Cosa la stampa italiana nasconde di "Nonna Peppina" - The Vision

Ci risiamo.

Dopo aver passato le ultime settimane con i fazzoletti in mano, commossi per l’ennesima storia triste sull’ennesima vittima di uno Stato che per l’ennesima volta non funziona e nulla dà e tutto toglie, ecco che per l’ennesima volta si scopre come ci sia stata raccontata solo la realtà più comoda. Nemmeno il tempo di riprendersi dallo scandalo Giuseppina Ghersi – su cui è stato costruito un romanzo fatto di stupri mai di fatto acclarati, foto equivoche e testimonianze più che discutibili – che un mese dopo ci ritroviamo punto e a capo. La Giuseppina protagonista della vicenda stavolta non fa Ghersi di cognome, ma Fattori. Per gli amici nonna Peppina.

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Il 26 ottobre del 2016 una scossa di magnitudo 5,4 viene registrata nel comune di Castelsantangelo sul Nera, in provincia di Macerata, a cui ne segue una di magnitudo 5,9. La casa di nonna Peppina, 95enne di San Martino di Fiastra, subisce gravi danni e diventa inagibile. Nei mesi successivi, la sua famiglia si attiva per costruire un modulo abitativo in legno nella sua proprietà. Si tratta di una soluzione adottata da molte famiglie del centro Italia, dopo lo sciame sismico che ha devastato migliaia di abitazioni tra il 2016 e il 2017 – si stima ne siano state edificate circa mille. Per costruire qualsivoglia tipo di struttura è necessario però ottenere permessi speciali che attestino il rispetto del piano regolatore regionale e dei vincoli paesaggistici. Permessi che mancano nella quasi totalità dei casi. Tradotto, le casette costruite dai terremotati sono abusive, compresa quella di nonna Peppina, che quindi è chiamata a lasciare la struttura.

Il problema lo sottolinea una lettera inviata dalla Regione Marche ai sindaci e ai presidenti delle province: “Sono attribuite alle Province le funzioni in materia urbanistica e in particolare i poteri di sospensione o demolizione di opere difformi dal piano regolatore generale e l’annullamento di concessioni e autorizzazioni comunali. L’esecuzione di opere edilizie in assenza del titolo abitativo previsto per legge configura il reato di costruzione abusiva”. La questione rimbalza così da Regione a Governo, passando dalla Procura prima, dal Tribunale del Riesame poi e a breve, probabilmente, dal Tar.

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Alla fine si decreta che no, sulla casetta in legno di nonna Peppina non si può chiudere un occhio. La legge, si sa, non si lascia intenerire da nulla. Che sia un modulo abitativo di una terremotata 95enne o una villa con piscina di un plurimiliardario, con tutto il cinismo che le appartiene non fa favoritismi e difende fino alla morte quell’articolo 3 della Costituzione secondo cui tutti i cittadini le sono uguali davanti e devono essere trattati allo stesso modo. Certo, chiedere lo sloggio a persone che hanno perso tutto e si sono ricostruite una vita nel giardino di casa per problemi legati ai vincoli paesaggistici e contenute differenze volumetriche, ha un che di distopico. Non farlo, però, provocherebbe un precedente giuridico pericoloso sfruttabile anche da chi, col terremoto, ha poco o nulla a che fare. Ecco perché nonna Peppina è doppiamente vittima: a 95 anni ha perso la sua casa per un violento terremoto e a 95 anni è rimasta imbrigliata nelle maglie di una burocrazia senza sentimenti a cui però, a ben pensare, è difficile chiedere di avere un cuore, in alcuni casi piuttosto che in altri. La narrazione strappalacrime dei media è dunque comprensibile, almeno fino a questo punto. E in effetti la stampa e il web si sono scatenati. Andando, ovviamente, oltre.

Da una Barbara D’Urso quasi in lacrime con collegamenti quotidiani dalla casetta di nonna Peppina, a una Giorgia Meloni che invita ad aiutare la signora “in nome della nostra Storia”, passando dai meme di Sinistra Cazzate e Libertà e dai picchetti di Salvini, fino alla fake news spammata in rete sulla Boldrini che avrebbe dichiarato: “Un vero peccato demolire la casetta di legno della nonna Peppina! Quindi l’idea di metterci i clandestini”. Nelle ultime settimane c’è stato spazio per tutto nel pentolone del nazionalpopolare, tranne che per una parte della storia di nonna Peppina, quella meno “mediatica” e incapace di solleticare le corde del risentimento. Troppo ghiotta l’occasione di dare in pasto alla gente la notizia della nonnina sbattuta fuori da un buco di legno dallo Stato, indisponibile a ogni forma di contrattazione; troppo triste declassificare a persona comune chi aveva ormai assunto le sembianze dell’eroina.

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«Il Comune, a seguito del terremoto, ha messo a disposizione delle casette in legno, le cosiddette SAE (Soluzione Abitativa in Emergenza), a chi si è ritrovato con la casa inagibile e ha voluto farne richiesta», mi spiega Claudio Castelletti, sindaco di Fiastra, «la signora e la sua famiglia non hanno invece mai fatto richiesta per queste case perché nonna Peppina non voleva allontanarsi da casa sua. Anche per questo motivo hanno deciso di costruirsi da sé quella casetta: la famiglia sapeva che andava incontro a un abuso ma ha deciso di andare avanti, per poi sanarla in seguito». Trovandosi nel parco dei Monti Sibillini, la casetta non avrebbe rispettato i duri vincoli ambientali dell’area ed è per questo motivo che sarebbe stato ipotizzato l’illecito paesaggistico. «La paesaggistica non è materia sanabile a meno che, come sta facendo ora la politica, non passi il decreto ad hoc per risolvere le varie problematiche delle casette costruite nel territorio».

