I cinque migliori documentari da vedere su Netflix - The Vision

I documentari sono degli oggetti bizzarri. Nei miei orribili anni di formazione bolognese ho provato tantissimo odio. Odiare a Bologna nei primi duemila era di estrema facilità. Disprezzavo i miei insegnanti di università con le loro toppe in felpa grigia sui gomiti che si presentavano a lezione con le spille di Paperino alla ricerca di un cenno di simpatia/comprensione da parte nostra, odiavo i parcheggiati trentenni che venivano a lezione solo per occupare le nostre sedie costringendoci a sederci a terra dove, di solito, pisciavano i cani dell’altra tipologia di “studenti” che odiavo. E se ve lo state chiedendo, sì, mi sono fatto venire un’ulcera. In questo tripudio di odio c’erano due categorie che vincevano la mia personalissima competizione a “chi mi fa più schifo”: quelli di Dams Teatro, e le ragazze che, mentre bevevano una Moretti sgasata, ti dicevano “sto lavorando al mio documentario”. Quelli di teatro perché trattavano noi di cinema come degli scemi (avevano ragione?) e le altre perché, semplicemente, non le capivo. Un documentario? Su cosa? Su mia nonna. Ma dai, è famosa? Ha fatto qualcosa di speciale? Ha cresciuto me. Ah, ok.

Credo sia quindi più che giustificata questa mia iniziale avversione al documentario che, oltre a ricordarmi anni della mia vita che dimenticherei volentieri, mi rimandava a una categoria di persone sempre un po’ radical chic e sempre un po’ troppo artiste – perché no, la storia di vostra nonna non è mai interessante. Se Dio vuole un paio di cose le ho imparate finita l’Università e ora, ironia della sorte, mi ritrovo a lavorare proprio con i documentari. Continuo, però, a pensare che siano oggetti bizzarri. Vivono in quello strano e complesso territorio che è l’organizzazione della vita secondo le regole della narrativa. Lo sappiamo tutti, la vita è noiosa. Almeno per il 95% del tempo. I fatti straordinari, quelli che vale la pena raccontare, sono pochi, pochissimi. Per questo i film funzionano, perché non hanno niente a che fare con la vita. Anzi, sono “la vita con le parti noiose tagliate”. Il documentario, invece, di vita vera parla e, quando riesce a farlo con maestria, raggiunge una forma d’arte, credo, molto più alta di quella della fiction. I migliori documentari sono quelli in cui ci si scorda di stare guardando il reale e si rimane intrappolati nella storia. Solo alla fine ti rendi conto che quell’uomo dilaniato da un grizzly è morto veramente, che quel minuscolo indonesiano ha veramente ucciso tutte quelle persone, che davvero quell’orca si è mangiata delle persone.

Veniamo quindi a noi e alla nostra top five: i migliori 5 documentari da vedere su Netflix, 2017. Alcune premesse. Io vedo solo il Netflix italiano. Non ho voglia di farmi la sbatta di cambiare l’ip. Non ho incluso in questo elenco le serie documentaristiche, altrimenti Chef’s table e Planet Earth sarebbero state rispettivamente al secondo e primo posto. Un’ultima cosa: lo sappiamo tutti che Werner Herzog è bravo e che quando esce un suo nuovo documentario c’è sempre qualcuno – il giorno dopo, in ufficio, a lezione, alla cassa del mercato – che ne parla in estasi, utilizzando spesso parole che io non conosco, ma a me Werner non piace più di tanto. Ecco l’ho detto. Quindi nella mia lista Werner non lo troverete.

