La quarta stagione di Black Mirror non è una stagione di Black Mirror - The Vision

Giuro che non sono quel tipo di persona. Quando ho la possibilità di dire “te l’avevo detto”, non ne godo come gran parte della gente. Quindi, credetemi, non gioisco nel dirvi: “ve l’avevo detto”. Ma la quarta stagione di Black Mirror è davvero la peggiore in assoluto, tanto che quasi non sembra Black Mirror, sembra anzi un prodotto derivato, una sottomarca dallo stesso packaging, ma dal contenuto scadente.

Ho iniziato a dubitare sin dal primo trailer. C’era un po’ di Star Trek, c’erano le immagini in bianco e nero, c’era il classico noise di sottofondo e poi quello specchio nero infranto sul finale. Nulla che facesse trepidare, nulla che rimandasse a quell’immaginario così vicino alla nostra realtà al quale Black Mirror ci aveva abituato. Perché adesso lo possiamo dire: il tuo Black Mirror, caro Charlie Brooker, questa volta si è spezzato davvero e non riflette più un futuro che valga la pena raccontare, non rimanda più a quella distopia tanto vicina da spaventare, non mostra più i nostri drammi umani, distorti eppure così riconoscibili. Quello che rimane della creatura di Brooker è un’estetica, sei episodi che vanno ad aggiungere minuti formalmente coerenti a una serie che avrebbe dovuto concludersi in Inghilterra e che Netflix ha invece trascinato negli Stati Uniti.

Nata nel 2011 sulla britannica Channel 4, Black Mirror è un’antologia di episodi autoconclusivi. Ogni singola puntata è un unicum in cui si immagina un futuro non troppo distante dalla nostra realtà, un futuro in cui determinate innovazioni tecnologiche hanno modificato per sempre la nostra vita. Sono spesso idee paradossali ma terribilmente possibili, eredità dell’attuale uso incontrollato di social, internet e smart tech.

È capitato raramente che un prodotto mettesse tutti così d’accordo. C’erano sì screzi nel decretare il migliore episodio, ma all’interno di un clima di plauso unanime nei confronti di una serie non solo visivamente jaw-dropping, ma finalmente moderna, non riconducibile a nulla di già visto in televisione. Poi, ahimè, è arrivato Netflix, con un contratto da dodici episodi, divisi in due stagioni. Quello che penso della terza stagione l’ho già scritto qui. Delusione. E ora questa quarta stagione.

Cercando di essere sintetici, possiamo dividere i difetti di questi sei episodi in tre macro aree:

LA FORMA SUL CONTENUTO

Sono stati assunti come registi di Black Mirror dei nomi di un certo spessore, da Jodie Foster a David Slade, fino a John Hillcoat. È comprensibile, la serie è diventata famosa e ha attratto registi con una propria cifra e un’identità stilistica ben definita. Questo salto di qualità credo però abbia danneggiato la serie invece di migliorarla. Prendiamo ad esempio l’episodio Crocodile, diretto dall’australiano Hillcoat: un regista bravissimo, senza se e senza ma. The Proposition (2009) è un western moderno come non se ne vedevano da anni e le sue immagini, unite alla colonna sonora di Nick Cave, hanno creato un storia disturbante da cui non si riesce staccare gli occhi. Anche il sottovalutato Lawless (2012) è un film con un peso specifico importante, con un Tom Hardy meraviglioso e una scrittura dei personaggi viva ed emozionante. E infatti Crocodile è girato da paura. Dai paesaggi islandesi utilizzati come location, protagonisti almeno quanto la storia, passando per la recitazione degli attori e finendo con il set design, tutto in Crocodile è visivamente perfetto.

