Quando Martin Luther King era il nemico dello stato - The Vision

Il 4 aprile 1968 Martin Luther King fu assassinato a Memphis, Tennessee, dove si era recato per dare il proprio supporto a uno sciopero di netturbini. La fede cristiana di King ispirava non solo il suo ardente senso morale, ma anche un’attenzione per la giustizia sociale che lo fece scontrare persino con alcune correnti più conservatrici tra le forze che lottavano per i diritti civili. Lo sciopero di Memphis costituì una pietra miliare nella sua “Campagna per i poveri”, ideata per dare speranza alle decine di milioni di americani sotto la soglia dell’indigenza.

L’ultimo giorno di Martin Luther King al Lorraine Motel, il 4 Aprile 1968

L’evento che scatenò la manifestazione fu la morte dei netturbini Echol Cole e Robert Walker, rimasti schiacciati da alcuni compattatori per rifiuti mentre cercavano un riparo dalla pioggia. Il lunedì successivo, il 12 febbraio 1968, dopo un incontro al Memphis Labor Temple, la maggior parte dei 1,500 operai non si presentò per il turno. Si rifiutarono di tornare al lavoro finché non avessero ottenuto un salario pari a quello dei bianchi, il riconoscimento sindacale e un miglioramento delle condizioni di sicurezza. Con il passare dei giorni, sempre più immondizia si accumulava ai lati delle strade.

Coretta Scott King, guanti e cappello, e i loro 4 figli

Funerale di Martin Luther King
Scontri e rappresaglie successive all’ assassinio di Martin Luter King

Segnata dalla violenza della polizia, dall’iniziale ostilità sia dei principali sindacalisti bianchi che dei rappresentanti locali del partito democratico, e dallo slogan degli scioperanti – un semplice “I am a man!”, “Io sono un uomo!” – lo sciopero, durato due mesi, simboleggiò la lotta dei lavoratori afroamericani più indigenti, in cerca di un riconoscimento da parte del potere statale e talvolta persino da quelli che avrebbero dovuto essere alleati. Le chiese afromericane, una campagna di disobbedienza civile e una serie di boicottaggi fecero da base per una coalizione di supporto e per un movimento di rilievo nazionale.

L’ultimo comizio di King a Memphis, prima dell’assassinio al Lorraine Motel, sarebbe entrato nella storia per il discorso “I’ve been to the mountaintop” del 3 aprile 1968, una chiamata a raccolta ispirata dal suo fervente credo religioso. La Poor People’s Campaign, però, dovette anche affrontare le autorità e gli interessi costituiti, che schieravano tattiche violente per sopprimere la lotta di King alla guerra, al razzismo e alla povertà.

È troppo facile presentare il movimento dei diritti civili come una semplice marcia del progresso, quello che Barack Obama chiamò “piegare l’arco della storia” nella giusta direzione. Secondo questa prospettiva, Martin Luther King può facilmente essere scambiato per una figura più conciliatoria di quanto in realtà non fosse stato durante la sua vita, un santo liberale il cui messaggio era definito da un appello all’amore cristiano, spogliato della rabbia verso le ingiustizie e i poteri consolidati.

Martin Luther King durante il discorso “I’ve been to the mountaintop” del 3 aprile 1968

Fin dall’inizio, la lotta di King fu ispirata da una gandhiana disobbedienza civile. Tale principio fu decisivo nella lotta contro le cosiddette leggi Jim Crow, che fino agli anni Sessanta perpetuarono la segregazione di diversi servizi ed esercizi in tutto il Sud. Una prima vittoria arrivò con il boicottaggio degli autobus a Montgomery, nel 1955, durante il quale passarono alla storia i gesti di ribellione di Rosa Parks e Claudette Colvin. Le proteste portarono alla desegregazione dei mezzi pubblici della città e resero King una figura di spicco a livello nazionale. Dal 1957 Martin Luther King fu presidente della Southern Christian Leadership Conference, giocando un ruolo decisivo nel suo riorientamento verso le proteste di massa e i sit-in pensati per attirare un numero ingestibile di arresti. Questo graduale incremento nell’intensità della lotta, che aveva lo scopo di portare al centro del dibattito politico le ingiustizie razziali, si rifletté all’interno del Partito Democratico. I democratici liberali del Nord si trovarono così sempre più in conflitto con i “Dixiecrats” pro-segregazione del Sud, rappresentati da uomini come George Wallace.

