Leopold von Sacher-Masoch è nato a Leopoli il 27 gennaio 1836 e morto a Lindheim il 9 marzo 1895. Scrittore, nel 1870 pubblica Venere in pelliccia, romanzo erotico che fa parte della raccolta L’eredità di Caino. Il romanzo narra dello scrittore Severin e del suo incontro con Wanda von Dunajew, giovane vedova ricca, bella e smaliziata. Totalmente in balia della donna e della sua filosofia di vita tutta dedita alla ricerca del piacere e del godimento, Severin decide di proporle un contratto che lo renda suo schiavo. In questo modo potrà servila da dea quale ella ai suoi occhi è.

Il romanzo è largamente autoreferenziale. A rendere davvero immortale quel birichino di Sacher-Masoch fu lo psichiatra tedesco Richard von Krafft-Ebing, attraverso la sua più nota opera: Psychopathia sexualis (Stoccarda 1886). È così che vede la luce il termine Masochismus, che Kraft-ebing conia proprio sul nome del romanziere con la fissa per le frustate. Quando si parla di patologie legate alla psiche non può mancare inoltre un riferimento a Sigmund Freud, che del masochismo distingue tre forme: erogeno, femminile, morale. Quest’ultimo è il più noto e si esprime in comportamenti in cui il soggetto assume costantemente il ruolo di vittima. Insomma, deve soffrire.

Pier Luigi Bersani è nato a Bettola nel 1951 e, oltre a essere protagonista di una famosa imitazione e un grande amante della metafora, è anche un politico italiano. Anzi, agli albori della sua carriera nell’agone politico era anche uno bravo. Si è distinto fra il 1993 e il 1996 come avveduto Presidente della Regione Emilia-Romagna: ha regalato alla sua regione la nuova disciplina sullo smaltimento dei rifiuti a tutela della salute, la ricerca delle migliori garanzie di protezione dell’ambiente e la nuova normativa regionale per l’assistenza domiciliare per i pazienti terminali. Si è distinto anche come Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato nei governi Prodi I e D’Alema I: è infatti a lui che si deve il tentativo — riuscito purtroppo solo in parte — di liberalizzare l’economia italiana.

Poi però arriva il 25 ottobre 2009, e i primi segnali di inclinazione all’auto-castrazione politica si manifestano. Battendo il segretario uscente Dario Franceschini e il senatore Ignazio Marino, Bersani vince le primarie e diventa segretario nazionale del Partito Democratico. Una vittoria sì, ma anche il vero inizio della fine. Bersani vota la sua segreteria all’unione dei valori cattolico-popolari con quelli del socialismo democratico e della socialdemocrazia: questo significa che inizia a cercare alleanze dappertutto, da Di Pietro a Casini, da Ferrero a Pannella, da Diliberto a Cesa.

Il chiaro sorgere di una sua propensione al masochismo ha però una data ben precisa: il 12 novembre 2011. Mentre l’Italia impara il termine spread e i giornali danno ormai per imminente la bancarotta per l’Italia e per l’euro, Silvio Berlusconi rassegna le sue dimissioni. È travolto dagli scandali: la folla prima innamorata ora chiede la galera. Si parla della fine di un’era. Se si andasse alle elezioni il Pd vincerebbe a mani basse, eppure, anziché chiedere elezioni immediate e incassare una vittoria sicura, Bersani e il partito si immolano. In un‘intervento alla Camera il segretario ostenta tutto il suo autolesionismo, dicendo che “il Pd non privilegia alcun istinto di partito ma ha il solo obiettivo di far uscire l’Italia dalla crisi”. Ma sì, “continuiamo così, facciamoci del male”, perché dare il colpo di grazia a un Berlusconi elettoralmente in fin di vita? Perché vincere, finalmente, un’elezione? No, sosteniamo quella sciagura tecnica del governo Monti.

Ai posteri restano così un governo – appoggiato anche dal Pd con Bersani che nel suo intervento alla Camera assicura: “Voteremo la fiducia senza giri di parole, asticelle, paletti, termini temporali” – che partorisce una riforma delle pensioni col principale merito di aver creato l’italica specie degli esodati, le lacrime del Ministro che l’ha promossa e il totale fallimento delle liberalizzazioni. Per quanto riguarda il centrosinistra, invece, quello del 2011-13 è passato alla storia come il biennio che ha consumato la sinistra italiana.

Il 2 dicembre 2012, al secondo turno, Bersani vince le primarie per diventare rappresentante di coalizione, battendo anche il rottamatore fiorentino Matteo Renzi. In quel momento i sondaggi danno lo schieramento prossimo al 40% dei consensi.

