando ci innamoriamo a quello di chi sperimenta una qualsiasi dipendenza: il nostro corpo, a contatto col partner, produce dopamina e ossitocina, sostanze che aumentano piacere e felicità e che riducono temporaneamente la nostra capacità di “leggere” lucidamente ciò che ci sta succedendo.

Quando qualcuno che è innamorato dice che si sente uno stupido o una stupida, accade non perché effettivamente quella persona abbia di per sé ridotte capacità di analisi e comprensione della realtà, ma perché l’innamoramento produce una reazione chimica nel nostro corpo che ottunde il nostro raziocinio, almeno temporaneamente. Ma questo è forse anche l’aspetto più affascinante dei sentimenti, il motivo per cui l’amore, che lo accettiamo o no, diventa il fulcro di tante delle nostre aspettative, fantasie e desideri; è se è vero che imparare a gestire le nostre pulsioni è sintomo di maturità emotiva e di capacità di prendersi cura di sé, continuare a farlo nel modo sbagliato e, soprattutto, convincersi che ogni volta che il partner “esonda” emotivamente di fronte a noi sia lui o lei a essere sbagliato, significa condannarsi a una vita di relazioni tiepide e infertili.
Entrare in relazione dovrebbe presupporre avere il coraggio di guardare l’ombra dell’altro senza giudicarla o, per lo meno, allenandosi a giudicarla il meno possibile. Accusare l’altro di comportamenti folli o disfunzionali è il modo migliore per non guardare sé stessi, per non mettersi in discussione, per non impegnarsi nell’analizzare i propri agiti nella coppia ed “educarli” e provare, insieme, a far funzionare il legame anche quando, per esempio, l’idillio dei primi tempi vacilla. O magari quando la passione è ancora ai massimi livelli ma, proprio per questo, si attivano in entrambi la paura dell’abbandono, del tradimento e di una serie di ansie che, se non diventano davvero compromettenti per l’incolumità di uno dei due, è inevitabile che affiorino. In casi come questo, esimersi dal giudicare il partner è un lavoro sempre faticoso: alcuni automatismi sono radicati in noi, e rimuoverli è un esercizio che richiede energie e sforzi quotidiani.

Ma che l’amore sia una “cosa semplice” ce lo hanno raccontato le canzoni e quelle commedie romantiche che poco o nulla hanno a che fare con la realtà, soprattutto con quella contemporanea. Se in passato era molto frequente che si rimanesse insieme per motivi pratici, anche quando sul piano sessuale, emotivo o mentale un amore era diventato ormai sterile, oggi ci stiamo indirizzando verso un’idea di relazione diversa, che scaturisce a sua volta da una concezione differente della cura di sé. Stare in una relazione dovrebbe essere oggi una scelta e un arricchimento quotidiano, ma questo ci espone al rischio di diventare così pretenziosi da idealizzare ciò che l’amore può darci davvero e metterci in fuga dalla realtà.
Allora dobbiamo innanzitutto capire cosa vogliamo e quanto, realmente, desideriamo intraprendere una relazione a lungo termine che per sua natura richiede anche fatica, e che non può essere un lungo e infinito idillio. Perché in realtà potremmo essere più predisposti verso un tipo di amore che ci suscita emozioni intense e quella sensazione di costante ebbrezza, da bombardamento di dopamina, e allora forse cercheremo più che altro relazioni fugaci, tenderemo a cambiare partner spesso e non avremo voglia di andare oltre i “primi fuochi” di una relazione. O magari siamo tra quelli che, almeno temporaneamente, hanno altre priorità e obiettivi e non sono disposti a sforzarsi per comprendere l’altra persona ed entrare in connessione con il suo grado di intensità emotiva.

Tutto è lecito purché, quando ci si trova di fronte a un fallimento amoroso, non ci si limiti solo a individuare il difetto nell’altro, “troppo sbagliato per noi così giusti”. Anche perché così alimentiamo il falso mito della normalità che, spesso, finisce per corrispondere alla repressione di qualsiasi impeto: per non apparire “pazzi” e sentirci rifiutati per questo, simuliamo una calma interiore che, proprio perché non autentica, ci spegne e ci costringe a controllare tutto. E allora sì, la pace interiore può e dovrebbe essere un obiettivo sano e condiviso, ma non può passare per la repressione delle nostre emozioni negative, perché le conseguenze in termini di salute psicofisica possono essere serie. Il processo che ci conduce alla serenità, con noi stessi e con gli altri, può essere molto lungo e, soprattutto, dovrebbe essere orientato a un’idea di benessere reale, non a indossare una maschera di “normalità” quando tutto, dentro di noi, potrebbe deflagrare da un momento all’altro.

Se non ci alleniamo a spostare il focus su ciò che sentiamo e facciamo noi, piuttosto che sul colpevolizzare l’altro e i suoi comportamenti, continueremo a vivere in una bolla di autoillusione e di immaturità emotiva, smetteremo di fidarci degli altri perché qualunque potenziale partner ci sembrerà un “pericolo”, e penseremo – come oggi sempre più persone fanno – che valga la pena soltanto investire energie e risorse in sé stessi, e mai nelle relazioni. Dovremmo invece partire da una maggiore lucidità e consapevolezza, provando a resistere alla tentazione di scaricare ogni colpa e responsabilità sui partner “brutti, pazzi e cattivi”, abusando tra l’altro di una terminologia clinica specifica e che, spesso, non siamo neanche in grado di padroneggiare – e va bene che sia così, perché gli unici abilitati a farlo sarebbero gli psicologi e gli psichiatri.