In un 2024 in cui, per la prima volta in cinquant’anni, i dieci migliori incassi al cinema dell’anno sono stati reboot, sequel ed episodi di franchise consolidati, è evidente come da un lato il settore sembra aver finito le idee, in un continuo riciclo di storie utilizzate soprattutto per battere cassa, mentre dall’altro ci sia anche un probabile effetto nostalgia e un bisogno di sicurezza che influiscono sulle scelte degli spettatori. In Italia si sono toccati minimi storici in termini di ingressi nelle sale, ma anche mesi che hanno segnato dei record. In questo scenario non sono mancate le pellicole di qualità, capaci, con grande artigianalità, di parlare soprattutto di tematiche sempre più sentite: l’emancipazione femminile, la necessità di recuperare il nostro tempo e il nostro corpo, la solitudine e poi la politica, il sentimento collettivo d’una volta, la banalità del male. Ecco quelli che, secondo noi, sono i migliori film dell’anno.

Perfect Days, di Wim Wenders
Con Perfect Days Wim Wenders si sposta in Giappone, con un’opera quieta, fatta di piccoli gesti, intrisa della quotidianità dimessa di Hirayama, un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo. La sua vita è scandita da una routine meticolosa: il risveglio all’alba, la cura delle piante, il caffè mattutino, il lavoro diligente e le serate trascorse leggendo. Questa ripetitività, lungi dall’essere monotona, diventa una celebrazione di quella che in India viene chiamata sādhāna, l’insieme delle pratiche spirituali che danno forma attraverso l’esercizio costante e ripetuto alla disciplina, che ci permette di vivere in totale presenza nel momento presente.
Wenders, attraverso una regia essenziale e contemplativa, riesce a trasformare gesti ordinari in veri e propri rituali carichi di significato. Le inquadrature che catturano la luce che filtra tra le fronde degli alberi, che in giapponese si dice “komorebi”, sottolineano la bellezza effimera dell’istante, richiamando il concetto di “mono no aware”, la consapevolezza della transitorietà delle cose. La colonna sonora, con brani dei Velvet Underground e di Otis Redding, accompagna poi sapientemente il racconto, aggiungendo riflessi di senso sull’interiorità del protagonista e profondità emotiva alle sue giornate.
Wenders si è immerso nella poetica giapponese in maniera così impeccabile e mimetica che Perfect Days è stato selezionato come candidato giapponese per il Miglior Film Internazionale ai Premi Oscar, diventando il primo film diretto da un cineasta non giapponese a rappresentare il Giappone in questa categoria. Kōji Yakusho, che ha vinto il premio come miglior attore protagonista a Cannes, offre un’interpretazione magistrale, conferendo a Hirayama una presenza silenziosa ma potente, capace di comunicare emozioni profonde anche senza l’uso di parole, proprio come accade nel teatro tradizionale giapponese.
Perfect Days appare quindi come una meditazione sulla capacità di trovare significato, pienezza e armonia nelle piccole cose del quotidiano. È un invito a rallentare, a osservare e ad apprezzare ciò che spesso passa inosservato nella fretta che abbiamo di raggiungere traguardi e obiettivi e di accumulare sempre più oggetti, approvazione, vittorie. Questa opera, che trascende le barriere culturali e linguistiche, offre una riflessione acuta sulla condizione umana e sulla ricerca di significato nella semplicità, invitandoci a rivolgere la nostra attenzione all’interno di noi stessi, cullandoci nella contemplazione interiore e scoprendo che non abbiamo bisogno di nulla.

