Ho picchiato la pancia del Paese per 50 euro - The Vision

Domenica scorsa ho partecipato a un seminario di Krav Maga, un sistema di difesa personale sviluppato dal governo israeliano nella prima metà del XX secolo. Era tenuto da Gabrielle Fellus insieme a dodici istruttori provenienti da tutta Italia e, soprattutto, un ospite d’eccezione direttamente da Israele, Tamir Gilad, tra i massimi esperti di questa disciplina, una sorta di divinità nell’ambiente. Ho trovato il volantino di questo corso, a tema “Attacco terroristico in luogo pubblico: come reagire e come difendersi”, per caso, in un ristorante e ho pensato che potessero essere 50 euro ben spesi.

L’arrivo
Quando arrivo al mercato ortofrutticolo resto stupito dalla quantità di partecipanti. Mi aspettavo un seminario di nicchia, invece ci sono oltre 200 persone. Il 60% è composto da uomini, il restante 40 da donne. Coppie, gruppi di amici, tizi solitari, tra i 18 e i 60 anni. Escludendo gli istruttori e cinque o sei stereotipi anfibio-pantalone mimetico-occhiale a specchio, potremmo essere un campione di gente presa da un centro commerciale. Ci sono i fidanzati, la classica sciura con la permanente, le calze color carne e le Hogan, un ragazzo in sedia a rotelle, uomini verso la sessantina che di solito vedi alla guida di un Hexagon col giubbotto Belstaff e la ventiquattr’ore morbida, qualche cinquantenne in giacca di pelle che ancora crede di avere i capelli. Insomma, persone comuni. Fa fresco e c’è vento. Dopo aver incassato e averci fatto la ricevuta, ci portano al centro del mercato, una croce d’asfalto circondata da edifici malandati e negozi chiusi, illuminata dalle luci diafane dei neon. Vedo due casse da discoteca, una macchina per fare il fumo, un faretto di luci laser, un mucchio di Kalashnikov, pistole e coltelli di plastica. Tamir Gilad è l’unico in polo, circondato da gente coi baveri dei piumini alzati. È longilineo, non molto alto, voce chiara e labbra schiuse in un costante sorriso. Gli altri istruttori sono più o meno quello che ti aspetteresti di trovare nei poligoni di tiro o nei campi di softair. Ci fanno mettere in fila: inchino, saluto, e inizia il seminario.

Fuori dalla comfort zone
Tamir parla in inglese, Gabrielle e gli istruttori traducono. La prima cosa che dobbiamo fare è una corsetta saltellante per riscaldarci, poi riceviamo l’ordine di uscire dalla nostra comfort zone fingendo di picchiarci l’un l’altro. Sembra una cosa ridicola, invece è intelligente: alcune delle persone che ho attorno non hanno mai dato né ricevuto un pugno in vita loro, e per rompere l’imbarazzo non c’è niente di meglio. Mi trovo davanti il ragionier Filini che con sorriso emozionato e occhio sbarrato mi tira manate sulla faccia, sulla testa, sul petto. All’ordine di Tamir invertiamo i ruoli. Filini si ripara con movimenti meccanici, si chiude in difesa, mi sta addosso. Sento l’odore della sua colonia mentre i PAK PAK PAK dei miei palmi sul suo piumino Piazza Italia si uniscono alla confusione generale. Poi ci viene data una meta, il cartello delle banane Chiquita a quaranta metri da dove siamo. Dobbiamo correre in quella direzione il più in fretta possibile e tornare indietro alla stessa velocità, schivando quelli che dietro di noi arrivano in ritardo. Non capita spesso di dover fendere una massa di persone urlanti che viene in direzione contraria. Fa effetto. L’esercizio seguente consiste nel formare due schieramenti (un wall of death, in pratica) e corrersi incontro; la prima normalmente, la seconda tenendo le braccia larghe a mo’ di aeroplano. È qui che mi becco una manata in faccia da uno che viste le spalle pare un operaio, ma in compenso, con la mia sinistra, appioppo un ceffone a un ragazzino. Il punto è familiarizzare con la folla, credo; vivere l’esperienza di una massa che si muove senza controllo. Altre simulazioni caotiche, questa volta ci disperdono, ma a coppie: uno deve tenere gli occhi chiusi e cercare di colpire l’altro. Terminato il momento “suburra infojata”, torniamo in fila. Tamir e gli istruttori spiegano che, in caso di attentato, scappare dev’essere il nostro primo pensiero. Dobbiamo mettere altre persone tra noi e l’aggressore, anche spingendole davanti.

«So che non è una cosa gentile», dice in inglese «Ma vi svelo un segreto: le persone, tra loro, non sono gentili.»

Dopo questo messaggio di pace e amore universali si passa alla parte più pragmatica.

Come “neutralizzare” un terrorista
Tamir dimostra come sia possibile disarmare e uccidere (loro dicono, non so perché, “neutralizzare”) un uomo armato di mitra (per le sue esercitazioni usa Kalashnikov perché, dice, nel 99% dei casi è l’arma dei terroristi), di pistola, di coltello. Una tecnica consiste nel saltare alle spalle dell’avversario mentre sta sparando, stordirlo con il palmo della mano sul cervelletto, tirargli la testa all’indietro, strappargli di mano il fucile e usarlo per ucciderlo.

