Ci sono volte in cui proprio non ce la faccio. Me lo ripeto come un mantra: “ognuno ha i suoi gusti”. Uno di quei concetti facili che ti insegnano da bambino, subito dopo il “non accettare caramelle dagli sconosciuti”.

Il fatto però, purtroppo, è che cinema e serialità vivono nel limbo della soggettività, dove il gusto di mia madre (una donna che mangia solo dolci e che non ha mai completamente chiuso con la sua fase sessantottina) vale tanto quanto il mio. Si possono tirare fuori libri di critica semiologica, saggi e una dialettica di Cristo, ma una volta che la discussione arriva all’”a me piace”, allora, non si può dire più nulla. Patta. Non vale più niente, o meglio, vale tutto. Una cosa che mi manda fuori di testa. Perché non può essere come il calcio, dove la gente si veste con gli stessi colori e si mena per la squadra del cuore? Se anche tu, come me, sei un fan di Nolan, vestiamoci tutti uguali e andiamo a menare quelli che davanti a Inception storcono il naso.

Visto che gli ultras non piacciono a nessuno, mi trattengo: evito di andare al cinema per non sentire i commenti a film finito, non condivido le mie serate su Netflix e se si tocca l’argomento “serie” al bar cerco di cambiare discorso, piuttosto parlo di taglio e cucito. Ci sono però volte in cui non ce la faccio proprio, tipo quando viene chiamato in causa The Tree of Life di Terrence Malick. Appena qualcuno ne parla male mi si chiude la vena, mi girano che manco mi avessero offeso la già citata mamma. Se non ti piace The Tree of Life, semplicemente, non capisci un cazzo.

Per le serie, invece, il confronto è più semplice e non ci vuole molto per mettere in ordine le cinque migliori mai fatte. Diversi siti propongono infinite liste e – non credo di rovinarvi la sorpresa – Sopranos, Breaking Bad, The Wire e Game of Thrones ci sono sempre. Non che ci voglia molto: le conosciamo un po’ tutti e la cassa di risonanza mediatica le ha fatte amare anche a chi schifava il fantasy fino all’altro ieri. Games of Thrones non è fantasy, è molto di più! ti dicono insistendo e menandotela con Jon Snow. Secondo me è proprio un fantasy. Bello eh, per carità, ma fantasy. Da Lost in poi la scelta di che cosa guardare è esplosa, ma in questa deflagrazione sono andati persi diversi cocci, che trovate di seguito.

5. TELL ME YOU LOVE ME (HBO, 2007) – UNA STAGIONE, 10 EPISODI

È successo, credo da Girls di Lena Dunham in poi, che non si potesse più parlare di coppie o di persone innamorate senza dover necessariamente affrontare un discorso sociologico. La figura femminile nel racconto seriale ha subito un’evoluzione catastrofica che, dall’antenata Carrie Bradshaw in poi, l’ha portata a essere quell’insieme di nevrosi “so ‘00” che ormai tutti conosciamo e un po’ disprezziamo. Ci volevano i rotolini di Lena Dunham che si aggira nuda per il suo appartamento di Brooklyn per emancipare le Millennial. Passando per Girls siamo arrivati a Crazy ex-girlfriend, Love, Love Sick, New Girl e a tutte le altre declinazioni di titolo che includano le parole “girl” e “love”. Onestamente non se ne può più di uomini nerd con sciarpe di lana, di sfigati che balbettano e di ragazze che si dividono in lesbiche o in avvocatesse di colore.

Eppure c’era un’epoca primigenia in cui un racconto di coppia era semplicemente un racconto di amore. Tell me you love me è esattamente questo. La storia di tre coppie, legate tra loro solo dalla frequentazione della stessa psicologa, con i loro piccoli problemi e le loro idiosincrasie quotidiane. C’è dentro un sacco di sesso perché, si sa, a HBO le scene explicit piacciono, tant’è che qui si vedono addirittura le penetrazioni. Niente musica, stile documentaristico, versione ripulita di Dogma e intrecci non significanti, ma solo emozionali. A riguardarlo adesso può anche risultare noioso: non ci sono draghi che distruggono castelli, per intenderci. Eppure, ancora oggi, quelle sembrano proprio coppie normali, che parlano come potremmo parlare noi, incastrate in una vita o in una relazione di cui cercano disperatamente di capire il senso, senza implicazioni generali sullo stato sociale e culturale del nostro tempo.

