Le elezioni in Sicilia sono la prova che la politica italiana è morta - The Vision

Quella che si conclude con il voto del 5 novembre in Sicilia è stata ufficialmente la campagna elettorale più deprimente della recente storia italiana. In una Regione che vanta una montagna di debiti, che ha il più alto numero di enti locali in stato di dissesto economico e spese fuori controllo, il record di disoccupazione giovanile e un secolare ritardo infrastrutturale, la sfida per accaparrarsi il posto di Governatore non è stata altro che una masnada di slogan ormai muti, alternati ad accuse abbaiate e propositi sgualciti, buttati lì più per far numero che altro.

Tralasciando le situazioni più tragicomiche, figlie di un trasformismo anch’esso logoro – il candidato Alessandro Porto che prima affigge il manifesto con fotografia e scritta Pd e dopo qualche giorno lo cambia con uno uguale, ma con “Forza Italia” al posto del logo del Pd. O il candidato Giovanni Pistorio, che ha presenziato ai comizi di sinistra, “ma anche” a quelli di destra – tutto è ruotato attorno ai quattro candidati principali. Alle loro persone, nello specifico, non ai loro programmi o proposte o idee. Sarebbe stato scontato tentare di vincere un’elezione discutendo di soluzioni, non dico concrete, ma quantomeno plausibili, per tentare di affrontare anche solo uno a scelta fra i macroscopici ritardi “folcloristici”.

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Sebastiano Nello Musumeci

Il candidato che sembra essere in vantaggio è Sebastiano Musumeci, detto Nello, nato il 21 gennaio 1955 a Militello in Val di Catania – lo stesso paese che ha dato i natali a Pippo Baudo – Eurodeputato dal 1994 al 2009 e sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dell’ultimo (almeno per ora) governo Berlusconi, dal 2012 deputato all’Assemblea regionale siciliana, che lo ha eletto all’unanimità presidente della Commissione regionale antimafia. Dal ’94 al 2003 è stato anche Presidente della Provincia di Catania, diventando uno dei protagonisti della cosiddetta “Primavera di Catania”. È la seconda volta che si candida a governatore della Sicilia: nel 2012 ha ottenuto 521mila preferenze, arrivando secondo dietro Rosario Crocetta. È sostenuto da Forza Italia, Noi con Salvini, Fratelli d’Italia, Udc, e dalle liste “Popolari e Autonomisti” e “#diventeràbellissima”. In quanto a titoli e cursus honorem è sicuramente il candidato più propriamente “politico”.

Musumeci, che il sindaco di Palermo Orlando definisce “il fascio per bene”, ha basato tutta la sua campagna sulla credibilità: “Le mie mani hanno gestito centinaia di miliardi di lire. Sono incensurato. Non ho mai conosciuto un avviso di garanzia”. Una caratteristica venduta come valore aggiunto, e potrebbe anche esserlo in una Regione dove degli ultimi tre Governatori uno – Totò Cuffaro, detto Vasa Vasa – è stato condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio, mentre l’altro – Raffaele Lombardo – ha riportato inizialmente una condanna in primo grado a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa – salvo vedere poi “ridimensionata” la propria posizione dalla Corte di appello di Catania che, riformando la prima sentenza, lo ha assolto dalla contestazione più grave e lo ha condannato alla pena di 2 anni di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale, per voto di scambio con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa senza l’uso di violenza o assoggettamento.

Il pizzuto Nello ha però un problema: i vertici del partito – vedi Giovanni Micciché, detto Gianfranco, estroflessione di Berlusconi in Sicilia – che gli hanno piazzato in lista persone non proprio a modo. La sua campagna elettorale è stata quindi tutta votata all’affannoso tentativo di nascondere le decine di “impresentabili” che lo stanno appoggiando in campagna elettorale, arrivando a invitare gli elettori a non votare questi impresentabili – pur sapendo bene che sarebbe stato doveroso non candidarli affatto. Un lavoraccio, insomma.

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Giancarlo Cancelleri

A contendergli la vittoria, sempre stando ai sondaggi, c’è il candidato del Movimento5Stelle Giancarlo Cancelleri, nato a Caltanissetta il 31 maggio 1975, geometra ed ex-magazziniere. Nella sua Bioa5stelle scrive: “Sono convinto nel valore dell’uomo, essere buono e capace di azioni straordinarie” – credo che manchi qualcosa a livello grammaticale, ma tant’è.  Già deputato regionale, è stato scelto con il metodo delle primarie online sulla piattaforma Rousseau (la piattaforma più amata dagli hacker italiani), ottenendo 4.350 voti. A inizio settembre il risultato delle “regionarie” era stato sospeso dal Tribunale di Palermo per l’esclusione ingiustificata di Mauro Giulivi, candidato all’assemblea regionale. Il Movimento ha deciso di non ripetere le votazioni. Di Maio ha poi imposto a Cancelleri di vestirsi in giacca e cravatta, ma siccome questi crede fermamente che “La politica è l’arte della semplicità”, lui semplice è rimasto, con un italiano dialettale e proposte baldanzose, come il reddito di cittadinanza finanziato dai vitalizi dei deputati regionali.