Ma la storia? I personaggi? La presunta invenzione tecnologica usata come pretesto per la narrazione (un macchinario che permette di visualizzare i ricordi di un’altra persona) è una derivazione troppo vicina a molte idee usate in precedenti thriller – vedi filmografia varia su vittime che non ricordano e vengono sottoposte a diversi trattamenti per recuperare o cancellare la memoria, comprese le sedute di ipnosi. I personaggi sono delineati in maniera incoerente e, soprattutto, in modo che non ci freghi nulla delle loro storie. Ci sono determinati plot point che per funzionare avrebbero bisogno di un’emotività costruita durante l’arco narrativo dell’intero episodio. Se vedo un personaggio costretto a uccidere pur di difendere la propria famiglia, io spettatore a questa famiglia devo volere un bene smisurato per poter giustificare un atto disumano. In Crocodile la famiglia in questione viene mostrata per una manciata di secondi e nella situazione più banale possibile. E ancora: se devo rimanerci così male per la morte di un personaggio, io a questo personaggio devo essermi affezionato. E invece no, evitando con uno sforzo enorme gli spoiler, posso dire che no: chiunque muoia in Crocodile si merita un esticazzi bello e buono. Le scelte che vengono compiute dai personaggi di Crocodile risultano così spesso immotivate e artificiose da rendere impossibile l’empatia e il colpo di scena finale classico di Black Mirror, che diventa un semplice stratagemma che ruba un sorriso, ma lascia l’amaro in bocca per l’occasione persa.

Il secondo episodio, Arkangel, diretto da Jodie Foster, ha all’incirca lo stesso problema. Visivamente meno interessante di Crocodile, Arkangel ha una direzione degli attori eccellente – capita spesso, quando un attore o un’attrice si mette dietro la macchina da presa. Ma, anche qui, la storia viene mortificata dalla completa assenza di una possibile empatia verso i personaggi. Il punto di partenza è quello di una madre che installa nel cervello della figlia un sistema per monitorarne sentimenti, reazioni chimiche e visuale. E indovinate un po’? Succede un disastro.

Ma davvero? Davvero si è pensato di poter costruire una storia di quasi un’ora su questo presupposto? Certo, è naturale, qualunque madre vorrebbe un simile dispositivo. Ma ci volevano 53 minuti per rendersi conto che tale tecnologia avrebbe semplicemente aumentato la paranoia e le manie di controllo della madre a scapito del libero arbitrio e sei sentimenti della figlia? Il look minimal da indie movie, incentrato totalmente sull’emotività, è qui utilizzato a sproposito per vestire personaggi tridimensionali quanto la fotografia della mia prima comunione.

SEMPLICEMENTE, NON È BLACK MIRROR

Ho visto il quarto e quinto episodio uno dopo all’altro, prima di andare a dormire. Finito il quinto ho provato a prendere sonno, ma ero così incazzato che mi sono dovuto alzare per farmi una tisana. Cioè, fatemi capire, questo quarto episodio doveva essere quello classico dedicato ai rapporti di coppia, filone dell’antologia che puntate valide come The Entire History of You e Be Right Back? Senza mezze misure credo che la storia raccontata in Hang The Dj sia al livello di un brutto cortometraggio. La storia è quella di un futuro dove, tanto per cambiare, è in atto un totalitarismo che tra le varie cose impone che l’assortimento e la durata delle coppie vengano decretati da un “sistema”. Guarda caso, una coppia si ribella perché è troppo innamorata. Mi vengono in mente così tanti film con presupposti simili, anche se poi declinati in modo diverso, che mi servirebbe lo spazio di un articolo per elencarli. Dietro ogni singolo episodio delle prime due stagioni di Black Mirror c’era un messaggio preciso sull’uso contemporaneo della tecnologia, un allarme: state attenti, potrebbe succedere questo! In Hang the Dj quale sarebbe l’avviso? Di cosa dovremmo avere paura? C’è il solito colpo di scena finale (anche questo al livello di un cortometraggio), ma che puzza di presa per il culo. Per un’ora mi sono stati propinati due tizi innamorati in un mondo che stabilisce non dovrebbero esserlo. Ma chi sono questi due? Sfido chiunque li abbia visti a ricordarsi il nome. Cosa fanno? Niente. In che modo sono caratterizzati? Nessuno. Perché non dovrebbero stare insieme? Te lo dice un’app. Mi chiedo se l’episodio sia stato scritto e realizzato prima dell’uscita di Handmaid’s Tale. Spero di sì, altrimenti mi domando che faccia abbia fatto Brooker guardando la serie rivelazione di Hulu.