4. THE GIRLFRIEND EXPERIENCE (STARZ, 2016) – UNA STAGIONE, 13 EPISODI

Passiamo dallo stile finto-documentaristico tutto contenuto al cool per eccellenza. The Girlfriend Experience, più che una serie drama, sembra un trattato visivo di architettura, un saggio di filosofia esistenziale raccontato attraverso il corpo nudo e violato di una ragazza affascinante. Certo, l’ho seguita perché la protagonista è di una bellezza da star male e sì, per il particolare talento che dimostra nel masturbarsi in slow-motion, ma l’eleganza usata nel raccontare le vicende di Christine è tanto mirabile quanto funzionale a rendere il vuoto emotivo ed etico della trama. Studentessa di legge, si ritrova senza soldi e decide di fare l’escort di fascia alta. Sembra la trama di un porno, ma è molto di più. È il ritratto, senza compromessi, di un’assenza.

C’erano una volta le Donne in carriera Melanie Griffith e Sigourney Weaver. C’era un significato nel tentativo di scalata gerarchica di Melanie Griffith. Erano gli anni ‘80, il mondo degli yuppie era dietro l’angolo ed essere in cima alla catena alimentare significava davvero qualcosa. Per Christine, invece, salire le scale, a livello economico, sociale ed emotivo, significa solo muoversi in ambienti sempre più vuoti e desolati. Lo confesso, la trama è davvero esile e quando si prova a dare una svolta thrilling il risultato non è niente di che. Eppure. Eppure c’è qualcosa che alcune generazioni che vivono in questo mondo e conoscono qualcosa come l’impotenza e la mancata auto-affermazione, possono ritrovare nella serie. E poi c’è Riley Keough. Nuda. Tipo sempre.

3. I LOVE DICK (AMAZON VIDEO, 2017) – UNA STAGIONE, 8 EPISODI

Questa ho appena finito di guardarla, dunque potrei sbagliarmi. L’ho divorata in una mattinata, in maniera compulsiva. Rientriamo nei territori di cui sopra, con una donna protagonista, figlia della Lena Dunham di Girls e di anni in cui la figura femminile, per colpa di noi maschi inconcludenti, paranoici e spesso inutili, non sa bene che ruolo assumere nella società e come porsi nei confronti dei traumi storici che la tormentano dagli anni Sessanta in poi. La serie è tratta da un libro omonimo di Chris Kraus, pubblicato nel 1997, che quasi nessuno ha calcolato quando è uscito, ma che con il tempo è diventato di culto, per quanto non famoso.

A differenza del testo, la serie, calata nei giorni nostri, è ambientata in Texas e nei suoi paesaggi lunari, protagonisti quanto i personaggi. Non è facile essere artisti nella piccola Marfa – che io sappia in Texas ci sono solo tori e ragazzi con problemi a essere accettati dai propri padri –, eppure Dick ci riesce: un Kevin Bacon da non far vedere alla propria ragazza, passato dal produrre opere scultoree gigantesche all’inventarsi una fondazione che a Marfa gli artisti li invita. Come Sylvére, un grande Griffin Dunne, marito della protagonista Chris, regista newyorchese fallita. Sylvére, più di 50 anni, è tutto testa e niente panza, mentre Chris è giovane e confusa e quando vede Kevin Bacon, ovviamente, perde la testa. Così inizia a scrivergli lettere che iniziano tutte con “Dear Dick”: per la peculiarità del nome della persona a cui sono rivolte diventano più lettere sull’amore, che lettere d’amore. Richieste strazianti di attenzione e significato, piccole poesie malinconiche di una donna che si sente sola e irrealizzata, che ci portano anche a riflettere su cosa significhi essere un’autrice o un’artista donna oggi. Tutto sembra leggero e divertente, ma a guardarla bene ci si sente come dopo aver visto Il Laureato, con quel finale violento, che non si capisce come ci si dovrebbe comportare oggi quando ci si innamora.