Amore a Mumbai, di Payal Kapadiya
Tre donne vivono nella caotica e densamente popolata città di Mumbai cercando di portare avanti le loro lotte e realizzare i loro desideri in una società dominata da figure maschili. Prabha è un’infermiera abbandonata dal marito che condivide un piccolo appartamento con Anu, un’infermiera più giovane che affronta una relazione proibita. Insieme a una collega più anziana, Parvaty, le tre affrontano le complessità dell’amore, le pressioni sociali e il futuro incerto, trovando forza nella solidarietà femminile.
Amore a Mumbai, in inglese All We Imagine as Light, Grand Prix all’ultimo festival di Cannes e nominato al Golden Globe per miglior film straniero e miglior regia, è un dramma toccante, che ha riscosso un ampio consenso per la sua narrazione intima e la vivida rappresentazione della vita nelle megalopoli contemporanee. La scelta di Payal Kapadiya di raccontare storie di donne che sfidano le convenzioni sociali è molto significativa, e rappresenta una denuncia silenziosa dei vincoli imposti dal patriarcato e dalla gerarchia sociale. In quanto appartenente a una casta indiana privilegiata, la regista usa il suo privilegio per raccontare le difficoltà di quelle più umili.
In definitiva, All We Imagine as Light è un film sull’emancipazione, i vincoli sociali e la crescita personale, narrato con uno spirito onirico e una fotografia in cui prevalgono i toni del blu. Nonostante sia incentrato esclusivamente su protagoniste femminili, è una pellicola universale nel suo rappresentare quella particolare solitudine che si può provare in una grande città abitata da milioni di persone. Ma è anche una specie di favola sull’amicizia e sulla forza che ci si può dare gli uni gli altri grazie al potere dell’empatia.

Dune – Parte 2, di Denis Villeneuve
Precursore di un sottogenere, quello della climate fiction, che avrebbe esplorato la questione ambientale da una miriade di prospettive diverse nei decenni a venire, Dune è ricco di riflessioni su cosa significhi doversi adattare a un clima del tutto ostile alla vita umana e su come sia necessario agire collettivamente e con uno sguardo di lungo periodo se si vuole attuare una trasformazione ecologica duratura. Dopo quello di David Lynch del 1984, l’adattamento di Denis Villeneuve – uscito con la prima parte nel 2021 – doveva affrontare più di una prova. A guardare il prosieguo, Dune – Parte 2 viene da dire che le abbia superate tutte.
Una delle parole che più spesso viene usata nelle recensioni del blockbuster, seguito del pluripremiato adattamento del romanzo del 1965 di Frank Herbert, è “massive”, imponente, insieme a “epico” e “spettacolare”. Tutti aggettivi che ben si addicono alla pellicola, perché Villeneuve ne ha evidentemente affrontato la messa in scena con grandi ambizioni, capaci di generare un film che non è solo la semplice storia di un salvatore o di un prescelto, ma un solido esempio di regia e artigianalità cinematografica. Non a caso i sei premi Oscar vinti con la prima parte comprendono anche miglior trucco e acconciatura, scenografia, costumi, effetti speciali, colonna sonora, fotografia e montaggio. Nelle vicende di Arrakis, il regista autore di Blade Runner 2049, è infatti riuscito a condensare lo spirito stesso del testo di partenza, inserendo anche ragionamenti complessi sul potere, la religione e la mitizzazione, l’ascesa e il declino degli imperi e il lato oscuro dell’eroismo, continuando ad alimentare quell’ecosistema – ambientale, politico e sociale – estremamente complesso a cui è ha saputo dar vita.

Vermiglio, di Maura Delpero
Probabilmente il segreto della bellezza di Vermiglio di Maura Delpero – vincitore del Gran premio della giuria a Venezia, rappresentante dell’Italia ai prossimi Oscar – sta nella sua normalità. Al di là della storia, è proprio la sensazione che ti lascia dopo la visione, questo misto di consapevolezza e meraviglia, di stupore e rassegnazione, che ti costringe a pensarci ancora. Non è un dramma, Vermiglio. Nel senso che non è unicamente sulla drammaticità del racconto che punta. Cerca, invece, di tenere insieme tutto: gli aspetti più assurdi e divertenti e quelli più tragici e sconvolgenti. La storia è ambientata tra la fine della seconda guerra mondiale e l’immediato dopoguerra; si svolge in questo piccolissimo paese, Vermiglio appunto, che non assume mai una concretezza precisa: si vede qualche casa, una strada, la locanda piena e festante, ma resistono sempre una dispersione e una fumosità nella divisione effettiva degli spazi. I protagonisti appartengono tutti – quasi tutti, in realtà – alla stessa famiglia.
Lo sguardo di Delpero, e quindi la sua regia, la sua scrittura e il suo modo di dirigere gli attori, è totale. E questa totalità si riflette nell’insieme di dettagli, spunti, scorci e incisi che non sono mai fini a sé stessi, perché hanno uno scopo e un ruolo precisi. Nella pellicola c’è la dualità della vita e di ciò che siamo – ieri come oggi, in questo esatto momento. Circondandosi di esordienti e di non attori, Delpero ha saputo dare una verità ulteriore al suo film: gli ha dato quella concretezza tipica delle parole pronunciate da chi le pensa davvero e non si limita a recitarle, e una forma più credibile, con queste facce segnate, vissute, piene di rughe, di tagli e di colori, e questi sguardi che sono gentili anche se appaiono torvi e cattivi. Probabilmente la grandezza di Vermiglio sta tutta qui: nel suo essere più cose nello stesso istante, e nel non andarsene mai dai pensieri.

