Permettere l’aborto non è sufficiente. Per proteggere le donne bisogna decriminalizzarlo.

“Per oltre quarant’anni, l’aborto è stata l’unica procedura medica a essere considerata un crimine in Nuova Zelanda. Ma d’ora in poi, sarà trattato – come è giusto che sia – come una pura questione di salute”. Con queste parole, il ministro della Giustizia di Canberra, Andrew Little, il 18 marzo ha annunciato la più recente legislazione progressista promulgata dal governo di Jacida Ardern: la totale decriminalizzazione dell’aborto.

Con la decisione di rimuovere l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) dal proprio Codice penale, il Paese è entrato a far parte di un gruppo molto ristretto. A non punire in alcun modo le donne che vogliono interrompere la propria gravidanza sono infatti in pochissimi: giusto il Canada (dal 1988) e gran parte degli Stati dell’Australia (il più recente, nell’ottobre 2019, il New South Wales).

Molti di più sono i Paesi che invece negano alle donne il controllo sulle proprie scelte riproduttive, adottando strumenti e parametri più o meno stringenti. Sebbene negli ultimi decenni sempre più nazioni abbiano allentato la stretta, concedendo alle donne la scelta almeno in determinati casi (spesso lo stupro, l’incesto o l’immediato pericolo fisico dettato dalla gravidanza), in diversi Stati – come il Madagascar, l’Iraq, l’Angola, la Repubblica Dominicana e l’Honduras, soltanto per citarne alcuni – l’aborto è un crimine a tutto tondo.

A El Salvador, decine di donne sono in prigione per questa ragione. E alcune di loro ci sono finite dopo un aborto spontaneo su cui non avevano il minimo controllo. In Messico, tra il 2000 e il 2019 sono state oltre duemila le donne incarcerate per la stessa ragione. Nell’ottobre dell’anno scorso, il presidente del Ruanda ha ordinato il rilascio di 52 donne che erano state precedentemente incarcerate in relazione a un’Ivg in seguito a una parziale liberalizzazione della legge nazionale in merito. Il parlamento dello Stato americano dell’Alabama nel maggio del 2019 ha passato lo Human Life Protection Act, che implica l’ergastolo per i medici che praticano le interruzioni di gravidanza. Una legge per il momento annullata da un giudice federale, ma che va ad aggiungersi a una lunga lista di attacchi contro i diritti riproduttivi femminili che sono stati sferrati negli Stati Uniti negli ultimi anni. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) calcola che il 40% delle donne in età fertile al mondo viva in un luogo in cui vigono leggi molto restrittive sull’aborto.

Anche in Italia – dove il diritto all’aborto è sancito dalla Legge 194/78, che disciplina le modalità di accesso all’Ivg – nel gennaio del 2016 sono state inasprite le conseguenze previste per chi ottiene un aborto clandestinamente. Depenalizzando teoricamente il reato di aborto clandestino, il decreto va in realtà a rincarare le sanzioni amministrative: se precedentemente la multa era di 51 euro, ora si va da un minimo di 5mila a un massimo di 10mila euro. Il prezzo da pagare per chi non riesce a superare tutte le varie possibili difficoltà per riuscire ad accedere all’aborto, in un Paese dove il 68,4% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza, è così decuplicato.

Eppure, come spiega con precisione un recente studio che la prestigiosa rivista scientifica The Lancet ha pubblicato in collaborazione con il Guttmacher Institute (un’organizzazione che svolge ricerche nel campo dei diritti riproduttivi a livello mondiale), “ci sono moltissime prove che dimostrano che la criminalizzazione dell’aborto non ne riduce il numero, ma spinge semplicemente le donne verso procedure clandestine più pericolose”. Un caso tra tutti è esemplificativo: da quando il Sud Africa ha introdotto delle leggi per garantire il diritto all’interruzione di gravidanza, il numero di donne morte durante la procedura abortiva è diminuito del 91%.

A voler mettere altra carne al fuoco, i dati mostrano che nei Paesi dove la stretta sui diritti riproduttivi è più ferrea sono in media leggermente di più – e non di meno, come spererebbero i sostenitori della criminalizzazione – le donne che rischiano tutto pur di interrompere la propria gravidanza rispetto ai Paesi dove la pratica è più accessibile. Nel primo caso, all’aborto fanno ricorso 37 donne su mille; nel secondo caso, 34 su mille.

In assenza di vie legali – o di fronte a limitazioni eccessivamente proibitive – l’interruzione volontaria di gravidanza viene infatti tendenzialmente svolta da persone che mancano della preparazione, delle competenze e degli strumenti per portare a termine l’operazione in maniera sicura per la paziente, in un ambiente che non è conforme agli standard medici e igienici minimi, o entrambe.

Secondo le stime, sono 25 milioni gli aborti che ogni anno vengono svolti nel mondo in queste condizioni, in gran parte in Paesi in via di sviluppo. Finendo non raramente in tragedia: 47mila donne muoiono ogni anno per via di un aborto non sicuro e milioni di altre incontrano notevoli complicazioni per la propria salute. In Italia, secondo gli ultimi calcoli del ministero della Salute sono tra le 10 e le 13 mila le donne che ricorrono ad aborti clandestini.