2. TOGETHERNESS (HBO, 2016) – DUE STAGIONI, 16 EPISODI

Arrivati a questo secondo posto, ormai, lo avrete capito: mi piace quando la vita vera filtra dentro le storie raccontate in televisione. Questo non vuol dire che il tema trattato debba essere realistico, ma l’esistenza è fatta in gran parte di relazioni e sono proprio queste che dovrebbero interessarci. Nessuna serie negli ultimi cinque anni ha saputo racconta le relazioni famigliari, di amicizia e d’amore con la tenerezza con cui riescono a farlo i fratelli Duplas in Togetherness. Purtroppo la serie è stata chiusa dopo un paio stagioni e i registi e sceneggiatori, sapendolo con anticipo, hanno cercato di dare un senso conclusivo alle vicende. È sempre un peccato quando questo accade, perché è come trovarsi pronti alla prova costume dopo le vacanze di Natale. Motivo per cui, tra le due, è la prima stagione a meritarsi il posizionamento.

Un uomo e una donna sposati, felici, con un bambino. Lei ha una sorella troppo estroversa, che ancora non sa cosa fare dei suoi quarant’anni, mentre lui ha per amico un attore di talento, ma solo per ruoli di seconda linea. Per motivi economici i cinque si ritrovano a vivere insieme e poi la vita succede, tra incontri, incomprensioni, silenzi. La scena conclusiva, sulle note di James Blake, vede il marito innamorato che viaggia in auto verso una moglie che con tutta la timidezza del mondo sta compiendo il suo primo tradimento. Una scena a cui a volte mi ritrovo a pensare senza motivo e che mi è rimasta lì, in fondo agli occhi. Penso che davvero la vita sia fatta di momenti come questo e quando me li ritrovo in una serie penso che sia veramente riuscita.

1. SOUTHCLIFFE  (CHANNEL 4, 2013) – UNA STAGIONE, 4 EPISODI

Persone invisibili che vivono in posti anonimi e grigi e che si ritrovano faccia a faccia con l’oscurità più cupa che ci sia. Ormai siamo buoni tutti a parlare delle serie inglesi e a dire che son meglio di quelle americane. Ci riempiamo la bocca con Broadchurch, Happy Valley e The Fall e con il miglior crime. Ma Southcliffe. Oh, Southcliffe.

La serie comincia con una signora che, immersa nella nebbia, sta potando le rose. Si sente uno sparo. Lei alza la testa, poi si tocca la pancia: c’è del sangue. Sta morendo e non lo capisce. Subito dopo un giornalista, incorniciato nel classico stand-up da servizio di telegiornale, racconta di una sparatoria di massa, una carneficina: sedici vittime. Dice che quella di Southcliffe è gente per bene, good folks. Poi esita. “Ma è vero?”, si chiede. “Perché io non me li ricordo così”. SBAM.

Southcliffe racconta le vite degli abitanti di un piccolo paese inventato del Kent, sconvolto dagli omicidi di un lone gunner; un uomo, Steven, che tutti prendono per il culo fino alla sera prima di quella mattina in cui si sveglia, imbraccia un fucile e inizia ad ammazzare. In maniera non troppo casuale. La linea narrativa si sposta avanti e indietro nel tempo e persone che hai appena visto morte te le ritrovi nella scena successiva, vive e vegete. Neanche per un attimo la trama segue la linea del “chi è l’assassino”, perché quello lo si capisce fin da subito. Piuttosto si occupa di “chi è veramente l’assassino e chi siamo noi, posti di fronte alla morte?”.

Uno dei protagonisti è un uomo da poco, un impiegato che tradisce ripetutamente la compagna. “Hai tutto e lo stai buttando nel cesso”, gli dice suo fratello, compresa una figlia che gli fa le linguacce mentre lui si taglia la barba. Sembra davvero non mancargli nulla, eppure non riesce a smettere di scoparsi quest’altra ragazza. In una mattina come tutte le altre l’uomo da niente, reduce da una partita di calcetto, sta andando a trovare la sua amante. Si ferma a un posto di blocco, dove è in corso una sparatoria in cui sua moglie e sua figlia rimangono coinvolte: una casualty, come in guerra. Nella scena successiva l’uomo da niente è al pub con gli amici, stanno cantando a squarciagola Champagne Supernova degli Oasis. Pensi sia il solito flashback, poi ti accorgi che le gambe gli tremano. La birra gli scivola di mano e lui inizia a colpirsi, a farsi del male e solo il fratello riesce a fermarlo. But you and I will never die. The world’s still spinning around we don’t know why Why-why-why-why-i-i. Il lutto. L’immagine del lutto più violenta e vera che io abbia visto negli ultimi anni – escludendo Manchester by the sea, ma quello è un film. Tutti a Southcliffe sono feriti, tutti sono rotti dentro e non c’è salvezza, mai. Come nella morte, nella vita vera.

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