Come una delle prime comunità hippie si è trasformata in un centro congressi per ricchi - The Vision

Guardando al Monte Verità, oggi, mi chiedo che cosa sia andato storto. Immagino praticamente tutto. Monte Verità, il cui nome originario è Monte Monescia, era un delizioso, bucolico luogo di ritrovo per giovani hippie, intellettuali, teosofi, artisti, nudisti e personaggi simili. O almeno, lo è stato fino al tramonto degli anni ‘20, fino a quando cioè un ricco barone decise di fare piazza pulita di tutta quell’ideologia against capitalism per erigere un albergo. Quello che rimane oggi di quella piccola utopia è un senso di spaesamento e confusione, l’Unheimlich freudiano tanto bistrattato da una certa tradizione psicoanalitica. Quello che rimane, oggi, insomma, non è altro che un ammasso di cemento e degrado liberista.

Walter Benjamin scrisse che noi esperiamo la storia, la sentiamo. Ma non quando i fatti semplicemente accadono e noi ci ritroviamo al loro interno, né quando le cose attorno a noi si muovono ed evolvono. Piuttosto, percepiamo la storia – e l’eventuale possibilità di darle un senso – quando siamo davanti a uno spreco di cultura, a qualcosa che un tempo aveva significato ma di cui resta a malapena l’ombra, qualcosa di fatiscente, decadente e, in certi casi, un po’ kitsch. Monte Verità, oggi, è tutto questo. E di fronte a questo tipo di realtà ci sentiamo impotenti.

Nel 1904 due precursori di quel movimento che diversi anni dopo avremmo chiamato cultura hippie decidono di fondare una colonia. Una colonia di gente sbandata, un po’ fumata, a cui sta stretto lo stile di vita borghese e patriarcale di inizio Novecento. Il luogo prescelto è appunto il Monte Monescia, sul Lago Maggiore – Ascona, Canton Ticino. L’idea è stata partorita qualche anno prima, nel 1899, da un certo Henri Oedenkoven, irrequieto e sifilitico figlio di un ricco industriale di Anversa. La sifilide se l’era presa da una ragazza greca conosciuta in un bordello di Liegi, in Belgio. Mal sopportando lo stile di vita standardizzato dell’epoca e le tradizionali cure offerte dal sistema, Henri ottiene dal padre di farsi ricoverare nello Stabilimento di Cura Naturale di Arnold Rikli, a Veldes, in Slovenia. Rikli, naturopata svizzero, precursore del naturismo e “dottore del sole”, è anche l’ideatore del dinamismo della cura, che prevede terapie come bagni di sole o lunghe camminate a piedi nudi sull’erba.

Nello Stabilimento Henri, mentre è intento a cercare di curare la malattia attraverso una ferrea dieta vegetariana e praticando ginnastica all’aperto (il tutto rigorosamente nudo), conosce Ida Hofmann, una pianista tedesca. I due si sentono subito attratti l’uno dall’altra, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente. Entrambi odiano il capitalismo, la nuova società mercantile industrializzata, il processo tecnico-scientifico. D’altra parte, però, amano la natura e il corpo umano.

La comunità del Monte Verità

In poco tempo la fama del Dr. Rikli raggiunge sperduti angoli del mondo, compreso Kronstadt, paesino della Transilvania dimenticato da Dio dove vivono i fratelli Graser, Gustav e Karl. Il primo è un artista; il secondo è un ex-ufficiale dell’esercito imperiale austro-ungarico, divorato dagli spettri della sua esperienza militare e che prova ribrezzo al solo pensiero di ritornare a quella vita. Gustav, invece, dopo aver scolpito e dipinto per la sua intera esistenza, decide di mollare tutto in seguito a una sorta di visione mistica. Cambiano entrambi il nome in Grass e raggiungono i primi due personaggi della storia, Ida e Henri, che nel frattempo si sono abituati al nuovo, stravagante, stile di vita a Veldes.

All’improbabile gruppo si unisce anche la bella Lotte Hattemer, giovane che morirà in circostanze misteriose poco dopo, nel 1906 – non tanto misteriose quanto riportano i ghostwriter di Wikipedia Germania: le pessime condizioni igienico-sanitarie del luogo, abbinate alla sua dieta a base di radici crude devono aver contribuito. Questo quintetto di sognatori – o di reietti, come li concepiva la società di inizio Novecento – decide di fondare una delle prime e più famose comunità di fricchettoni della storia. Le loro lunghe passeggiate a piedi nudi vengono scandite da discorsi concitati, volti a dare spessore teorico, e poi pratico, a quel progetto di vita. Ma hanno bisogno di un luogo da poter chiamare “casa”, in cui “sole e natura lavorino per la salute di tutte le creature”. Pensano al caldo, a un luogo lontano dalle nebbie del Nord e della Slovenia. Perché non il Canton Ticino? Ascona a quei tempi era molto diversa da oggi: un piccolo borgo di artigiani e pescatori, quattro case in croce, atmosfera rilassata. Superato il centro del paese un sentiero improvvisato si arrampica sulla collina: è il luogo perfetto, è casa.