Tutto sembra finalmente pronto per un governo Pd. E invece no: quell’irrefrenabile necessità di farsi vittima sacrificale è più forte di tutto. Non era bastata l’infinita tristezza dei manifesti in bianco e nero del 2010 con slogan come “La pazienza è finita. Rimbocchiamoci le maniche”. Per la campagna elettorale 2013 si opta per il faccione sorridente del Segretario del Pd candidato ufficiale della coalizione di centrosinistra Italia Bene Comune alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Bello grande, su sfondo grigio – geniale, davvero. Accanto, in bianco e tutto in maiuscolo, lo slogan: “L’Italia giusta”. Ma non ci si può mica fermare qui: la campagna elettorale raggiunge il massimo con il celeberrimo “Lo smacchiamo”, cantato e coreografato della redazione della web-tv del partito. Faccio molta difficoltà ad allontanare questo video dalla performance della direttrice della filiale di Castiglione delle Stiviere di Intesa San Paolo. Davvero, se non è masochismo questo non saprei come definirlo. Anche perché, nel frattempo, il giaguaro Silvio Berlusconi scala la cima dei sondaggi umiliando in diretta tv Santoro e Travaglio, mai come in quella occasione con la coda fra le gambe.

E così, a febbraio 2013, la coalizione resta attorno al 30%. Il Pd guidato dallo smacchiatore riesce a perdere tre milioni e mezzo di voti rispetto al già disastroso risultato di Veltroni del 2008. Berlusconi addirittura rischia di vincere. Ma soprattutto si decreta il via libera per il Movimento 5 Stelle e l’autodistruzione di Bersani raggiunge il suo climax. Per più di un mese è costretto a vagare come un’anima in pena fra partiti e Quirinale alla ricerca di un’intesa di massima e per “non ostacolare” la partenza dell’esecutivo. Non contento, accetta di trasmettere l’incontro con i 5 Stelle in diretta streaming. Bersani viene addirittura trattato con sufficienza da Vito Crimi e Roberta Lombardi – cioè, Crimi e Lombardi, non proprio Almirante e Craxi. Due cittadini che in virtù del regolamento interno dei 5 Stelle – che prevede la rotazione trimestrale della carica di presidente dei gruppi parlamentari di Camera e Senato – in sostanza si trovavano lì “per caso”.

È la fine di tutto.  Il 28 marzo in conferenza stampa al Quirinale comunica che il mandato esplorativo ha avuto esiti non risolutivi e rimette lo stesso mandato nelle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La volontà di farsi del male è incontenibile e Bersani riesce a perdere anche la partita sull’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Le sue proposte di candidatura al Colle – l’ex senatore Franco Marini e Romano Prodi – vengono bocciate (la carica dei 101 franchi tiratori). Dopo la rielezione di Napolitano (prima volta nella storia) Pier Luigi da Bettola si dimette da segretario del Pd.

Il 28 aprile Enrico Letta diventa presidente del Consiglio con un governo di larghe intese.

Il resto è tutta una storia di scaramucce con l’odiato Renzi. Confronti in cui Bersani arriva addirittura a ostentare la sua tendenza all’autodistruzione. “Renzi governa con i miei voti”, tuona. L’amara verità, per quanto ci si voglia girare intorno però è che con i suoi voti l’ex segretario non è riuscito a formare un governo: c’ha provato, sì, ma non c’è andato manco vicino, purtroppo.

Eppure la voglia di soffrire dell’ex chierichetto ateo si manifesta in maniera esplosiva proprio con coloro che più di tutti negli anni lo hanno preso in giro: i 5 Stelle.

In vista delle prossime elezioni del 4 marzo, Bersani, che ha lasciato il Pd dando vita a Articolo 1 Movimento Democratico e Progressista (MDP), insieme fra gli altri a Massimo D’Alema, ha più volte sostenuto di aver preso in considerazione possibili alleanze con il partito di Di Maio e colleghi. Ha anche scherzato sul passato: “Magari stavolta lo chiederei io lo streaming”. Indubbiamente l’ennesimo attacco di autolesionismo. Era scontato che Di Maio gli sbattesse una volta di più la porta in faccia. E come se non bastasse, intervistato da Radio Radicale proprio sul rifiuto di Di Maio, ha pure insistito. “Di Maio dovrà pur parlare con qualcuno. Se vuol parlare con noi verrà con un po’ più di antifascismo, con una ripensamento sullo ius soli e così via. Perché con meno di questo noi non parliamo. Siamo pronti, partendo ovviamente dal centrosinistra, a confrontarci anche con i Cinquestelle”.

No Bersani, no! Sono loro che non vogliono confrontarsi con te, non hanno alcuna intenzione di venirti a parlare. Perché devi continuare a farti del male, perché?

Alla fine di Venere in pelliccia il protagonista viene “guarito” grazie alla frustata ricevuta da un terzo, arrivando a dichiarare “Chiunque permetta lui stesso di essere frustato, merita di essere frustato”. Ecco, per favore: qualcuno salvi Bersani da se stesso.

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