Estranei, di Andrew Haigh
All Of Us Strangers, nella sua versione italiana Estranei, di Andrew Haigh, è senza ombra di dubbio un film sulla morte, sull’amore e sulla solitudine. Sono questi i temi centrali che affrontano i due protagonisti, Adam e Harry, interpretati da Andrew Scott e Paul Mescal, ma sebbene siano fondamentali, non sono ciò che di questo film colpisce di più. La storia di Adam, sceneggiatore televisivo che si trasferisce in un nuovo condominio alla periferia di Londra, ancora vuoto e in attesa di riempirsi di altre presenze che lo rendano un posto umano, è quella di un orfano che prova per la prima volta a esorcizzare il dolore della sua perdita mettendola per iscritto, ma è anche il racconto di un uomo adulto che si ritrova in maniera surreale a trascorrere intere giornate con i suoi genitori, in una nuova dimensione in cui non sono morti, e tutti e tre hanno la stessa età. È un cortocircuito spazio-temporale.
Il filone di racconto che mescola i piani della vita e della morte attraverso le immagini, come il regista aveva fatto già anche in 45 Years, è qualcosa di particolarmente attuale proprio grazie agli strumenti che abbiamo per immortalare il presente in ogni momento e per ricercare nel passato. Grazie alla tecnologia contemporanea, qualsiasi foto di qualsiasi persona è in potenza una fonte rintracciabile sul web, che è diventato un archivio globale e accessibile di tutte le informazioni che l’essere umano ha accumulato nei millenni.
Forse è anche per questo che ritrovare una vecchia scatola di diapositive, in un’epoca in cui la distanza tra la memoria e la possibilità di accedervi è così breve, sembra un evento così pregno di significato, non solo per ciò che le diapositive contengono, ma anche per il modo complesso e inattuale in cui queste si possono guardare. Estranei, nella sua tristezza alienante e nei suoi tratti più surreali, ricorda la sensazione che si prova nell’immergersi in un passato che ci appartiene ma che ci è anche estraneo, appunto. Un passato che, tramite le immagini, nel caso più verosimile, o tramite la forma di un fantasma, nel caso della finzione di un film, può vivere nel presente.

Povere creature, di Yorgos Lanthimos
Povere creature!, film di Yorgos Lanthimos con protagonista Emma Stone, stimola lo spettatore con una molteplicità di temi e un intero apparato di scrittura, messa in scena, colonna sonora e recitazione che esprimono tutta la bravura di uno dei registi più accreditati del presente. Quella di Bella Baxter, però, non è solo la storia di un riscatto e un’emancipazione femminile, ma la metafora favolesca e dissacrante del sogno socialista.
Bella, in un percorso di formazione itinerante che parte da Londra e si estende in giro per l’Europa, più cresce come individuo, nonostante le sue difficoltà che la rendono spesso grottesca agli occhi del mondo, più capisce di voler sapere. Il primo strumento di conoscenza nella sua nuova vita da povera creatura emancipata è il sesso. Esplorato inizialmente con approccio infantile e famelico, diventa il suo passaporto per l’emancipazione materiale e l’arma più potente che ha nei confronti del genere maschile. C’è un’altra cosa però che Bella impara mentre cresce, diventando un essere senziente e sempre più autonomo, lasciandosi alle spalle la sua vita da “mostro”: il mondo è un posto pieno di crudeltà, sofferenza, ingiustizie.
Il percorso di Bella è un percorso universale, che nel suo caso incontra più ostacoli per via del fatto che è una donna, e in quanto tale ostracizzata per la sua libertà, intellettuale e sessuale. Ma la parabola di crescita e di evoluzione che lei mette in atto grazie alla volontà di apprendimento, la presa di coscienza che la inducono a voler diventare lei stessa una donna di scienza, si può applicare su chiunque, al di là del genere di appartenenza. Ed è qui che arriva il socialismo, ripreso dal romanzo originale e usato come dettaglio nella storia di formazione di Bella, ma fondamentale.

