
Da piccola ero convinta che se avessi inavvertitamente inghiottito i semi di un limone, questi avrebbero attecchito tra le mie interiora, dando vita a una pianta che si sarebbe fatta strada via via lungo tutto l’esofago per poi arrivare a spuntare dalla mia bocca. Era una convinzione che non riguardava nessun altro frutto o vegetale. Così, per anni ho scartato con estrema attenzione tutti i semi dell’agrume, tentando di sventare un pericolo da cui ero sinceramente spaventata. Quando poi mi sono resa conto che si trattava solo di una storia inventata, che veniva ripetuta chissà da quanti anni all’interno della mia famiglia, ricordo di aver vissuto questa presa di coscienza come un tradimento, una menzogna da parte dei miei genitori.
C’è un passaggio che sono convinta sia quasi immancabile nella crescita di ognuno di noi, ovvero quello in cui ci rendiamo conto, da figli, che spesso gli adulti decidono di non dirci la verità. A volte lo fanno in modo innocuo, o a fin di bene, altre per essere sbrigativi, spesso anche per noncuranza. O ancora, può capitare che lo facciano per impressionarci, in un momento in cui li vediamo attorniati da un’aura eroica, e la nostra fiducia nei loro confronti è ancora intatta, cristallina, senza sbavature. Credo infatti ci sia una sensazione di autorevolezza che si può provare soltanto da genitori, quando si avverte l’enorme responsabilità di essere creduti dai propri figli, e di esserlo incondizionatamente, anche quando si decide di mentire. Il film Reinas, scritto e diretto dalla regista peruviana Klaudia Reynicke, che verrà proiettato alla sua presenza domenica 6 aprile, alle 20:30, al Cinema Godard di Fondazione Prada a Milano, è una raccolta di momenti di passaggio, come quello in cui accettiamo che la fiducia cieca verso i nostri genitori sia una delle molte cose che, volenti o nolenti, dobbiamo imparare a lasciare andare mentre cresciamo. Per osservare questi momenti, la regista cala lo spettatore nella vita di una famiglia peruviana in cui il padre, Carlos (Gonzalo Molina), non fa che mentire compulsivamente, soprattutto alle figlie Aurora e Lucia (Luana Vega e Abril Gjiurinovic), nonostante nulla di ciò che dice riesca più a impressionarle, spesso nemmeno a risultare credibile.
Fin dal principio, il film si gioca tutto in uno spazio molto ristretto, non tanto a livello di ambientazione, quanto sul piano delle relazioni tra i personaggi. I legami che Reynicke decide di indagare, infatti, non sconfinano mai dalla cellula familiare, all’interno della quale si muove l’intera narrazione. Più che un nucleo solido e rassicurante, però, la famiglia composta da Carlos, l’ex moglie Elena (Jimena Lindo) e le loro due figlie, vive in una dimensione caotica, frammentata, conflittuale: anche se non si citano mai esplicitamente le ragioni per cui i genitori si sono lasciati, se ne avverte la presenza. Soprattutto si vede che il padre è quasi del tutto assente con le figlie, e si percepisce che le ragazze hanno rinunciato da tempo a considerarlo un punto di riferimento. Proprio questo senso di disordine e irresolutezza rende difficile, da spettatori, decidere con chi schierarsi – cosa che invece nella vita generalmente si fa, quando si parla di conflitti familiari –, se con le figlie che si sentono abbandonate dal padre, ma continuano comunque a volerlo nella loro vita, con Carlos che pur facendo del suo meglio sembra consapevole di non essere tagliato per fare il genitore – nemmeno quando chiama Lucia e Aurora, “reinas” (regine), per farsi perdonare –, o con Elena, che tenta di impedire, per quel che può, che i reciproci rapporti tra i membri della sua famiglia si sfilaccino troppo.
Ognuno dei personaggi, infatti, si trova diviso tra sentimenti contrastanti, che lo costringono in un limbo emotivo, tra ciò che ama e ciò che non sopporta della propria famiglia, ciò a cui non potrebbe mai rinunciare e ciò che vorrebbe cancellare all’istante. Partendo dagli equilibri familiari, da cui prende avvio il nostro percorso di educazione in senso ampio, il film diventa così una profonda riflessione sul nostro stesso concetto di formazione, che secoli di pensiero ci hanno insegnato a vedere essenzialmente come Bildung, ossia come costruzione di noi stessi: un’accumulazione di tanti nuovi mattoncini – culturali, spirituali, valoriali – che accatastiamo l’uno sull’altro per darci la possibilità di crescere come persone. Lo scopo di Reynicje, nel film, è invece quello di mostrarci quanto crescere significhi spesso anche avere il coraggio di lasciare andare, allontanandoci da comportamenti, abitudini, convinzioni, così come da luoghi e legami che non ci rappresentano più.
Se per Carlos l’elemento da abbandonare fa parte della sua stessa personalità, ed è rappresentato dall’inaffidabilità che lo caratterizza, per Elena, la transizione è diversa, ma altrettanto onerosa, dato che sta progettando di lasciare il Perù per trasferirsi con Lucia e Aurora negli Stati Uniti. Il racconto di Reinas si svolge infatti a Lima nell’estate 1992, pochi mesi dopo il golpe dell’allora presidente peruviano Alberto Fujimori – detto anche “El Chino” o “Chinochet” in riferimento al dittatore cileno, a cui è stato spesso associato per il sistematico utilizzo della violenza e le violazioni dei diritti umani – contro la Costituzione del Paese, che portò alla sospensione dell’attività del Congresso e dei magistrati, e poi alla dittatura militare. L’atmosfera segnata dal caos politico, dalle profonde disuguaglianze sociali – intuibili già dalla prima scena del film, in cui un annunciatore del telegiornale commenta i prezzi decuplicati a causa dell’inflazione con un drammatico “Che Dio ci aiuti” –, dalla guerriglia del gruppo terroristico Sendero Luminoso e dalle citta invase dalle forze militari, che imponevano ai cittadini di rispettare un coprifuoco, costrinse infatti molti peruviani a lasciare il Paese nel corso degli anni Novanta, cercando di rifarsi una vita altrove. L’opportunità dell’emigrazione, in cui Elena, da adulta, ha la lucidità di vedere la speranza di un futuro diverso e migliore per sé e per le figlie, agli occhi di Aurora e Lucia coincide però con una perdita enorme, perché impone loro di rinunciare al luogo delle sicurezze dell’infanzia, ovvero a tutto ciò che conoscono.