Rosa Parks

Questa prima fase del movimento per i diritti civili ebbe un effetto reale, ma molto limitato da un punto di vista legislativo. Il Civil Rights Act del presidente democratico Lyndon B. Johnson, approvato nel 1964, e il Voting Rights Act, del 1965, marcarono la fine della segregazione legalizzata, obbligando il governo federale a tagliare i fondi per i distretti scolastici che ancora discriminavano gli studenti afroamericani, ed estendendo il diritto di voto alle persone di colore, fino ad allora di fatto escluse dall’elettorato a causa di un contorto test di alfabetizzazione, ideato con il preciso intento di confonderle.

Ciò nonostante, questi primi trionfi per la dignità degli afroamericani non sconfissero le ingiustizie economiche più fondamentali alle quali erano ancora assoggettati. Un secolo dopo l’abolizione della schiavitù, i neri erano ancora vittime di aperte discriminazioni se paragonati ai lavoratori bianchi (spesso appoggiati dai sindacati), esposti a uno stato di povertà largamente diffuso e a una condizione sistematicamente peggiore per quanto riguardava case e scuole. Il movimento per i Diritti Civili entrò così nella sua seconda fase.

In questo contesto, l’escalation militare in Vietnam riuscì a catalizzare la sfiducia anche nei confronti dei democratici relativamente più liberali. La “War on Poverty” del presidente Johnson e l’appello a una “Grande Società” venivano a quel punto accantonati, per concentrarsi sulla guerra ai poveri del Sud-est asiatico. A lungo esclusi da ruoli militari di prima linea, i neri venivano ora arruolati in modo sproporzionato. King era inizialmente riluttante a lasciarsi andare all’anticomunismo feroce dell’epoca, ma presto adottò una linea netta contro la guerra americana.

Martin Luther King e John F. Kennedy
Martin Luther King e Lyndon Johnson
Martin Luter King, Robert Kennedy e Lyndon Johnson
Martin Luther King e Richard Nixon
Martin Luther King e Malcom X

In tutta la campagna per i diritti civili, King aveva legato le questioni di giustizia sociale ed economica a un messaggio anti-razzista molto più ampio. Tale orientamento si espresse in particolare durante la Marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 28 agosto 1963, nel corso della quale King tenne il suo discorso “I have a dream” davanti a una folla di 250mila persone, principalmente composta di afroamericani, ma anche di circa 50mila bianchi solidali alla loro lotta. I neri avevano bisogno della piena cittadinanza, ma anche delle basi economiche con cui poterla esercitare.

Di fronte al fallimento della cosiddetta “War on Poverty” del Presidente Johnson, a partire dall’inizio del 1968 la Poor People’s Campaign di King cercò di mettere in luce le ingiustizie economiche alle quali gli afroamericani rimanevano assoggettati, cercando inoltre di collegare i loro interessi con le condizioni dei loro colleghi bianchi. Non era una questione semplice, considerati sia i privilegi relativi di cui godevano alcuni tra gli operai bianchi, sia l’ostilità culturale che questi nutrivano nei confronti delle esigenze dei neri.

La Poor People’s Campaign aveva come intento quello di promuovere una serie di obiettivi comuni, dalla piena occupazione alla costruzione di 500mila case, in grado di portare alla coesione di quegli americani che vivevano sotto la soglia di povertà, indipendentemente dal profilo razziale. King legò gli interessi degli americani di colore a una definizione più ampia e progressiva degli Stati Uniti: “Crediamo che il più nobile patriottismo richieda la fine della guerra e l’apertura di un conflitto senza sangue, che porti alla sconfitta del razzismo e della povertà.”

La marcia del 1963 su Washington aveva già assicurato la partecipazione del leader sindacale del United Auto Workers, Walter Reuther, il quale supportò poi anche la Poor People’s March, affiancato da gruppi studenteschi e persino da sigle sindacali composte per la maggioranza da insegnanti bianchi. Anche lo United Steelworkers, un grande sindacato industriale, appoggiò le lotte di King, sebbene la più grande confederazione nazionale, la AFL-CIO, rimase ostile, non ultimo per il suo sostegno alla guerra in Vietnam e per il forte sentimento anti-comunista.

L’inizio dello sciopero di Memphis nel febbraio del 1968 fu la concentrazione di queste dinamiche. La maggior parte dei 1300 scioperanti erano neri mentre i crumiri erano principalmente bianchi, e gli ufficiali di AFL-CIO provarono a rimuovere ogni elemento razziale dallo sciopero. Il sindaco Henry Loeb, egli stesso un Democratico, dichiarò immediatamente illegale la manifestazione, e le prime proteste che erano già in marcia vennero interrotte dalla polizia. Nonostante ciò, l’affluenza di massa agli incontri per discutere la questione, che si tennero in municipio, dimostrò la determinazione dei protestanti.