In questa campagna elettorale si è distinto comunque per la sue capacità speculative riguardo a tematiche socioculturali non da poco. Ha infatti teorizzato “l’abusivismo di necessità” e, giusto per favorire una moderna visione della donna, ha presentato la sua possibile futura assessora all’agricoltura dicendo che “La terra dà i frutti, la donna dà i figli” (guardate il video nel link perché credo sia secondo solo al Maestro De Luca). L’altro colpo da fuoriclasse è stato attaccare gli impresentabili delle liste di destra, arrivando a richiedere anche l’intervento dell’Osce per controllare il voto. Peccato che si sia poi ritrovato a dover difendere chi nella sua lista invitava al rogo umano o ha parentele complicate, e l’Osce ha infine rigettato la sua richiesta.

A sinistra, come sempre c’è un derby.

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Rosario Crocetta

Piccola premessa: il Governatore uscente Rosario Crocetta, che ha governato – in qualche modo – negli ultimi 4 anni proprio con il PD, dopo aver accettato di non correre nuovamente per Palazzo d’Orléans, non è riuscito neppure a curare la corretta presentazione in Tribunale della lista in cui era candidato. Il motivo dell’esclusione fornito dai giudici amministrativi è “l’assenza del presentatore della lista, Davide Siragusano, in Tribunale, alla scadenza dei termini per la presentazione dei documenti: le 16 del 6 ottobre”. Era in ritardo, capita.

I vertici democratici, dopo aver fatto la questua più o meno davanti alla porta di chiunque fosse vagamente candidabile e ricevendo una lunga lista di “no grazie”, culminata con il diniego del presidente del Senato Piero Grasso, ha fatto ricadere la propria scelta su Fabrizio Micari (scelta accolta da molti con un “Micari chi?”).

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Fabrizio Micari

Cinquantaquattro anni, dal 2015 rettore dell’Università di Palermo, carica da cui si è congedato per tutta la durata della campagna elettorale. Micari è sostenuto dal Partito democratico, da Alternativa popolare di Angelino Alfano, e dalle liste “Sicilia Futura” e “Micari Presidente”. La sua candidatura è stata fortemente sostenuta dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando.

Capelli sale e pepe, di buona famiglia, modi gentili e il carisma di un centrotavola (di quelli belli però), Micari ha esordito riproponendo il Ponte sullo Stretto perché “il corridoio che porta in Europa passa attraverso la realizzazione del Ponte, che in quest’ottica diventa un’opera fondamentale e strategica”. Dunque ha proposto il Ponte anche come simbolo della sinistra, rubandolo al più grande alabardiere del progetto (Silvio l’Immortale) e andando contro tutta la sinistra precedente. Rita Borsellino ne denunciava infatti “l’impatto devastante sul territorio”, Anna Finocchiaro diceva che il Ponte era “il caviale” mentre “il pane” erano “le strade e le ferrovie”. Rosario Crocetta, nel 2012, poi, affermava che “il Ponte sullo Stretto non può diventare una promessa elettorale. Senza soldi e progetti è irrealizzabile”. Ma cambiare idea è sinonimo di intelligenza, no? O era il contrario, me ne dimentico sempre.

Comunque, ha deciso di fare uno degli interventi conclusivi della propria compagna elettorale alla fine della messa nella parrocchia di Maria Santissima delle Grazie. Vi risparmio la battuta, e anche l’imprecazione.

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Claudio Fava

Poi c’è Claudio Fava: sessant’anni, è il candidato dell’area di sinistra che ha scelto di non coalizzarsi con il Partito Democratico. È deputato della Repubblica e la lista che lo sostiene si chiama “Claudio Fava presidente – Cento Passi per la Sicilia”, appoggiata da Articolo 1-Mdp, Sinistra Italiana, Possibile e Verdi. Figlio di Giuseppe Fava, giornalista e scrittore ucciso da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984 a Catania (chiunque voglia capire qualcosa della Sicilia non può prescindere dalla lettura della raccolta di suoi articoli intitolata Processo alla Sicilia), Claudio Fava rappresenta l’antimafia più nobile, di nuovo sotto scorta per le minacce dal clan Ercolano.