«PAM! PAM!» fa Tamir, mimando lo sparo su Gabrielle a terra «AND MOVE AWAY!» conclude, facendosi largo tra la folla.

Noto la sciura un po’ preoccupata, mentre i più giovani stanno attenti a ogni movimento. Tamir aggiunge che alcuni, in questo particolare scenario, possono anche far schizzare gli occhi fuori dalle orbite del terrorista con le dita, prima di farlo cadere a terra e sparargli. Gli spettatori hanno un moto di disgusto, ma Gabrielle interviene subito: «Eh, adesso reagite così, ma voglio vedere se lì c’è vostro figlio! Non vi fa schifo, se c’è vostro FIGLIO!» dice, indicando la punta del fucile di plastica. Tutti annuiscono. Ci mettiamo a provare l’esercizio. Io vedo un signore (scoprirò essere un istruttore) e domando se mi può disarmare. Lui mi tira la botta e mi afferra la testa; io però, invece di stare fermo, mi giro e gli “sparo” nell’addome. Lui s’indispettisce: «Ok, ma questa è una simulazione rallentata. Vuoi che lo faccia sul serio?»

«Se sei certo che facendolo non mi dislochi l’osso del collo, ok», dico.

Ride. Se ne va. Forse non ne era così sicuro.

Tamir intanto è un vulcano d’energia. Un istante spiega cortese e sorridente, quello dopo urla mimando pestaggi con ringhi, ruggiti, botte, coltellate, mitragliate. Precisa che l’aspetto psicologico è quello più importante. Ci fa correre attorno a casaccio, nascondere, scappare, mentre altri ci puntano addosso le armi finte. Al segnale, dalle casse partono raffiche di mitra e i fumogeni. Le luci laser fanno un caleidoscopio di puntini rossi impazziti. Nella nebbia vedo figure umane correre a fatica, tra cui riconosco la sciura, che gira in tondo con le mani sopra la testa. Quelli con le armi si divertono un mondo; le tengono come nei film, austeri e concentrati. Uno mi punta una pistola contro. Avrà trent’anni, occhi pallati e mascella serrata. Io allargo le mani e gli dico che basta, cazzo, è la terza volta che mi ammazza. Fa una micro espressione delusa, poi va a sparare a qualcun altro. Mentre i più giovani continuano a bloccare le granate in mano ai terroristi e imparano a salvarsi dalle esplosioni (avete solo quattro secondi per chiudere tutti i vostri orifizi, spiega Tamir) osservo gli allievi più esperti e volenterosi. C’è una ragazzo sui vent’anni, peserà al massimo sessanta chili. Mentre lo guardo “neutralizzare” uno di oltre un quintale, mi domando se nella realtà andrebbe davvero così. Tamir è molto chiaro su cosa bisogna fare per saltare addosso a terroristi armati di fucile d’assalto e bombe a mano, e gli istruttori mi assicurano che col Krav maga anche una studentessa dello IULM disarmata potrebbe neutralizzare un guerrigliero ceceno e il suo AK-47.

Conclusione

Dopo quasi tre ore di esercizi, i più maturi danno segni di cedimento. Prendono fiato mangiando merendine ai cereali e Coca Cola. Io ne approfitto per chiacchierare, domandare perché sono qui. Ne esce un quadro desolante. Col sottofondo di esplosioni e mitra vengo investito da aneddoti di prevaricazioni, abusi, tentate rapine e violenze, scippi, aggressioni. Amici massacrati, donne molestate, genitori rapinati, parenti violenti, vicini di casa pazzi. Tutto raccontato con una rassegnazione malinconica e tante scrollate di spalle. Mi faccio l’idea che queste persone oggi vivano in posti dove la violenza è quotidiana. Quartieri di cemento, droga e paura che chi vive in centro città legge di striscio sulla cronaca nera. Tranne qualche eccezione, non vedo persone esaltate o fanatiche, ma gente comune che con 50 euro vuole comprare la speranza (o l’illusione) di potersi difendere da quello che ha attorno ogni giorno.  Ero arrivato convinto dell’idea che mettersi a fare i Rambo della situazione, in casi di emergenza, spesso complichi le cose. Lo penso ancora. Ma forse, nelle storie di questa gente, in quelle mani rugose strette attorno a una pistola di plastica, c’è altro. Ho visto gente comune, abbandonata dalla sinistra fighetta smartphone e Capalbio, finire in pasto a leghisti e fascisti. Se si continua a ignorarli, a sottovalutare e a prendersi gioco del loro disagio, aumenteranno. Il partito della protesta è già il primo d’Italia. Quindi forse sarebbe il caso di ricominciare ad ascoltarli e aiutarli, perché da quello che ho visto si sta creando il prodromo per una tragedia sociale. Erano 200 persone, non dieci, e tutte con l’aria di chi, prima di comprarsi un cappotto nuovo, ci pensa bene. Eppure, confusi e spaventati, hanno speso 50 euro per essere lì. Non è stato un bello spettacolo. Pareva la Resistenza in un clima da invasione aliena.

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