Sicuri di voler rimuovere Trump se l’alternativa è questa? - The Vision

Ultimamente sembra che la Casa Bianca non riesca proprio a tenersi lontana dalle polemiche. Prima il tweet con cui Trump ha sfidato Kim Jong Un in una gara a chi ha il pulsante nucleare più grosso ed efficace; poi il libro di Wolff, Fire and Fury Inside the White House, una raccolta di retroscena sull’attuale amministrazione – spesso arricchita da commenti di vario tenore da parte dell’ex capo stratega Steve Bannon. Stando a quanto ha riferito l’autore, Michael Wolff, in un’intervista a NBC News, “il 100% delle persone che [lo] circonda, consiglieri, familiari, mette in dubbio l’intelligenza e l’idoneità a governare [di Trump]”.

Wolff è per la verità un personaggio controverso, e alcuni hanno  già messo in dubbio l’autenticità delle informazioni riportate. E persino l’ultima boutade sul nucleare è poca cosa, messa a confronto con gli scandali che hanno interessato l’attuale Presidente degli Usa fin dalla sua candidatura alle primarie. Detto questo, rimane una questione di fondo: è davvero possibile che prima o poi venga innescato un processo di impeachment contro Trump? E se sì, quando? Ma soprattutto, il congedo di Trump dalla Casa Bianca e le relative conseguenze comporterebbero davvero qualche miglioramento rispetto alla situazione attuale? Per capirlo bisogna inquadrare un po’ meglio la figura del suo vice, Mike Pence, che subentrerebbe al suo posto. Se negli Stati Uniti è sotto costante esame, in Italia Pence rimane infatti una figura perlopiù sconosciuta o, nella migliore delle ipotesi, vista come semplice emissario del magnate newyorchese.

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In cosa consisterebbe un’eventuale procedura di impeachment contro un Presidente statunitense? Si tratta di un meccanismo previsto sin dalla prima stesura della Costituzione americana, durante la Convenzione di Filadelfia del 1787. Il delegato della Virginia George Mason aveva all’epoca avvertito i propri colleghi del pericolo di rendere l’Esecutivo una “mera creatura dei legislatori”, facendo notare la necessità di uno strumento che permettesse di rimuovere dalla carica un magistrato ritenuto non idoneo al suo ruolo. Il procedimento di impeachment può in realtà coinvolgere qualsiasi funzionario civile del governo federale. Ecco quanto disposto dall’articolo 2 sezione 4 dell’attuale Costituzione: “il Presidente, il Vice presidente e tutti i funzionari civili degli Stati Uniti potranno essere rimossi dai loro uffici su accusa e verdetto di colpevolezza di tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti.” Spetta alla Camera dei Rappresentanti avviare la procedura, deliberando sui vari capi d’imputazione. Se essa si pronuncia in favore di almeno uno dei capi d’accusa, il Senato avvia un processo per impeachment, che può risultare nella rimozione del funzionario, o del Presidente, dalla sua carica, e nella sua interdizione dai pubblici uffici.

Fino a oggi solo tre Presidenti sono stati coinvolti in procedimenti di impeachment: Andrew Johnson, Richard Nixon e Bill Clinton. Nel caso di Johnson nel 1868 e di Clinton, a cavallo tra il 1998 e il 1999, la procedura si è spinta oltre il voto della Camera dei Rappresentanti, arrivando in Senato. Contro il primo sono stati mossi 11 capi d’imputazione, di cui il principale era la violazione del Tenure of Office Act, mentre il secondo ha subito un processo per falsa testimonianza e intralcio alla giustizia. Nixon, forse il personaggio politico che la coscienza popolare lega in modo più automatico al concetto di impeachment, si è invece dimesso prima che la Camera potesse deliberare in maniera definitiva sui capi d’accusa imputatigli.

Mentre in questi giorni l’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate avanza, avendo ottenuto un’ammissione di colpevolezza da parte dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael T. Flynn, sempre più gente si chiede cosa succederebbe se Trump venisse davvero sollevato dal suo incarico e al suo posto subentrasse il suo vice, Mike Pence. Perfino McSweeney’s ha colto lo zeitgeist con un pezzo satirico intitolato “Sì, Satana è instabile e non convenzionale, ma considerate i pericoli di Lucifero alla presidenza”.

Governatore dello Stato dell’Indiana dal 2013 al 2017, Mike Pence si è distinto nel corso della sua carriera politica per uno spiccato attaccamento ai valori cristiani, perlopiù nella loro forma fondamentalista, e per una decisa ostilità nei confronti della comunità LGBTQ. Per qualcuno sarà una sorpresa scoprire che l’attuale Veep per qualche tempo è stato dilaniato da un conflitto interiore: diventare prete o iniziare la lunga scalata verso Washington? Ha optato per la politica, ma non è stato un fervente repubblicano fin dal principio – nel 1980 ha definito la corsa alla Casa Bianca tra Jimmy Carter e Ronald Reagan una gara tra “un bravo Cristiano” e una “vacua star del cinema”. Alla fine lo charme della vacua star del cinema lo ha avvicinato alla causa dei conservatori, ed è così iniziata la sua rapida ascesa politica, fatta di battaglie per impedire la legalizzazione della pratica dello aborto, dell’eutanasia e di tutto ciò che non sia immediatamente collegabile all’universo dell’eterosessualità. Da qui la strenua difesa della policy del Don’t Ask Don’t Tell, introdotta da Clinton nel 1993 e abrogata nel 2003 da Obama, secondo la quale gli omosessuali potevano arruolarsi nelle forze armate solo a patto di non rivelare il proprio orientamento sessuale.

