Le cinque migliori docu-serie che dovresti vedere - The Vision

Prima di essere un meme dalle ciniche battute in romanesco, Osho era un maestro spirituale, divenuto involontariamente centro di un vero e proprio culto nato in India e prosperato in tutto il mondo. Osho professava una via per l’illuminazione, l’elevazione spirituale che chiunque poteva raggiungere, tramite diverse tecniche, come ad esempio la meditazione, ma anche la cura dell’orto o il sesso libero. Era la fine degli anni Settanta: in Europa e soprattutto nell’America capitalista la spiritualità era un tema centrale della controcultura e del movimento Hippie, o di quel che ne rimaneva. Naturale quindi che molti occidentali abbiano intrapreso il viaggio nell’ashram di Osho, a Pune(vicino a Mumbai), alla ricerca del proprio io più profondo e di uno stile di vita alternativo. In quegli anni si arrivarono a contare oltre trentamila visite l’anno, eppure, per motivi ancora oggi non verificati, Osho decise di abbandonare l’ashram indiano. Un ranch sperduto nell’Oregon venne riconosciuto dalla sua segretaria personale, Ma Anand Sheela, come destinazione ideale per fondare una nuova grande comune, che sarebbe diventata una vera e propria città autarchica, Rajneeshpuram. È questo il punto di partenza della nuova docu-serie di Netflix Wild Wild Country.

Wild Wild Country è l’ennesimo esempio di ottima serie documentaristica prodotta da Netflix, perché tra i grandi meriti della piattaforma distributiva va sicuramente citato quello di aver dato nuova linfa, dignità e attenzione mediatica al genere seriale documentaristico, genere troppo spesso confinato al sottostimato limbo televisivo.

Confesso la mia ignoranza: io non ero mai andato oltre ai meme di Osho. Non conoscevo per nulla la sua vicenda giudiziaria, né la sua avventura americana, né tantomeno il suo pensiero o le trame politico-criminali che i suoi seguaci avevano ordito. La serie è raccontata tramite interviste a personaggi chiave coinvolte nei fatti dei primi anni ‘80, in primis a Sheela, scovata dopo anni di silenzio in Svizzera. La voce degli intervistati ci guida attraverso una quantità clamorosa di immagini di repertorio girate dagli stessi adepti del culto, i cosiddetti sannyasin, e dai telegiornali.  L’uso del materiale d’archivio in Wild Wild Country è semplicemente perfetto. Difficile dire in che modo siano riusciti a ottenere una corrispondenza così efficace fra il racconto attuale degli intervistati e il girato dell’epoca. Ancora una volta la chiave per la buona riuscita del documentario sta nella capacità degli autori di ottenere un accesso privilegiato agli intervistati e agli archivi e nello stile di narrazione in cui questi due elementi vengono organizzati. Quello che i documentaristi odierni hanno finalmente realizzato è che il linguaggio cinematografico può, e deve, essere applicato al racconto documentaristico. L’uso delle musiche, le lunghe e lente panoramiche sugli spazi selvaggi dell’Oregon, la costruzione dei personaggi che riesce ad applicare archetipi narrativi a persone reali, tutto in Wild Wild Country ha il sapore del miglior cinema. Ma è la realtà: niente di più, niente di meno.

Wild Wild Country
Wild Wild Country

Wild Wild Country

La paura che un prodotto eccellente come Wild Wild Country passi inosservato in un panorama dove, come dicevamo, il seriale documentaristico ha raggiunto nuove ed entusiasmanti vette qualitative, non è una paura infondata. Non è solo Netflix ad aver riscoperto questo genere. Tutti i broadcaster si sono accorti delle sue potenzialità. Ecco allora una rapida Top 5 delle migliori serie documentario prodotte negli ultimi anni.