Oltre a rischiar di essere una candidatura-simbolo e poco più, però, ha il grosso problema di parere motivata più dal desiderio di gareggiare contro il Pd e prendere un voto in più del suo candidato, che dall’aspirazione a governare la Sicilia. Gli è toccato pure accompagnarsi in comizio a D’Alema, che proprio non riesce a sottrarsi dalla dipendenza a singolar tenzone con qualunque cosa o persona che non sia lui. Proprio il l’ex leader Maximum ha sottolineato che la Sicilia in questa gara c’entra poco.

I momenti più elettrizzanti della sua campagna elettorale sono stati quello con Musumeci, su chi fosse più antimafia dell’altro, e con Cancelleri riguardo chi avesse rubato a chi lo slogan “I giovani non sono il nostro futuro, sono il nostro presente”. Per non parlare della polemica sul nome della lista e sul suo riferimento, o presunto tale, a Peppino Impastato.

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Ciò che rende tutto questo più che demoralizzante è che della Sicilia pare importi poco a tutti. Il tema Sicilia è stato lasciato fuori dalla corsa per il suo governo. Sui palchetti dei comizi si è alternata una politica sbraitante e vecchia, logora, senza idee, lontana anche dal volerle formulare; una politica che non può neanche esser definita gattopardesca, perché le conferiremmo una capacità pianificatrice che non le appartiene neanche per sbaglio.

Mai come questa volta l’epiteto “Laboratorio politico” è stato più azzeccato: la Sicilia è stata il banco da lavoro di scarsi apprendisti alchimisti, tutti presi dal disperato tentativo di predire il futuro scenario delle elezioni nazionali 2018. Non a caso il PD e Alfano corrono insieme (ogni volta che ci penso spero di essere Will impossessato dallo Shadow Monster, ma non vedo nessuna Eleven capace di salvarmi), parti del Mdp fanno gli occhi dolci ai 5stelle, e il centrodestra si è ritrovato tutt’a un tratto unito come ai vecchi tempi.

Ed è proprio dentro questa meravigliosa unione che ho trovato l’unica scintilla di gioia e bellezza. Infatti, mentre Highlander Silvio elencava i futuri Ministri del futuro Governo di Destra davanti alla stracolma platea del Politeama di Palermo – a ribadire quanto poco interessi a chiunque questa elezione regionale – un uomo solo decideva di affrontare la più ardua delle avventure: l’attraversamento della Sicilia utilizzando i treni e gli autobus. Quell’uomo è Matteo Salvini.

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Fresco dell’eliminazione del “Nord” nel simbolo della sua Lega, l’impavido ha deciso di lanciarsi in questa epica traversata, accostandosi ai grandi conquistatori succedutisi alle pendici dell’Etna.

“A me piace conoscere le cose, non solo leggerle su Internet. E in Sicilia faremo anche i comizi in piazza, all’antica. Quello che gli altri non fanno più. Se vuoi vincere le elezioni nazionali non puoi prescindere dalla Sicilia,” ha detto in un’intervista il leader del Carroccio.

Salvini è partito da Trapani per arrivare ad Agrigento (poco più di 150 km in linea d’aria), e ha scoperto così una cosa terrificante “Ci vogliono nove ore per arrivare da Trapani ad Agrigento. È una follia,” ha esclamato. “Mi dicevano che cavolo fai nove ore in treno? Ma è quella l’unica soluzione per andare da Trapani ad Agrigento o magari a Ragusa. Se sei siciliano ti tocca fare questo. Ma ci rendiamo conto che la Sicilia non può andare avanti spostandosi a gasolio?”.

Ecco cosa mi rincuora, che nel 2017 ci sia ancora la possibilità di regalare stupore e sorpresa a qualcuno, che nonostante le ferrovie siciliane siano le stesse dall’Unità d’Italia, che su 1209km di ferrovia solo 178 siano a doppio binario e 578km non siano elettrificati (e quindi vi viaggiano solo treni diesel), ancora qualcuno possa stupirsi. Ma non è tutto. Il leader leghista si è spinto fino a Favara, un comune in provincia di Agrigento, e lì ha fatto un’altra scoperta che ha dell’incredibile: “Nel 2017 quando apri il rubinetto dell’acqua hai diritto che esca acqua, anche perché paghi una delle tariffe più care d’Italia” – ha detto, constatando che non c’era acqua corrente. E dire che è così da sempre. E addirittura solo qualche mese fa si parlava sui giornali di “Emergenza Idrica“, e i telegiornali mostravano la gente che si lavava per strada.

E allora penso: c’è speranza anche per noi, la speranza di toccare con mano che al peggio non c’è mai fine.

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