La possibilità di essere traditi dal proprio partner fa paura a tutti, sia perché per molti il tradimento costituisce una ferita all’orgoglio, per l’idea che a noi venga preferita un’altra o un altro, sia perché la promessa di amore esclusivo vacilla e ci troviamo a rimettere in discussione la nostra relazione, e con lei, spesso, tutta la nostra vita. Ma non è solo il tradimento fisico a spaventarci: abbiamo paura di affidarci a qualcuno e di essere delusi e di doverci misurare così con l’imperfezione dell’altro, che il più delle volte rispecchia la nostra. Anche per questo spesso viviamo immersi nell’ipocrisia e fatichiamo a crescere.

L’idea di “fedeltà” di matrice cattolica è profondamente radicata nella nostra cultura e nel pensiero della maggior parte di noi, anche di coloro che non praticano o non sono credenti. È un’idea di fedeltà che viviamo, talvolta, più come un concetto idealizzato e puramente teorico, piuttosto che come un qualcosa di realizzabile concretamente, e che è spesso legata al nostro bisogno di “controllare” – anzi, di illuderci di farlo – i sentimenti, le azioni e i comportamenti dell’altro. E questo aspetto tocca non solo la sfera dell’erotismo ma di qualunque rapporto interpersonale. Quella del “chi ti vuole bene, non ti tradirà mai”, purtroppo, è una menzogna che ci raccontiamo per illuderci di essere capaci di tenere sotto controllo ogni impulso quando, invece, la tendenza a tradire le aspettative altrui e ad agire il nostro egoismo a scapito degli altri – talvolta anche dei nostri cari – sembra insita nella nostra natura.
Lo psicoanalista James Hillman, nel saggio Puer aeternus, si sofferma sul tema del tradimento, subito e inflitto, come spartiacque imprescindibile nel percorso di maturazione da bambino ad adulto. Hillman apre il suo saggio citando una storiella di tradizione ebraica. “Una delle solite”, scrive, “barzellette degli ebrei sugli ebrei”, i cui protagonisti sono un padre e figlio. All’inizio della storia, il padre chiede al figlio di salire sopra il gradino più basso di una scala e di buttarsi giù, rassicurando il bambino del fatto che sarà lì a prenderlo. Poi gli chiede di salire un gradino più su e ripetere lo stesso gesto perché, anche in quel caso, egli sarà lì a impedirgli di cadere. I due procedono così per tutti i gradini della scala finché il bambino, ormai in cima e a una notevole altezza da terra, si lancia nel vuoto ma, proprio in quel momento, il padre si sposta facendolo rovinosamente cadere a terra. Quando il bambino, dolorante, chiede al padre il motivo di quel gesto, quest’ultimo gli risponde: “Hai imparato che non bisogna mai fidarsi di un ebreo”.

Nel suo saggio Hillman afferma che la storiella va oltre il suo apparente antisemitismo, poiché mette in scena una dinamica che può essere estesa a qualunque relazione padre-figlio, e poiché ci permette di confrontarci sul rapporto che come individui abbiamo col tradimento all’interno delle relazioni di fiducia, a partire da quelle con le nostre figure di riferimento adulte. Se alcuni di noi sono portati a pensare che, se qualcuno ci vuole bene, allora non ci tradirà mai, lo psicanalista statunitense ci invita a riflettere sul fatto che, anche quando amiamo qualcuno, tutti possiamo cadere nella tentazione di tradire la sua fiducia, poiché questo tipo di “debolezza” è nella nostra natura di esseri corruttibili e imperfetti. Accettare di essere potenzialmente autori di tradimento, ma anche di poterne diventare “vittime”, è una tappa importante nel processo di affrancamento dalle illusioni fanciullesche.
Pretendere che l’altro, se davvero ci vuole bene e desidera prendersi cura di noi, non compia mai un passo falso che possa farci sentire traditi ed esposti, è una pretesa della nostra parte infantile che ricerca, nell’altro, una perfezione in cui specchiarsi. “Ciò che desideriamo”, scrive Hillman, “non è solo essere contenuti nella perfezione di un altro che non ci potrà mai deludere; ciò a cui aneliamo è una situazione in cui essere protetti dalla nostra stessa tendenza al tradimento”. Ma, continua, dalla capacità di ciascuno di ammettere la possibilità di essere tradito e, a sua volta, di tradire, deriva anche la possibilità di maturare e, in un secondo momento, di guidare gli altri nel loro percorso di integrazione del senex – l’adulto/anziano che ha sperimentato l’imperfezione umana – dentro il puer; attraverso questa integrazione diventiamo individui in senso pieno in quanto imperfetti, corruttibili e, soprattutto, consapevoli della propria imperfezione e corruttibilità.