OJ: MADE IN AMERICA   (8 episodi – ESPN – 2016)

30 for 30 è una serie di documentari da un’ora lanciati da ESPN, canale sportivo per eccellenza, in onore dei suoi 30 anni. 30 documentari affidati ad altrettanti filmmaker. Il concetto, dall’idea originale del 2007, è poi proseguito espandendosi e fino ad arrivare al terzo volume di 30 for 30, a cui si sono aggiunti 30 for 30 shorts, cortometraggi sportivi, e una serie dedicata ai mondiali del 2014. I documentari raccolti in 30 for 30 sono dei magnifici racconti sportivi narrati con eleganza e grazia, con un modo di raccontare lo sport che qui in Italia abbiamo intravisto solo grazie a Sfide, di Simona Ercolani. Se siete appassionati di basket non potete perdere il documentario su Allen Iverson (episodio 10, diretto dal regista di Hoop Dreams) e quello su Jordan giocatore di Baseball (episodio 18).

Poi, nel 2016, ESPN fa qualcosa di diverso. OJ: Made in America, diretto da Ezra Edelman, è una mini-serie di 8 episodi che affronta lo scandalo sportivo più famoso d’America: l’omicidio di Nicole Brown Simpson per mano di OJ Simpson, famoso giocatore di football e attore.

È strano perché lo stesso anno esce The People Vs OJ per FX, una serie drama appartenente all’antologia American Crime Story di Ryan Murphy, e quindi lo spettatore si è ritrovato a vedere da una parte Cuba Gooding Jr esibirsi nei panni di OJ e dall’altra le immagini dei tg dell’epoca con il vero OJ nel vero dramma della sua vita. Ma per quanto la serie di Murphy fosse valida non regge lontanamente il paragone con il documentario ESPN. Il racconto di Edelman è completo e vasto e ci trasporta non solo nei drammi privati di OJ ma anche in tutto quello che significava essere un celebre sportivo di colore negli anni Novanta in America, gli anni di Rodney King. OJ non era solo un giocatore dell’NFL, era un simbolo per gli afro-americani e l’omicidio di sua moglie fu molto di più che una “semplice” morte. Con la condanna a OJ, l’America si svegliava dall’ennesimo sogno di un suo figliol prodigo che dal nulla era riuscito ad essere qualcuno. E nessun film, o nessuna serie che siano stati scritti lo potranno mai raccontare bene quanto il documentario di ESPN.

CHEF’S TABLE US (18 episodi – NETFLIX – 2015)

Era il 2015 e i programmi di cucina ci avevano rotto le palle. Si era arrivati ad un’overdose delle varie ricette di Benedetta, dei cuochi e fiamme e delle cucine da incubo. Poi è arrivato Chef’s Table. È bastata quella sigla in time lapse con la musica di Vivaldi rielaborata da Max Richter per farci intuire che stavamo per vedere qualcosa di diverso dal solito programma culinario. Chef’s Table, infatti, ha completamente rivoluzionato il racconto del cibo. Il format è semplicissimo: ogni puntata dipinge la vita e le opere di un famoso chef. L’intervista principale dello chef è accompagnata da interviste a critici culinari e il tutto è condito da immagini dei piatti, della preparazione dei piatti e della ricerca degli ingredienti. Semplicissimo, appunto. Eppure a questa semplice struttura David Gelb ha aggiunto eleganza e sentimento. Le interviste agli Chef sono vivide e toccanti.Dietro le ricette si nascondono racconti romantici, commoventi, ogni Chef ci apre gli occhi su molto più di una vita dedicata alle materie prime, alla preparazione, all’impiattamento. Ogni ricetta appare così la somma di tutte le esperienze, edificanti e non, che lo chef ha vissuto. Se a questo racconto emotivo aggiungete delle immagini di cibo e paesaggi stupende, otterrete un’ora di puro piacere.