Il decreto “salva-casette” si prefissa di regolarizzare gli immobili amovibili e gli immobili fissi: “le persone che sceglieranno di utilizzare la norma per i manufatti temporanei, una volta ottenuto il contributo per la ricostruzione [della prima casa] e finiti i lavori dovranno rimuoverli”, si legge. “Nel caso, invece, di richiesta di regolarizzazione definitiva del manufatto, i titolari dovranno rinunciare al contributo per la ricostruzione dell’edificio distrutto dal sisma”. O la casa o la casetta abusiva insomma, tutte e due no. A questo punto sorge un altro problema: la struttura di  Peppina rischia di non rientrare tra quelle su cui si potrà applicare il decreto in discussione. E il motivo è uno solo: non si tratta di una casetta, ma di un appartamento di ottanta metri quadri, perfino più grande della sua casa originaria. Il decreto riguarda invece solo le sistemazioni più piccole della prima casa. Nonostante ciò, si è cercato di aprire un tavolo per risolvere la situazione.

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Come spiega la Repubblica, “la famiglia di Peppina, fuori dalla proroga collettiva, non ha accettato la trattativa ad personam”. Questa avrebbe permesso alla signora di restare nella casetta fino alla fine dei suoi giorni purché, dopo la dipartita della capofamiglia, fosse stato chiaro che il bene abusivo sarebbe stato smontato. “Agli eredi – a cui lo Stato risistemerà comunque la prima abitazione danneggiata”, continua Repubblica, “sarebbe andato un bene di pari valore. Niente, i Fattori pare vogliano la casa recuperata e la casetta auto costruita”. Un’alternativa sarebbe stata quella di trasferire “il domicilio” dalla casa lesionata all’abitazione di nuova costruzione oggetto dello scandalo, rinunciando però alla ricostruzione della prima come prevede il secondo punto del decreto salva-casette in approvazione. Anche in questo caso è stato riferito che la famiglia ha rifiutato: “non è sufficiente che lo Stato ricostruisca la casa danneggiata e che agli eredi sia stato promesso un bene di pari valore di quello abusivo. Le figlie volevano sia la casa ricostruita – che è un diritto – che quella abusiva, dov’è ora”, sottolinea Next Quotidiano.

Quella di nonna Peppina è dunque una situazione unica, che non riguarda tutte le casette dei terremotati. In primo luogo, la sua nuova abitazione è non rispetta i vincoli paesaggistici e, quando è stata costruita, sembra che la famiglia lo sapesse. In seconda istanza, con i suoi 80mq risulta sovradimensionata rispetto alla legge, andando addirittura a superare la metratura della prima casa. In terzo luogo, le interessate non sono disposte a rinunciare né alla prima casa né alla casa in legno, a ricostruzione della prima avvenuta. In quarto luogo, Peppina non ha alcuna intenzione di allontanarsi dal suo giardino. «Sulla stampa sembra che ce l’abbiamo messa noi lì», mi racconta il sindaco di Fiastra, riferendosi al container di 10mq con bagno chimico esterno dove da qualche giorno vive l’anziana signora, «in realtà è lei che vuole starci, è sua la volontà di restare nel container».

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La storia della nonnina sfrattata a forza dalle istituzioni e parcheggiata in un blocco di lamiere di 10mq con bagno chimico esterno, raccontata dalla stampa, si trasforma così nella storia della anziana signora che perde la sua casa ma che si rifiuta – per motivi nostalgici comprensibili – di trasferirsi nelle Soluzioni Abitative in Emergenza messe a disposizione dal Comune e respingerebbe la possibilità di andare temporaneamente a vivere dalle figlie o da altri parenti. A cui si aggiunge la storia di una famiglia che fa muro alle proposte istituzionali perché non vuole rinunciare a nessuna delle due case.

Più che a una guerra per garantire a una signora 95enne di poter vivere dignitosamente in un contesto di emergenza, stiamo assistendo a un braccio di ferro – alimentato dalla stampa generalista – in cui nessuno è disposto a rinunciare a nulla. Nonna Peppina diventa intanto ambasciatrice, ma in realtà vittima, di un gioco del risentimento popolare più grande di lei. Un gioco che prevede che la signora vada a vivere in un container, perché l’Italia del 2017 ha bisogno di storie così, mentre la famiglia annuncia la pubblicazione di un libro sulla vicenda, che “sarà un best-seller”.

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“Sfortunato quel Paese che ha bisogno di eroi”, diceva Bertold Brecht. “Un Paese cerca disperatamente un personaggio eroico, e distribuisce medaglie d’oro a destra e a manca”, aggiungeva Umberto Eco, e aveva ragione, perché la perenne ricerca dell’eroe popolare ha portato in molti casi a rinnegare la realtà dei fatti o a farle prendere la direzione voluta quando essa rischia di declassificare l’eroe appena costruito in persona comune. La nonnina messa nel container dallo Stato è più eroina di una donna anziana che ha rifiutato le soluzioni prospettatele per attaccamento al suo giardino e che ha combattuto una battaglia burocratica che avrebbe potuto, ma in effetti non ha voluto, vincere. L’eroe sconfitto rende più dell’eroe vincitore, perché soffia sul risentimento popolare e butta benzina sul fuoco del populismo. Intimoriti di perdere il loro nuovo eroe, i giornali hanno voluto raccontare solo una parte della storia.

Tutte le fotografie sono di Fabio Falcioni per cronachemaceratesi.it

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