Monte Verità in una foto d’epoca

Passano pochi giorni e Henri Oedenkoven, con tanto di notaio, acquista lì un appezzamento di terreno, che diventa il Monte Verità, cioè “il paese di tutte le Utopie del Novecento, il recesso di tutte le originalità, di tutte le fantasie religiose del secolo, il luogo dove sperimentare ogni possibile modo di vita alternativo”. Di buona lena i cinque si mettono a costruire le prime abitazioni, le capanne aria-luce: niente vetri alle finestre, arredamento minimal (un letto, un tavolo, qualche sedia). La voce si sparge e dal piccolo borgo svizzero raggiunge il resto d’Europa. Ma oltre alla bella pubblicità, che portava sulla collina i “compagni di fede” c’era anche quella cattiva, quella secondo cui lassù, in cima al monte, si pratica una sorta di “bolscevismo sessuale” – che credo possa essere tradotto con “promiscuità, coppie aperte, orge etc.” – accanto ai matrimoni tra vegetariani. Viene dipinta come una sorta di Società Teosofica di Adyar, un luogo cioè dove la gente va, viene, mangia quello che trova e scopa con chi le pare senza preoccuparsi di tutti i vincoli e i problemi di un sistema burocratizzato e istituzionalizzato come quello che chiamiamo Stato. Non che non ci sia un concetto di responsabilità individuale, anzi: è anche più stringente e più sentito, ma senza essere vincolante e coattivo come sarebbe in qualunque società civile. Là non ci sono quelle che Habermas chiama “forze acquartierate nelle caserme”, ma soltanto l’individuale comandamento morale (interno) – che va chiaramente integrandosi con quello degli altri e le loro necessità.

Coreografie realizzate da Rudolf Laban per la comunità

Onestamente mi viene da invidiarli, anche oggi, pur sapendo che quel posto è stato in seguito cancellato dall’industrializzazione e dalla tecnica, e che in ogni caso non poteva reggersi a lungo su un sogno, un’utopia a breve termine. Il gruppo diventa in poco tempo una piccola società autogestita, si iniziano a costruire biblioteche, sale da pranzo e, per finire, anche una stanza in cui suonare musica e ballare — questa era l’area preferita di Ida, che di tanto in tanto improvvisava qualcosa al pianoforte. Durante il periodo d’oro della colonia, transitano anche importanti artisti, filosofi, scrittori: Carl Gustav Jung, Karoly Kerényi, Erich Maria Remarque, Hermann Hesse e molti altri. Ma poco tempo dopo, verso la fine degli anni dieci, l’armonia si spezza. Iniziano a verificarsi le prime schermaglie e il gruppo, lentamente, si sfalda. È il 1909, Ida e Henri se ne vanno nel 1920, chissà dove. Alcuni dicono in Brasile, per fondare un’altra colonia. Di loro non si sa più nulla.

La gestione del Monte viene affidata a quattro artisti: Werner Ackermann, Max Bethke, Hugo Wilkens e William Werner. Se ne stanno tranquilli in quel microcosmo ovattato fino al 1926, quando Eduard von der Heydt, collezionista di arte contemporanea, barone e banchiere del Kaiser decide di comprare l’area. La torsione estetica (ed etica) di Monte Verità, trasformato in quello che è tutt’ora – cioè una colata di cemento – avviene due anni dopo, nel ’28, quando il barone commissiona a Emil Fahrenkamp la costruzione di un albergo in stile Bauhaus proprio dove Henri, Ida, i fratelli Grass e Lotte avevano dato vita al sogno di una società fondamentalmente anarchica.

Eduard Von Der Heydt

Nel 1964, per volontà testamentaria dello stesso barone, il complesso architettonico passa al Canton Ticino. Il barone esige che il posto diventi centro di manifestazioni culturali e creative. Diciamo che le cose non sono poi andate proprio così e che Monte Verità, oggi, più che un centro culturale, ricorda la clinica per vecchi e malati della Montagna incantata di Mann (quella di The Youth di Sorrentino, tanto per intenderci). Va detto in realtà che fino alla fine degli anni ’80 il complesso è stato in effetti utilizzato per mostre e manifestazioni e che il cambiamento decisivo è arrivato nel 1990, quando è stato trasformato in Centro seminariale, co-gestito dalla Fondazione Monte Verità e dal Centro Stefano Franscini.

Harald Szeeman

Della vita precedente di Monte Verità, oggi, ci rimangono solo delle foto conservate da Harald Szeeman, un tizio di Berna con la fissa per il Ticino (e Casa Anatta, uno degli edifici simbolo della prima comunità restaurato per 2,5 milioni di franchi). Il senso di spaesamento, forse, non è dato tanto dal fatto che ci si trova davanti a un complesso che ha lo stesso nome di qualcosa che di fatto non esiste più, quanto dal fatto che questo simbolo dell’industrializzazione novecentesca conserva dentro di sé i ricordi e le foto della propria origine.

Unheimlich significa perturbante, o almeno così è stato tradizionalmente tradotto, e indica una sensazione contraddittoria: da una parte l’attrazione nei confronti dell’oggetto che ci si para di fronte come famigliare e accogliente; dall’altra, invece, il riconoscimento in quello stesso oggetto di un senso di alterità e alienazione. Tutto ciò genera l’abisso e l’angoscia. L’esperienza odierna a Monte Verità si manifesta oggi come dissonante per chiunque non abbia un conto corrente a sette zeri, per chi crede ancora che la democrazia sia la scelta più giusta fra le opzioni possibili e per chiunque, come il sottoscritto, abbia mai pensato, anche en passant, che il capitalismo – o almeno la logica diabolica che vi sta dietro, per cui tutto deve sottostare ai nuovi canoni economici, estetici, etici e morali – forse, qualche danno lo ha effettivamente fatto.

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