E poi il quinto episodio: Metalhead. Che dire. Qualcuno ha visto un film che si chiama Terminator? Ecco. Immaginatelo in bianco e nero e al posto di Schwarzenegger metteteci dei cani robotici realizzati attraverso un discutibile utilizzo della CGI. Quale riflessione sulla tecnologia sottende Metalhead? Il monito tra le righe sarebbe che non dovremmo costruire cani da guardia con fucili a pompa al posto delle zampe? Mai avrei detto che un episodio di Black Mirror avrebbe affrontato il tema della cibernetica e mai avrei detto che lo avrebbe fatto in un modo così sciatto, pressapochista e banale. In confronto le ultime puntate di The Walking Dead sono dei capolavori di sceneggiatura.

Un discorso diverso va fatto per USS Callister, il primo episodio della serie, a mio parere il più riuscito: ha una sua dimensione di entertainment, ci si diverte guardandolo allo stesso modo in cui si godrebbe di un piccolo film di fantascienza. Ci sono gli snodi giusti, i personaggi hanno un proprio spessore e l’universo Infinity lascia affascinati. Ma è davvero un episodio di Black Mirror? Per certi versi sì, tanto che il tema dell’io clonato digitalmente è già stato utilizzato – leggi la terza parte della critica – ma per altri assolutamente no. Il nerd che si vendica di una vita reale misera attraverso il mondo digitale è un tema troppo scontato per Black Mirror: la questione della real life vs digital life è sempre stata al centro della serie e trattarla così rischia di renderla banale. Il mondo “spaziale” poi è di gran lunga più divertente di quello reale che dovrebbe essere al centro della narrazione. Come se i personaggi di Star Trek venissero catapultati in un mondo normale: la nostra reazione sarebbe quella di dire “no! riportateli sull’astronave!” Chiudo dicendo che USS Callister è così lontana dagli stilemi di Black Mirror che a Netflix si sta valutando la possibilità di uno spin-off...

AUTOREFERENZIALITÀ

Quando da ragazzino guardavo le serie televisive degli anni Ottanta come MacGyver, l’A-Team o Supercar, erano due le tipologie di episodi che detestavo: quello in cui il protagonista perdeva la memoria – chissà perché c’era sempre la puntata “perdita della memoria”, forse era una paranoia tipica degli anni Ottanta – e quello in cui il protagonista ricordava le sue avventure passate, dando così inizio a un best of.  L’ultimo episodio di questa stagione, Black Museum, ha esattamente questo sapore. Si dovrebbe intuire, alla fine di questa puntata, che tutte le storie di Black Mirror sono legate, fanno parte di un unico universo finzionale. Entrando nel Black Museum si dovrebbe giocare alla ricerca degli easter eggs: ecco i cimeli di alcune puntate della seconda serie e di tutti gli episodi di questa quarta. Il risultato è una puntata che contiene in sé spunti per almeno tre possibili episodi di Black Mirror, comprimendoli e sacrificandoli, il tutto in favore dello spettatore che sta al gioco. Ma noi non vogliamo stare al gioco, o almeno non a questo.

Il gioco che vorremmo ci restituissero è quello delle vecchie puntate di Black Mirror, dove ogni episodio rappresentava un nuovo mondo, inesplorato e terrificante. Dove il lieto fine non era possibile perché nella vita questo tipo di finale è raro quanto una gemma preziosa. Rivogliamo il Black Mirror che ci ha costretto a mettere lo scotch sulle webcam dei nostri computer, lo specchio nero rotto della nostra modernità che rifletteva innanzitutto le nostre paranoie. Non vogliamo le strizzate d’occhio, preferiamo l’ansia indigesta di un futuro che, sappiamo, potrebbe manifestarsi dopodomani.

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