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Di fronte a questo eccidio silenzioso è utile fare un punto della situazione. Primo: le leggi che criminalizzano l’aborto sono giustificate dalla convinzione che la vita umana cominci dal concepimento, o da una certa fase di sviluppo del feto, e che vietare (o restringere) il ricorso legale a questa pratica abbia come risultato il proseguimento della gravidanza indesiderata. Secondo: l’esperienza di diversi Paesi mostra che la criminalizzazione non riduce il numero di Ivg, ma spinge semplicemente le donne verso procedure clandestine più pericolose per la loro salute.

Ci sono d’altronde varie ragioni per cui le donne possono finire per scegliere la strada più pericolosa. L’Oms stessa ne cita qualcuna partendo da quella più evidente, ovvero la restrittività delle leggi, passando per l’obiezione di coscienza da parte dei medici, la scarsa reperibilità legale di farmaci che permettano di evitare l’intervento chirurgico e altri requisiti quali periodi di attesa e consulenza obbligatoria, autorizzazione di terzi o la prescrizione di test non necessari dal punto di vista medico che ritardano l’assistenza ginecologica. Altre ancora possono essere i lunghi tempi di attesa, costi troppo alti e preoccupazioni per la privacy. Nel peggiore dei casi, a obbligare le donne – spesso vittime di traffico di esseri umani, straniere e prive di sufficienti mezzi economici propri – ad aborti clandestini (anche in Italia) è il racket della prostituzione. A fronte di questi casi, è legittimo pensare che sia necessario punire chi partecipa ad aborti clandestini mettendo in serio pericolo la donna stessa, benché in questi casi sarebbe opportuno mettere in primo piano la salute e il benessere della donna piuttosto che ritenerla responsabile di quella che finisce per essere una scelta obbligata.

Anche nei Paesi in cui l’accesso all’Ivg è stato relativamente liberalizzato – pur rimanendo nell’area del Codice penale – le leggi possono essere interpretate in modo più o meno prudente dagli operatori sanitari, che possono finire per applicare i termini della pratica in modo più stringente di ciò che richiede la legge per ragioni quali convinzioni personali, stigmatizzazione dell’aborto, stereotipi negativi sulle donne o paura di una possibile ritorsione penale. Un esempio lampante è il fenomeno degli obiettori di coscienza – che all’estero sono una minima percentuale, ma in Italia per varie ragioni non fanno che aumentare; al quale si contrappone il fenomeno opposto nei Paesi con leggi più restrittive: quello di medici e ostetriche che compiono la procedura di interruzione contravvenendo alla legge per rispondere a un proprio imperativo morale, ma anche per soldi.

Un’iniziativa in particolare per incalzare i Paesi a muoversi nella direzione della decriminalizzazione è stata lanciata nella primavera del 2019. È la Dichiarazione di Bruxelles, presentata alle Nazioni Unite dall’ex ministro e presidente della Vallonia belga Rudy Demotte nel marzo dello stesso anno. Basata sull’assunto che sia necessario riconoscere internazionalmente l’aborto come diritto umano fondamentale, la Dichiarazione chiede che l’Ivg venga fatta rientrare nel campo della sanità; che cessi di essere considerata un reato e venga dunque rimossa dal Codice penale di ogni Paese; che sia coperta dai sistemi nazionali di previdenza sociale; che sia rimossa la clausola di obiezione di coscienza dalle leggi in merito. E, infine, che tutto ciò venga accompagnato da politiche che invece abbiano comprovati effetti positivi sulla diminuzione delle gravidanze indesiderate – come un’educazione alla vita sessuale, affettiva e relazionale completa e rigorosa.

Quasi ognuna delle migliaia di morti e disabilità legate ad aborti non sicuri, scrive l’Oms, “avrebbe potuto essere prevenuta con un insieme di educazione sessuale, pianificazione familiare e l’accesso a un aborto legale e sicuro”. Come spesso succede, è anche questione di mezzi: “Nei Paesi dove l’accesso all’aborto è severamente limitato o precluso, un’Ivg sicura è spesso diventata appannaggio delle donne più ricche, mentre quelle più povere non hanno molta scelta se non quella di ricorrere ad alternative pericolose, portando a morti e malattie che diventano poi responsabilità sociale ed economica del sistema sanitario nazionale”, aggiunge l’organizzazione. Al contrario, i tassi nazionali di ricorso all’aborto sono apertamente più bassi dove è più facile ottenere un’educazione sessuale di qualità e dei metodi contraccettivi moderni.

Inutile dire che la volontà politica su un tema delicato come l’educazione sessuale latita. A maggior ragione in Paesi dove lo stigma attorno al sesso e all’emancipazione femminile – per cui l’autodeterminazione del proprio presente e futuro biologico, anche attraverso i diritti riproduttivi, è un passo fondamentale – rimane un pilastro.

L’Organizzazione mondiale della sanità nel frattempo continua a fornire dati chiari e che portano tutti nella stessa direzione, quella che la Nuova Zelanda di Jacinda Ardern ha deciso di intraprendere, prima di tanti altri.

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