Nel 2000, dopo essere riuscito a farsi eleggere al Congresso a seguito di due precedenti fallimenti, Pence pubblica sul proprio sito un intervento in cui sostiene che i fondi destinati ad aiutare i malati di HIV e AIDS dovrebbero essere invece assegnati a organizzazioni che “forniscono assistenza a coloro che cercano di cambiare il proprio comportamento sessuale”. Poco più sotto, la descrizione di sé che riproporrà fino alla nausea: “un Cristiano, un conservatore, un Repubblicano, in quell’ordine”. Nel 2006 si batte per promuovere un emendamento alla Costituzione che avrebbe definito il matrimonio come istituzione possibile solo tra un uomo e una donna. Nel 2007, sempre al Congresso, vota contro l’Employment Non-Discrimination Act, una legge che avrebbe proibito le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale sul luogo di lavoro. La sua giustificazione: “la legge dichiara guerra alla libertà e alla religione sul luogo di lavoro.” Una lunga storia di opposizione ai diritti della comunità LGBTQ che culmina con la firma da parte di Pence del Religious Freedom Restoration Act il 26 marzo 2015, norma dello Stato dell’Indiana che per la verità prende le mosse da un provvedimento federale omonimo firmato nel 1993 dalla Presidenza Clinton, volto a proteggere la libera pratica di tutte le religioni presenti sul suolo statunitense – le fattispecie che avevano infiammato la questione legislativa riguardavano nello specifico pratiche religiose nativo-americane e il culto della Santeria, sviluppatosi all’epoca della Tratta degli Schiavi nell’area caraibica.

Quella particolare legge è stata ripresa più di 10 anni dopo dallo Stato dell’Indiana, così come da quello dell’Arizona, e strumentalizzata in modo da prestarsi all’avanzamento di una specifica agenda cristiana fondamentalista: secondo molti critici la legge avrebbe permesso alle imprese e professionisti di rifiutarsi di servire persone LGBTQ, il tutto giustificato dal diritto alla libertà di culto. Il provvedimento, chiaramente discriminatorio, è stato talmente osteggiato da politici e personaggi pubblici statunitensi (tra questi anche il CEO della Apple, Tim Cook), che una settimana dopo Pence ha deciso di firmarne l’emendamento. È stato tutto un malinteso.

È dunque evidente la stretta, a tratti maniacale, affiliazione di Mike Pence allo zoccolo duro Cristiano-repubblicano, che aveva vissuto la propria età dell’oro ai tempi di Bush, per poi vedere la propria credibilità crollare agli occhi dell’opinione pubblica dopo la catastrofica operazione Iraqi Freedom, finendo temporaneamente dietro le quinte, poi, con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca. Va però detto che la scelta di Pence come vice da parte di Trump è stata tutt’altro che casuale – ha fatto tornare il Presidente nelle grazie del GOP, il Grand Old Party, o perlomeno ha fatto sì che venisse relativamente tollerato. E, con questa scelta, il 45° Presidente degli USA ha fatto in modo che l’universo oltranzista cristiano non morisse definitivamente, ma, al contrario, cominciasse a riprendersi. Se Trump dovesse subire un procedimento di impeachement – rimane comunque un’ipotesi abbastanza remota, vista la cautela estrema con cui si tende a innescare il meccanismo e se, scenario ancora più remoto, l’attuale Presidente venisse sollevato dalla propria carica, che mondo avremmo con Mike Pence a capo della Nazione per ora più potente al mondo?

Lo scontro di civiltà tra l’universo cristiano-giudaico da una parte e tutto ciò che non rientra nel primo – leggi “perlopiù islamico” – dall’altra verrebbe ulteriormente esasperato, galvanizzando ancora di più le varie istanze di fondamentalismo che oggi creano tensione ovunque, non solo nel mondo Occidentale. Ed essendo le posizioni di Pence in merito alla questione del cambiamento climatico sostanzialmente uguali a quelle del suo commander in chief, possiamo aspettarci che le tensioni internazionali generate dalle migrazioni di chi fugge da carestie, siccità e dalle guerre che queste producono, siano solo destinate ad aumentare.

Saremmo di fronte a una sorta di throwback ai giorni di Bush, ma con a capo un uomo molto più furbo di George W. Forse Pence, a differenza dell’attuale Presidente, non tornerà all’isolazionismo à la Wilson e sarà più cauto su Twitter, così come nella gestione dei rapporti internazionali. Ma si potrà davvero stare più tranquilli con un Presidente supportato da un Congresso, almeno fino alle prossime mid-term elections, a maggioranza repubblicana, sia al Senato che alla Camera dei Rappresentanti? Un Presidente “Cristiano, repubblicano, conservatore, in quell’ordine”? In un momento storico caratterizzato da un presunto conflitto tra Occidente e Islam sarebbe davvero meglio avere un Presidente americano che lancia messaggi fondamentalisti e incendiari, non tanto per accattivare e fomentare il proprio elettorato, quanto piuttosto perché in essi crede ciecamente, al punto da farne il faro della propria ascesa politica? I bianchi della working class che hanno votato Trump “perché dice quello che pensa”, perché avrebbe ridato loro il lavoro che hanno perso a suon di idrocarburi e perché stanchi di un’élite politica che vedono distaccata e altezzosa, tornerebbero a covare la frustrazione e il senso di impotenza su cui Trump aveva capitalizzato in modo magistrale. Il loro rancore sociale tornerebbe a fermentare, senza più però trovare un punto di riferimento nella Casa Bianca. Per riprendere McSweeney’s, dove sta la scelta migliore, tra Satana e Lucifero?

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