5 – BE HERE NOW (2015)

Andy Whitfield aveva tutto. Attore emergente in Australia, viene ingaggiato per il ruolo da protagonista di Spartaco in Spartacus, serie originale di Starz. La serie fa il botto. Andy diventa famoso. Si sposa con la donna che ha sempre amato e fanno due figli, un maschio e una femmina. Poi la diagnosi: linfoma di Hodgkin. Proprio Andy, proprio lui con questo fisico asciutto, perfetto, scultoreo. Per lasciare qualcosa ai suoi figli, per motivare altri nelle sue condizioni e per testimoniare la sua guarigione, Andy decide di dare libero accesso alla sua vita alla filmmaker Lilibet Foster. Il risultato sono tante bestemmie. Come quelle che ho tirato io la sera che, per caso, ho deciso di guardare questo documentario. Non si può, non dovrebbero permettere la realizzazione di un film così triste. Si vede tutto del lento declino di Andy verso la morte. Perché no, non ce la fa, ve lo dico subito. Ma non c’è neanche un momento in cui si possa veramente pensare che possa guarire. E accanto a lui questa donna normalissima, in tutta la sua fragilità, in tutto lo splendore di quando noi umani siamo costretti a superare il limite delle nostre paure. Dio solo sa quanto ho pianto quella sera (e quante analisi mi sono fatto il giorno dopo). Eppure non è una visione morbosa, è una visione dolce e nella sofferenza di Andy ci si ritrova qualcosa di delicato e giusto.

Forse ci sono altri documentari che meriterebbero di più questa quinta posizione, ma se come me pensate che vedere un film debba essere sempre e comunque un’esperienza, allora Be Here Now è una di quelle esperienze che vanno fatte. Se non altro perché scoprirete la quantità massima di lacrime che riuscite a secernere in meno di due ore.

4 – WEINER (2016)

La storia del fallimento di un politico democratico nella corsa a sindaco di New York nel 2013. O, per meglio dire, come un uomo che potenzialmente poteva avere tutto si ritrovi senza niente perché non riesce a non mandare in giro foto del suo grosso pisello. Proprio così. Anthony Weiner era un promettente congressman, uno degli più giovani iscritti nelle file del partito democratico. Poi, nel 2011, lo scandalo. Come piace agli americani da Clinton in poi. Weiner manda foto del suo pene all’account Twitter di una sua follower. Il fatto è che Anthony è sposato con una donna bellissima e potentissima, l’afroamericana Huma Abedin – che, niente niente, è quella che, neanche cinque anni dopo, organizza la (fallimentare) campagna presidenziale di Hilary Clinton. Tutto torna. Dopo aver ammesso il sexting con più di sei ragazze, Anthony è costretto a ritirarsi dal Congresso. Ma lui è uno che non si arrende facilmente e infatti, pochi anni dopo, lo ritroviamo che concorre per la carica di sindaco di New York. Il documentario segue la sua campagna politica, e c’è un momento in cui credi veramente che ce la possa fare. Purtroppo quando a uno piace spedire le foto del proprio weiner (ironia della sorte “weiner” in inglese si può tradurre sia con “pistolino” che con “mezzasega”) non è facile smettere. E così Anthony ci ricasca. E sua moglie sempre lì accanto, a supportarlo. Anche questo, come il precedente, è il ritratto affascinante e super emotivo di un uomo che perde tutto e e di una moglie che non si arrende. Perché dietro a ogni grande uomo… ah no. Finite le riprese del doc, la moglie di Weiner ha chiesto il divorzio.

3 – CARTEL LAND (2015)

La prima cosa che mi viene da dire, per riprendere il discorso iniziale tra finzione e realtà è: smettete subito di vedervi Narcos e guardate Cartel Land. I vari Traffic e Sicario, per quanto capolavori, non possono nulla contro il racconto reale della guerra di confine che si combatte contro il Cartello della droga messicano. Il confine USA-Messico divide anche le due linee narrative del documentario. Da una parte la storia di Tim “Nailer” Foley, il leader degli Arizona Border Recon, un gruppo di disadattati, molto americani, che hanno deciso di difendere con le proprie mani (e i propri fucili a pompa) il confine americano dagli immigrati messicani che introducono droga in America; dall’altra il Dr José Mireles che forma un gruppo di difesa autonoma contro il Cartello. Il problema è che questo gruppo diventa, giorno dopo giorno, un piccolo esercito armato che spara e saccheggia proprio come i mercanti di droga. Cartel Land è una storia senza speranza, senza redenzione, senza nessuna promessa di lieto fine. Abituati a vedere come i buoni vincono sui cattivi, nelle stesse identiche storie, con le medesime location e i medesimi conflitti, rimaniamo spiazzati di fronte a quanto cruda e diversa sia la realtà.