La zona d’interesse, di Jonathan Glazer
In molti si chiedono che corso avrebbe preso la storia dell’uomo se Adolf Hitler fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Lui stesso diceva di sé di essere un artista, molto più che un politico. La zona d’interesse, film di Jonathan Glazer, sembra proprio un suo dipinto: il lago, l’idillio familiare, il grande rispetto per la natura che si trasforma quasi in ossessione per la disposizione di certi fiori e per la cura dell’orto; il tutto in perfetta convivenza con un luogo che, per il male che ha ospitato, non è difficile definire “contro natura”, ossia Auschwitz.
La dimensione borghese e ordinata dentro cui si muovono i membri della famiglia di Rudolf Höss – comandante del campo di concentramento di Auschwitz e responsabile dell’utilizzo di mezzi come il gas Zyklon B – è una bolla perfettamente isolata. L’unico momento in cui possiamo vedere ciò che succede oltre il loro giardino curato, attaccato al lager, è quando la nube dei forni inceneritori invade il cielo, sporcando la visuale pulita e asettica, o quando le ceneri vengono riversate nel fiume, disturbando le attività di pesca e gioco del comandate con i suoi figli. Tutto il male è nascosto da una prospettiva di alterità; non vederlo però, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non significa nasconderlo.
Il film rimanda chiaramente al concetto di banalità del male teorizzato da Hannah Arendt, che è da sempre un tema centrale nell’analisi dei processi che portano ai sistemi totalitari. Ne La zona d’interesse tuttavia, quello che si percepisce è la banalità del bene: un bene intimo e quotidiano, espresso senza ostacoli né dubbi, con piena coscienza di ciò che prendeva luogo in uno spazio connotato dal male diffuso in ogni suo centimetro.

Berlinguer – La grande ambizione, di Andrea Segre
In un vecchio video di uno dei suoi interventi, Enrico Berlinguer spiegava che essere di sinistra significa volere “una società che rispetti tutte le libertà, meno una: quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani, perché questa libertà tutte le altre distrugge e rende vane”. Una condizione che quarant’anni dopo la sua morte sembra essere sbiadita. Non sorprende quindi che a vedere le immagini e le testimonianze dei comizi dell’ex segretario del Partito Comunista Italiano emerga prepotente il contrasto con le decine di migliaia di persone che gli si accalcavano attorno, condividendone i valori e i sogni – almeno, per molti, fino al compromesso storico con la DC. Di ciò che è stato dal 1973, quando sfugge a Sofia a un attentato dei servizi segreti bulgari, all’assassinio di Aldo Moro, nel 1978, Berlinguer – La grande ambizione, di Andrea Segre, cerca di restituire uno spaccato che vada al di là della parabola politica di un uomo per cui privato e pubblicato erano indissolubilmente legati.
Il film, con uno straordinario Elio Germano, che si conferma tra i migliori attori italiani di sempre, mescola filmati d’archivio delle manifestazioni di quegli anni a una narrazione capace di entrare anche nell’ambiente familiare di Berlinguer. Assistiamo all’ansia e alla paura della moglie, e alla sua solidità; all’educazione dei figli, ma anche al loro sviluppo di un’idea e di una coscienza politica individuale. Berlinguer – La grande ambizione riesce a muoversi nel mezzo, senza trasformarsi in un’agiografia o in un racconto manicheo, ma anzi rimanda tutta la complessità e la solitudine di scelte che hanno segnato l’Italia. Ciò che più resta, dopo la sua visione, è l’immagine di un Paese che riempiva le piazze per il proprio futuro, desideroso di costruirlo insieme, di dare cioè alla politica il suo etimo originale, designando ciò che appartiene alla dimensione della vita comune. Un’immagine da cui oggi, in molti, vorremmo ripartire.