Dall’inizio di marzo in poi, lo sciopero prese una svolta molto più decisiva, con il boicottaggio delle attività commerciali legate alla famiglia Loeb e grazie alla nascita della campagna COME (Community on the Move for Equality) promossa dai sacerdoti delle chiese afroamericane. COME fu decisiva per l’organizzazione della marcia con il presidente del NAACP Roy Wilkins e con King. Parlò per la prima volta in una protesta nella città il 18 marzo, dove affermò la dignità del lavoro.

Violenti scontri in una dimostrazione del 28 marzo segnarono poi una crisi del movimento: venne dichiarata la legge marziale e 4mila truppe della Tennessee National Guard si riversarono per le strade. Quando gli scioperanti si riunirono di nuovo, il giorno successivo, erano circondati da carri armati. King ritornò in città per guidare una marcia proibita dalla legge marziale, per dimostrare la sua forte presenza in mezzo ai manifestanti, nonostante la stampa presentò le azioni di quei giorni come violente e illegali.

Il discorso di King del 3 aprile al Mason Temple sarebbe stato l’ultimo della sua carriera. Mantenendo la sua chiamata alla non-violenza, tuonò in un’invettiva contro le ingiustizie sofferte da 1300 manifestanti e contro il fatto che la stampa fosse meno preoccupata per i loro reclami che per un paio di vetrine rotte durante le marce. Si appellò a uno spirito di solidarietà, anche per quelli che non erano direttamente coinvolti dallo sciopero per mostrare la “pericolosa mancanza di egoismo”, chiedendo non di domandarsi “se io mi fermo ad aiutare questo uomo che ha bisogno, cosa mi succederà?”, ma piuttosto “se non mi fermo ad aiutare gli operai, cosa succederà a loro?”

King aveva visto la “terra promessa” del futuro e aveva dichiarato di non aver paura di nessuno. Il giorno seguente, il suo messaggio di speranza sarebbe stato spazzato via. Un suprematista bianco, James Earl Ray, gli sparò al Lorraine Motel il 4 aprile; per i lavoratori di Memphis così come per gli americani di colore e per i loro alleati, furono giorni di dolore, seguiti da una vittoria finale. Il Presidente Johnson indisse una giornata di lutto il 7 aprile; dopo una marcia di 42mila persone, il giorno dopo, le autorità cedettero sulla maggior parte delle richieste degli scioperanti.

James Earl Ray

L’assassinio di King segnò un bivio nella questione politica afroamericana negli Stati Uniti. Gli incidenti razziali aumentarono vertiginosamente tra le truppe in Vietnam, e alcuni bianchi esibirono provocatoriamente in segno di celebrazione la bandiera dei Confederati. La consapevolezza dell’intensità del conflitto, la difficoltà nel trovare un vero progresso solo attraverso mezzi pacifici e la crescita di una coscienza nera nuova e più assertiva, alimentò la nascita di movimenti diversi da quelli di King, come le Pantere Nere, che raggiunsero l’apice della propria crescita nei primi anni Settanta.

Le divisioni di quegli anni non sono ancora del tutto scomparse. Certamente l’esperienza degli operai di Memphis costretti a fare due lavori e a fare affidamento sui buoni pasto rimane ancora attuale. Né la lotta di King è solamente un fatto storico. La segregazione legalizzata è ormai lontana, ma la società statunitense è ancora sistematicamente tormentata da divisioni razziali. Il fenomeno più degno di nota è senza dubbio quella dell’incarcerazione di massa: circa un uomo di colore su quaranta è in prigione, più di quanti siano iscritti all’università e due quinti del totale dei detenuti.

La condizione è il risultato non di un carattere individuale cattivo o di un’attitudine razzista del personale del sistema giuridico, ma l’uso del regime carcerario per gestire chi non appartiene realmente alla società, specialmente attraverso la guerra contro le droghe in corso dagli anni Ottanta. I diritti sono stati ottenuti, un vero progresso si è fatto largo, e le vite degli afroamericani sono più visibili. Eppure, ancora milioni di uomini e donne di colore rimangono ghettizzati, con una mancanza di speranza e una sfiducia che si tramanda da una generazione a quella successiva. Cinquant’anni dopo l’assassinio di King, la richiesta di un vero Paese paritario degli scioperanti di Memphis deve ancora concretizzarsi.

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