WORMWOOD (6 episodi – NETFLIX – 2017)

Wormwood

Ci sono “oggetti” che spingono un po’ più in là i confini tra i generi. Serie che hanno la compattezza dei film, film che vorrebbero espandersi a serie, documentari che sono drama e film drama che raccontano eventi reali. Wormwood è uno di questi oggetti. Il documentario in sei parti di Errol Morris (tra i migliori documentaristi viventi) racconta del presunto suicidio di Frank Olson, un impiegato della CIA vittima di test con l’LSD. A raccontarcelo è il figlio, Eric Olson, che ha dedicato tutta la vita alla ricerca della verità. Wormwood ci mostra l’America della paranoia di fine anni ‘50, della sperimentazione folle alla ricerca di una qualsiasi vittoria nella Guerra fredda a venire, e lo fa attraverso la storia, lunga una vita, di un figlio che non si dà pace per la morte del padre. La particolarità di Wormwood è che il racconto documentaristico è rappresentato attraverso ricostruzioni che sono, a tutti gli effetti, quelle di un film hollywoodiano. A interpretare Frank Olson c’è Peter Sarsgaard, attore dall’enorme potenziale, mai pienamente sfruttato. Ci sono dialoghi e musiche, nelle sezioni cinematografiche di Wormwood che trascendono la qualità di ricostruzioni seppur stupende, come quelle di the Jinx. In questo senso Wormwood potrebbe essere visto come il primo passo verso un nuovo genere dove i confini stilistici tra drama e documentario sono così sottili da essere impercettibili.

THE JINX (6 episodi – HBO – 2015)

Proprio come Wormwood, The Jinx danza sul confine tra i generi. Ma lo fa in modo completamente diverso. Qui è la realtà che letteralmente telefona alla finzione, chiedendo un appuntamento. Il regista Andrew Jarecki realizza un film di finzione con Kirsten Dunst e Ryan Gosling sulla storia vera di Robert Durst, milionario presunto colpevole di tre omicidi. Durante il tour promozionale del film, Jarecki riceve la telefonata del vero Durst, che chiede di parlare con lui. Jarecki, il cui precedente film era uno dei più disturbanti documentari mai realizzati – Capturing the Friedman – prende in mano la camera e inizia a girare. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa gli sarebbe successo. The Jinx ha delle ricostruzioni minimali, ricercate, che hanno dettato lo stile del genere docu crime per almeno i due anni successivi. Vedere The Jinx ci ricorda quanto siano preziose le storie vere a cui si ispirano molti film e quanto potenziale ci sia nella realtà che rimane inespresso nella scrittura drammatica.

PLANET EARTH 2 (6 episodi – BBC – 2016)

Esiste una poesia nella vita che nessuna finzione potrà mai uguagliare. È la poesia della natura che si schiude tutti i giorni davanti ai nostri occhi e che, per un motivo o per l’altro, non siamo spesso in grado di cogliere. A mostrarcela come nessuno era mai riuscito prima ci pensa Planet Earth 2.

Tutti quelli della generazione X sono cresciuti con i documentari di Piero Angela, tutti si sono addormentati almeno una volta guardando Super Quark. Ecco, il documentario naturalistico, per loro, è quella roba lì. Ma in Inghilterra la natura è qualcosa di più. La natura ha la voce di Sir David Attenborough, con il suo perfetto accento e la sua vena di ironia British che, con delicatezza, riesce a sottendere la costante tragedia della vita.

Parlando di Planet Earth 2 non ci si può esimere dall’affrontare un discorso tecnologico. I dieci anni che dividono il primo Planet Earth dal secondo, sono anni in cui la tecnologia audiovisiva ha fatto balzi da gigante permettendoci di vedere di notte, di ingrandire fino all’infinitamente minuscolo, di essere presenti, sempre e comunque, nella massima definizione. I colori di Planet Earth 2 sono quelli della nostra terra e le storie degli animali, divise in ecosistemi, passano dalla maestosità delle grandi migrazioni alla poesia delle danze di piccoli uccelli paradiso. Il tutto con la musica di Hans Zimmer. Non credo esista nulla di così sublime, oggi, sui nostri schermi.

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