Anora, di Sean Baker
La regista Greta Gerwig, presidente di giuria all’ultima edizione del festival di Cannes, mentre ne decretava la vittoria della Palma d’oro, ha definito questo film come “pieno di umorismo e umanità”. E in effetti Anora, l’ultimo film di Sean Baker – già autore di pellicole di successo come Red Rocket, The Florida Project e Tangerine –, con i suoi personaggi imperfetti, l’indagine del sex work e, in fin dei conti, dell’amore e delle speranze riponiamo in questo sentimento, è una pellicola in cui l’umanità emerge in tutta la sua caoticità, il suo dolore e la sua bellezza.
Si chiama Anora, ma tutti la chiamano Ani. Parla fluentemente il russo, gliel’ha insegnato la nonna, ma preferisce l’inglese. Quasi tutte le sue relazioni sono transazionali, d’altronde lavora in uno strip club. Sicuramente lo è quella con Vanya, figlio di un importante oligarca russo. Lo scambio: tanti soldi per essere la sua “horny girlfriend” per una settimana. Per un po’ sembra un rapporto quasi alla pari, da soci in affari; persino la loro storia d’amore nata per caso potrebbe funzionare alla grande. Poi, tutto crolla. È proprio in quel momento che la magia di Anora diventa realtà, quando le cose iniziano ad andare fuori controllo e lo fanno espandendosi in modi poco ortodossi e prevedibili, grazie anche a una scrittura capace di muoversi tra la commedia e il dramma risultando sempre realistica, in un crescendo che sembra dare l’impressione sia la vita stessa a intervenire nella narrazione, stravolgendola, quando invece ogni cosa è calcolata. Sarà per questo che i pericoli, come nella vita, non scompaiono mai davvero del tutto, né scompare il dolore di esserci illusi, quando finalmente abbiamo il coraggio di accettarlo. Ma soprattutto non scompare una delle poche grandi ovvietà della nostra epoca: nelle mani di chi ha soldi e potere, siamo tutti sacrificabili. E questo Anora ce lo ricorda senza pietà.

Dahomey, di Mati Diop
Nell’ottobre 2021, al Museo del Quai Branly, a Parigi, 26 sculture tra cui troni reali, porte scolpite in legno, statue rappresentanti i sovrani, totem e oggetti rituali legati alle credenze animiste del Regno di Abomey, centro politico e culturale del Regno del Dahomey, venivano restituite dal governo francese che se ne era impossessato in seguito a una conquista militare avvenuta nell’Ottocento al Benin. Questa sorte riguarda tra il 90 e il 95% del patrimonio culturale africano, portato in Europa ed esposto nelle sue varie grandi istituzioni museali. La restituzione rappresentava un passo simbolico e importante nella riparazione delle ferite del colonialismo. È proprio attraverso la voce di una di queste sculture che si snoda Dahomey, documentario di Mati Diop, regista francese di origini senegalesi, che ne segue il viaggio da Parigi fino all’arrivo a Cotonou, addentrandosi anche nel dibattito universitario nell’ateneo di Abomey-Calavi che ne è seguito, in cui diversi giovani si confrontano sulle difficoltà di riflettere sul periodo coloniale e sul valore della restituzione artistica. Ventisei manufatti su oltre settemila trafugati, d’altronde, non possono rappresentare un risultato soddisfacente.
“Sono cresciuto completamente ignaro del fatto che la mia eredità, la mia cultura, la mia istruzione, la mia vita e la mia anima erano state tenute nascoste all’estero per secoli,” dice a un certo punto una delle persone che si alternano davanti alla macchina da presa. Alcune sono piene di ottimismo, mentre altre sentono che il danno che hanno subito è irrimediabile, le loro identità trasformate per sempre da quelle delle persone che hanno cercato di colonizzarle. Nelle loro parole emerge tutta l’essenza di Dahomey, un film sul fare i conti con la storia alterata dal colonialismo. Il passato e il senso di identità, infatti, sono intrinsecamente connessi: l’uno informa l’altro. E confrontarsi con l’ingiustizia storica significa in fin dei conti confrontarsi con la natura spesso frammentata di ciò che si è, rintracciandone i pezzi sparsi su sentieri di guerra.