Ma, scrive ancora lo psicanalista, l’esperienza del tradimento può essere creativa e generativa solo a patto che la persona tradita non cada in certi pericoli derivanti da reazioni malsane per sé. A questo proposito, Hillman teorizza le cinque possibili reazioni al tradimento che arresterebbero il nostro percorso di maturazione, incastrandoci proprio in quella condizione di fanciullo eterno che dà il titolo al saggio. La prima è la vendetta, che, scrive Hillman “non è produttiva sul piano psicologico, perché si limita a una abreazione della tensione” e conduce solo a faide e a ossessione. Attraverso la vendetta, la persona tradita sposta la propria attenzione dall’evento del tradimento in sé alla persona che lo ha agito e alla sua Ombra. Secondo Hillman, l’effetto negativo che la vendetta ha su chi la mette in atto è il “restringimento della coscienza”: l’individuo si chiude nella propria ossessione e non rielabora ciò che gli è accaduto cogliendone i significati profondi.
La seconda possibile reazione è il meccanismo della negazione, con cui il soggetto tradito decide di negare, all’improvviso, il valore del partner traditore. “Egli scorge l’Ombra dell’altro, una vasta panoplia di demoni maligni che ovviamente prima, nella situazione di fiducia originale, non c’erano affatto”. La persona tradita reagisce in questo modo a una forte idealizzazione avvenuta in precedenza, e in questi casi è probabile che la fase relazionale precedente al tradimento sia stata vissuta con una forte componente di attaccamento infantile; secondo Hillman, prima del punto di rottura, nella relazione non era ancora entrata in scena “Eva” – la possibilità di essere tentati e cedere alla tentazione – poiché si era immersi in una fase di grossolana incoscienza nei confronti di Anima. Quando scopre il tradimento, quindi, l’individuo tradito nega di colpo tutte le proprie aspettative e speranze di un futuro relazionale appagante, per reazione al repentino e non elaborato crollo delle illusioni.

Una terza reazione, secondo Hillman più pericolosa della precedente, è il cinismo. Di fronte al tradimento, l’individuo non è in grado di cogliere il significato di questo evento come tappa per lo sviluppo della vita del sentimento e, per questo, rimane incastrato nel suo ruolo di bambino che si rifiuta di salire sul gradino più alto della scala per paura di cadere e farsi male un’altra volta. Per questo, ogni volta che il puer si sente tradito non solo dal partner, ma da una causa politica, da un’organizzazione, un amico o un superiore, decide di rimanere “piantato a terra nel mondo del cane, kynikòs, cinico”, tradendo i propri ideali e le proprie ambizioni più alte. In questo modo, ancora una volta, impedisce a sé stesso di crescere grazie al torto subito.
Il tradimento di sé è invece, secondo Hillman, forse la reazione più preoccupante. Quando la parte più sensibile e delicata della persona tradita, che aveva dato fiducia incondizionata al partner, è delusa nel profondo, ecco che la parte più materialista e portata alla semplificazione ottusa rischia di prendere il sopravvento. È così che l’amore diventa, nella percezione del tradito, inutile melassa, mentre sogni e ambizioni diventano cose ridicole da sbeffeggiare e minimizzare. Ci si ritrova, feriti, a indossare i panni proprio di colui o colei che ci hanno tradito, in un meccanismo di autoprotezione che però è solo illusorio: poiché siamo stati feriti nella nostra autenticità, scegliamo di indossare una maschera diventando ciò che non siamo e tradendo, di fatto, noi stessi e la nostra identità. Ma questo meccanismo ci ingabbia e non può che causare una profonda sofferenza.

Infine c’è la scelta paranoide, anch’essa un meccanismo autodifensivo che si traduce nell’ossessione vana di costruire la relazione perfetta e immune dal rischio di tradimento. Questa relazione si fonderà su continue rassicurazioni, prove di devozione assoluta, giuramenti di fedeltà ma il problema è che, come sottolinea lo psicanalista statunitense, una relazione che esclude a priori la possibilità del tradimento non può essere basato sulla fiducia né sull’amore ma piuttosto sul potere, e su un potere imposto dalla parola. Il motto di relazioni paranoidi è, scrive Hillman, “non dovrai mai deludermi”, ma questo assunto non può stare alla base di una autentica relazione tra persone adulte.

Hillman ci mette davanti a tutti i potenziali errori che, nel misurarci con il tradimento della nostra fiducia nelle relazioni, possiamo commettere e che ci ingabbiano in una condizione di eterno infantilismo non favorevole alla costruzione di rapporti in cui l’altro è davvero visto, e non solo idealizzato. A partire dalle considerazioni dello psicoanalista statunitense, dobbiamo ripensare i rapporti umani – non sono sentimentali – in un’ottica che ci permetta di accogliere l’altro e noi stessi in tutte le imperfezioni proprie della natura umana. Perché è solo rinunciando all’idea di incontrare finalmente qualcuno di tanto perfetto da salvarci, e regalarci l’assoluta certezza di essere immuni da tradimento e tentazioni, che eviteremo di rimanere intrappolati nell’immaturità sentimentale e potremo iniziare un percorso di crescita emotiva e affettiva.