A Trump interessa solo salvare se stesso, non i siriani - The Vision

Quando ieri mattina ho letto la notizia degli attacchi lanciati da Stati Uniti e alleati in Siria, non ho potuto non ripensare all’invasione dell’Iraq nel 2003, quando gli americani decisero di salvare il mondo dal male che stava per affliggerlo e che – solo loro – potevano combattere.

Ricordo ancora le immagini che giravano in loop su Al-Jazeera, lo schermo della TV che rifletteva flash continui di luce, in una sorta di Capodanno perverso. Le foto che stanno girando online in queste ore non hanno sicuramente la stessa portata di quelle di 15 anni fa; persino la situazione in questione è differente, ma risulta centrale, poiché riporta a galla le problematiche del conflitto siriano, su cui Stati Uniti, Russia, e alleati, continuano a scontrarsi.

Nel 2013 Donald Trump affermava che, qualora si fosse voluto attaccare la Siria, sarebbe stato fondamentale “coglierli di sorpresa”. Gli attacchi di ieri notte, al contrario, sono tutto fuorché inaspettati. Il presidente statunitense, infatti, ha pensato fosse meglio non seguire il proprio consiglio, preferendo quindi seppellire quel tweet insieme ai brutti ricordi, e ha parlato per tutta la settimana della possibilità di una risposta al presunto attacco chimico su Douma. Mancava poco che scrivesse un tweet per chiedere il permesso di far partire i missili, se fossero insomma tutti pronti, se avessero già preso le adeguate precauzioni. L’impulsività è qualcosa di umano, ma in alcuni casi può rivelarsi un problema, soprattutto quando si presenta sotto forma di post sui social in cui si espone al mondo la propria strategia militare.

Sempre nel 2013, aveva fatto presente che l’allora presidente Obama avrebbe dovuto ottenere l’approvazione da parte del Congresso prima di poter attaccare la Siria. Anche in questo caso, Trump si è dimenticato dei propri saggi ammonimenti, andando contro la Costituzione – che attribuisce al Congresso la facoltà di dichiarare guerra, e non al presidente.

Dopo l’attacco di ieri, c’è chi ha gioito per la magnanimità e l’altruismo del leader statunitense, secondo cui nessuno dovrebbe subire quello che stanno patendo i siriani – le stesse persone alle quali ha reso e sta rendendo sempre più difficile l’ingresso negli Stati Uniti. Nel 2016 sono stati accolti più di 15mila rifugiati siriani, nel 2017 3mila. Dall’inizio del 2018 a oggi solo 11. È chiaro, quindi, come dietro a quest’azione militare si celi amore, empatia e una comprensione profonda e sincera di ciò che sta accadendo in Siria.

C’è poi chi ha sostenuto che questa strategia gli sia stata in qualche modo suggerita dal suo programma televisivo preferito, Fox & Friends, in cui la conduttrice si domandava se un attacco alla Siria non avrebbe avuto più risonanza a livello mediatico rispetto all’uscita nella prossima settimana del libro di Comey, ex direttore dell’FBI, licenziato proprio da Trump. Quindi un modo per sviare l’attenzione dai suoi scandali interni, sulle orme di Clinton, che venne accusato di aver ordinato l’attacco a Sudan e Afghanistan per coprire lo scandalo Lewinsky.

E infine, chi si è opposto con veemenza all’intervento, come se l’America avesse cominciato a bombardare quelle zone solo oggi, come se le migliaia di morti tra Siria e Iraq dal 2014 in poi non avessero nulla a che fare con gli attacchi della coalizione guidata dagli americani, come se gli Stati Uniti in tutti questi mesi avessero lanciato caramelle sopra lo Yemen. Le voci dei pacifisti si sono levate, anti-imperialisti accaniti pronti a urlare “NO alla guerra”.

Al-Assad è stato accusato durante la scorsa settimana di aver utilizzato armi chimiche contro la propria popolazione, per l’ennesima volta. Il tutto mentre i russi hanno passato gli ultimi anni a bombardare senza sosta il Paese, uccidendo migliaia di civili. Ma la voce di quello pseudo-attivismo che maturi dopo un anno di Scienze Politiche alla LUISS si alza solo quando c’è da bollare qualsiasi intervento contro il regime siriano come un complotto della CIA. Alziamola forte allora questa voce, perché va anche bene che i civili vengano uccisi, ma “la guerra non si fa”. Non si può scatenare il terzo conflitto mondiale, non ancora.