2 – THE IMPOSTER (2012)

Lo so, è una scelta un po’ scontata, però siamo onesti: questo è uno di quei documentari che spinge il limite della narrazione del reale un passo più avanti. Solo un documentario poteva raccontare la storia di Frederic Bourdin. In un film drammatico, quella stessa vicenda sarebbe risultata eccessiva. Da sceneggiatore avrei detto: è troppo, lo spettatore non ci crederà mai. I manuali di scrittura dicono che nei film ci si può giocare al massimo una coincidenza. Una. Ma in questo film l’intera trama è una coincidenza. Un ragazzo, Frederic, con problemi di identità, scappa dalla Francia e vaga per l’Europa. Quando viene fermato dalla polizia in Spagna riesce, con uno stratagemma, a scoprire che un ragazzo texano è scomparso qualche anno prima. L’impostore decide di appropriarsi della sua identità. Il fatto è che Frederic non assomiglia per niente a questo Nicholas Barclay. Gli occhi sono di un colore diverso, per capirci. Eppure, quando la famiglia texana lo viene a prendere, sembra accoglierlo e riconoscerlo come il figlio scomparso fin dal primo momento. Per una volta non voglio rovinarvi la trama, ma vi assicuro che in questo documentario più che mai vale la formula: niente è quello che sembra. Due paroline sulla regia di Bart Layton. Tutte le interviste ai protagonisti sono girate in modo classico: in ambienti contestualizzati, con sguardo a filo macchina. Tutte tranne quella di Frederic. Lui è ripreso frontale e il suo sguardo guarda direttamente in camera. Ci guarda, mentre ci racconta la sua storia. La macchina, nelle altre interviste, è leggermente più in alto o più in basso delle persone intervistate. In Frederic è ad altezza occhi. Inoltre, molte delle ricostruzioni sono girate con il punto di vista di Frederic. Insomma, Layton fa tutto quello che è in suo potere per permetterci di immedesimarci con il bad guy. E non è un vezzo stilistico. Senza, ripeto, volervi svelare nulla della trama, vi basti sapere che l’impostore è, alla fine, colui che viene ingannato. E l’unico modo per calarci completamente in questa storia era quello di farlo attraverso i suoi occhi.

1 – HOOP DREAMS (1994)

A guardarli bene, i quattro documentari scelti prima di questo, riflettono due tendenze ben precise del cinema documentaristico attuale. I primi due sono dei video-diari evoluti: focalizzano la loro attenzione su un personaggio e ce lo mostrano come, altrimenti, non avremmo mai potuto conoscerlo. Gli altri due invece utilizzano tecniche cinematografiche e stilemi di genere per farci immergere in storie contemporanee, collettive o personali. Hoop Dreams, invece, recupera un filone originale del documentario, quello observational, in cui la macchina da presa si inserisce in un microcosmo e lo racconta senza interferire in nessun modo, né stilistico né narrativo. Il microcosmo raccontato in Hoop Dreams è quello dei sobborghi di Chicago. Al centro della storia: ragazzi di colore che aspirano a giocare nell’NBA. Inizialmente può sembrare una storia sportiva, ma quello che si dipana, con ritmi lentissimi (il documentario dura tre ore) è la vita di periferia in una città con grandissimi problemi di criminalità. Se si va a vedere che fine hanno fatto i protagonisti del documentario si scoprirà su Wikipedia che due dei personaggi principali sono morti ammazzati. In un’epoca in cui i film di fiction e i documentari stanno collassando uno sull’altro (Dunkirk non è forse uno splendido documentario con effetti speciali?), Hoop Dreams è un primo posto di cui sono orgoglioso. L’impressione, una volta finito il documentario, è quella di aver vissuto per qualche ora nella vita di altre persone, in un mondo lontanissimo dal nostro, e di averlo fatto sbirciando da lontano, senza nessun giudizio, senza nessuna morale. E se il documentario è davvero il racconto del reale, allora questo è, senza ombra di dubbio, uno dei migliori documentari mai realizzati.

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