Quella che le due ragazze devono lasciarsi alle spalle, al netto della loro diversa età anagrafica, è infatti un’intera stagione di vita. Così i sentimenti legati all’imminente partenza coincidono per loro con il nervosismo, la frenesia, il timore di attraversare un soglia esistenziale. Lo sguardo di Reynicke, da questo punto di vista, mi ha ricordato quello che Alice Rohrwacher ha adottato nel film Le Meraviglie, anche se le sorelle di Reinas sono due e non quattro, i paesaggi sullo schermo non sono quelli delle campagne toscane, ma le dune delle spiagge attorno a Lima – in cui si svolge una delle scene più intense del film, una corsa in macchina in cui Carlos fa sentire le figlie sulle montagne russe, e rappresenta uno dei pochi momenti di reale connessione tra i tre –, e la canzone scelta come tema non è T’Appartengo di Ambra Angiolini, ma un altro tormentone del pop italiano, ovvero Fiesta, nella versione spagnola cantata da Raffaella Carrà. Il quadro della narrazione, indubbiamente, rimane diversissimo, ma il desiderio delle registe mi è parso molto simile: descrivere l’età in cui ogni decisione che prendiamo – o subiamo – sembra strattonarci o dal lato del rafforzamento dell’appartenenza al mondo che conosciamo – rappresentato da Carlos, che rimarrebbe in Perù anche se la famiglia parte –, o dal lato del desiderio di qualcosa che potrebbe andare oltre – ovvero il viaggio con la madre, che spaventa Aurora e Lucia proprio perché “quell’oltre” non l’hanno mai immaginato o desiderato prima.
Ancora, esattamente come accade nel film di Rohrwacher, per cui la regista ha dichiarato di aver fatto un enorme lavoro di coaching attoriale insieme alla sua collaboratrice Tatiana Lepore al fine di trasformare attori sconosciuti in persone che sembrano verosimilmente connesse da un legame familiare, anche Reinas sembra condividere questo “desiderio di realtà” nel racconto dei rapporti. Come se mettere in scena le famiglie nel mondo reale, quelle che non sono né soltanto luoghi di distruzione delle relazioni, né degli idilli di comprensione reciproca, ma entrambe le cose nello stesso momento e nello stesso legame, fosse parte integrante dell’intenzione del film. E infatti i rapporti tra i personaggi arrivano spesso vicino al punto di rottura: l’ennesimo passo falso di Carlos sembra farsi insopportabile, la scelta di partire viene messa profondamente in discussione da Elena, che teme sia un desiderio soltanto suo e non qualcosa che farebbe bene anche alle figlie, le due ragazze tentano di scappare di casa, come ogni adolescente ha minacciato di fare almeno una volta, ma in un contesto che non permette loro di fingere la fuga con la leggerezza con cui possiamo averlo fatto noi alla loro età, dato che per le strade i militari sono impegnati senza sosta nelle loro ronde.
Il motivo per cui questo punto di rottura dei rapporti familiari non viene mai superato, però, è proprio uno degli aspetti più confortanti di Reinas, che si conclude sbilanciandosi esplicitamente nell’esprimere la propria fiducia sulla capacità di resistenza delle relazioni umane in tempi di crisi. Nel film, infatti, le ragioni della crisi non sono soltanto interne a un nucleo di rapporti – quelle emotive, legate a divergenze, incomprensioni o al nervosismo tipico delle decisioni importanti –, ma anche esterne ad esso – com’è la situazione socio-politica che lo circonda, e che inevitabilmente si ripercuote sugli affetti stessi. Nell’affrontare queste crisi sovrapposte, il film non fa alcun appello alla saggezza che si passa di generazione in generazione, o di genitore in figlio, ma racconta un percorso di crescita che va per tentativi, e che riguarda ognuno dei personaggi allo stesso modo, sia gli adulti che gli adolescenti, dal momento che ciascuno di loro, anche se mosso dalla sincera volontà di fare il meglio per le persone che ama, commette degli errori, ed è costretto a mettersi in discussione quando se ne accorge.
Raccontando i tentativi di crescita riusciti o falliti dei protagonisti, Reynicke decide quindi di soffermarsi non su ciò che questi sono arrivati a conquistarsi, a costruirsi, ma su quello che stanno cercando di lasciarsi alle spalle per crescere e cambiare. Al punto che la regista decide consapevolmente di non mostrare cosa c’è dall’altra parte di questo iter formativo, né di svelare la presunta auto-ottimizzazione, il miglioramento, il guadagno personale che i personaggi dovrebbero aver ottenuto dopo aver attraversato una nuova soglia della loro esistenza. A Reynicke non importa cosa ci sia dall’altra parte, e forse non dovrebbe nemmeno a noi, anche se tutto attorno cerca di convincerci del contrario, dato che quel passaggio, probabilmente, non è altro che uno dei tanti tentativi, giusti o sbagliati, di darci la forma che sentiamo più adatta a noi, e che presto cambierà ancora.