Ciò che è avvenuto ieri notte, ha dimensioni irrisorie rispetto a un’azione militare che possa avere ripercussioni significative sulla situazione siriana. Non sarà la soluzione, così come non lo è stata l’attacco dello scorso anno alla base militare siriana. E non è tanto per il portfolio scadente di “missioni umanitarie” degli USA che non ho grandi speranze sull’efficacia dell’ultima iniziativa, ma soprattutto per la sua totale mancanza di strategia. Fintanto che non verrà sviluppato un intervento di carattere politico o militare che possa portare alla destituzione di Bashar Al-Assad, attacchi di questo tipo si limitano a sembrare una messa in scena, una reazione di circostanza. Perché la risposta della comunità internazionale arriva soltanto nel momento in cui trapelano notizie sull’ennesimo attacco con armi chimiche. Come a dire: “Uccidi i civili come vuoi, ma non in quel modo.” Il nostro cuore è talmente delicato che può tollerare senza troppa difficoltà di vedere cadaveri estratti delle macerie, ma non sopporta di vedere esseri umani morire mentre soffocano.

È preoccupante notare come nell’analisi del conflitto siriano, nel corso degli anni diventato sempre più complesso, le riflessioni dominanti non abbiano al centro la preoccupazione per i civili, ma una semplice valutazione, quasi meccanica, dello scacchiere politico. Siamo d’accordo sul fatto che i gruppi terroristici in Siria vadano contrastati, va bene opporsi all’interventismo americano, ancora meglio alzare la voce per difendere la sovranità del popolo siriano. Ma trascurare uno dei principali motivi del caos nel Paese – affermando che il presidente siriano abbia tutto il diritto di rimanere al potere, quasi fosse mera vittima dell’imperialismo occidentale – ci pone davanti a un meschino tentativo da parte di giornalisti e intellettuali di ignorare la volontà del popolo siriano di dare una svolta al proprio Paese.

E se l’unica motivazione che ci porta a difendere il regime del dittatore siriano è l’eventuale instabilità della regione, ci sarebbe da chiedersi, così, tanto per ipotizzare, se Assad verrà condannato per i crimini commessi nel caso dovesse rimanere al potere. Oppure no. Perché è lui il difensore dei valori laici e il protettore delle minoranze. L’unico individuo che può salvare la Siria, la sola alternativa al terrorismo. O ancora, verrà considerato semplicemente un leader che ha cercato, con la grazia e l’affetto di un padre, di difendere la patria da cospirazioni occidentali?

La strategia che Stati Uniti e alleati stanno adottando in questo scenario è assolutamente da criticare, ma rimane il fatto che Bashar Al-Assad andrebbe processato per aver commesso crimini atroci contro il proprio popolo. Chiunque continui a difendere e diffondere l’idea secondo cui opporsi a lui significa essere un terrorista o seguace della Clinton, non conosce la questione siriana o è in malafede e sputa sopra le sofferenze dei siriani che in questi ultimi anni hanno dovuto pagare le conseguenze delle azioni di Al-Assad. E se le fonti a cui si attinge si limitano ai blog di propaganda russa, al giornalista che ritwitta le cospirazioni sui Caschi Bianchi o ai siti d’informazione “non-siamo-schiavi-del-mainstream” che fanno a gara per avere il dominio web più impronunciabile, allora sarebbe il caso di porsi qualche domanda in più. Sono contento che nel 2018 ci sia gente capace di disegnare cerchi rossi sopra una foto, quasi fosse il “trova le differenze” della Settimana Enigmistica, per dimostrare a tutti che in realtà i media ci ingannano e che i video che arrivano dalla Siria sono solo finzione. E il mio entusiasmo per queste capacità critiche aumenta quando vedo persone che reputano basti questo genere di prove per affermare che i bambini siriani stiano recitando, mettendo in scena un massacro. A queste persone, però, bisognerebbe gentilmente intimare di mettersi seduti, con penna e foglio alla mano, e studiare per capire veramente cosa sia andato male nel corso degli ultimi anni.

E non in Siria, ma nella propria vita.

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