Era il febbraio del 2016 quando Paola Taverna, verace grillina della prima ora, spiazzò tutti dichiarando: “C’è un complotto per farci vincere a Roma”. Con quei suoi toni distanti dall’ortodossia politica, spiegò come si fosse creato un clima di terrore di fronte alla possibilità di governare la capitale, che versava, e versa, in condizioni di disagio. A suo modo di vedere, i candidati del centrodestra e del centrosinistra erano deboli e l’intenzione delle due coalizioni era quella di lasciare l’ingovernabile Roma ai Cinque Stelle.

Paola Taverna

Sono passati più di due anni, si sono appena svolte le elezioni su scala nazionale e probabilmente la situazione non è cambiata.

Stare all’opposizione consente di assumere un ruolo anti-establishment, analizzare al microscopio le malefatte del governo e gettarle in pasto alla rabbia del popolo. Il politico che non governa prende facilmente le sembianze del cittadino, non avendo la responsabilità istituzionale di far quadrare i conti, di gestire le problematiche di un Paese, di fare scelte tanto forti quanto impopolari. Le forze di governo, d’altro canto, accusano l’opposizione di inasprire i toni e di rimpolpare la fazione dei demagoghi. Facile fare gli eroi quando gli oneri spettano ad altri.

Il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno usato a loro favore questi cinque anni, immagazzinando lo scontento popolare attraverso una serrata campagna di demonizzazione del governo, anzi, dei governi, dal 2013 a oggi. Ogni fatto di cronaca, che coinvolgesse direttamente o meno il Pd, veniva strumentalizzato e raccontato come evidenza di corruzione, inettitudine, o di un percorso “contro gli italiani” messo in atto dal governo. I talk-show pullulavano di oppositori sbraitanti, pronti a incollerirsi e ad addossare la colpa al “male assoluto del Paese”: il Pd. Gli immigrati? Colpa del Pd. La disoccupazione giovanile? Colpa del Pd. Guadagnate poco? Colpa del Pd.

È il gioco delle parti: per un ventennio il centrosinistra ha basato la sua esistenza sull’anti-berlusconismo, aumentando i propri consensi quando il Cavaliere veniva colto in flagrante o non manteneva le sue promesse. Non a caso, nella Seconda Repubblica, nessuno schieramento è riuscito a confermarsi per due tornate elettorali consecutive, creando un’alternanza basata solo sui fallimenti di un governo piuttosto che un altro.

La situazione di stallo in cui ci troviamo ora era prevedibile a causa della legge elettorale e di un tripolarismo ben lontano dalla stabilità politica. Chi ha vinto? Non si sa: come coalizione il centrodestra, ma non ha la maggioranza; come partito i Cinque Stelle, ma non hanno abbastanza seggi. Quindi si susseguono proclami e annunci di trionfo elettorale da entrambi i lati, con il rischio concreto di trovarsi di fronte a una vittoria di Pirro, date le conseguenze.

Sarà decisiva la scelta del Pd, dilaniato a livello di voti, ma fondamentale per ottenere una maggioranza. La decisione di appoggiare o meno un governo grillino sta dividendo il Pd al suo interno: da un lato Emiliano spinge per l’alleanza, dall’altro Calenda giura che, se questo dovesse accadere, brucerebbe la tessera appena ottenuta . Anche dall’esterno c’è chi pungola il Partito democratico, da Pif, che chiede di mettere da parte l’orgoglio, a Massimo Cacciari, che riflette sui flussi elettorali. Lavarsene le mani e lasciare il giochino malridotto agli avversari consentirebbe un periodo di respiro, con gli oneri gravosi tutti sulle spalle del M5S o della Lega, per poi aspettare il loro cadavere sulla riva del fiume. Lo sanno bene anche i “vincitori”: governare equivale a sporcarsi le mani e a perdere la propria verginità politica. Ad esempio, i grillini potrebbero salire al potere soltanto alleandosi con chi per anni hanno insultato, rinnegando il loro motto “mai con il Pd”. Dovrebbero mantenere le promesse fatte in campagna elettorale – la spada di Damocle del reddito di cittadinanza graverà sulle loro spalle, così come le coperture necessarie per attuarlo – e dimostrare le competenze finora solo annunciate,  saper reggere l’urto del rinculo governativo.

Carlo Calenda
Michele Emiliano

I Cinque Stelle la legge del contrappasso l’hanno già vissuta sulla loro pelle nelle città dove hanno preso il potere. A Roma e a Torino hanno perso consensi dopo solo due anni di amministrazione. Sta qui la differenza tra opposizione e governo. Quando Marino era sindaco di Roma, nella sua breve e tortuosa esperienza, la Raggi, dall’opposizione, non perdeva occasione per attaccare il primo cittadino con tweet velenosi e frasi sibilline, che adesso le si sono ritorte contro. Si lamentava per i problemi di Atac, per la cattiva gestione del maltempo, per le buche, per la spazzatura. Con lei al comando, la situazione si è ribaltata: adesso è l’opposizione a criticarla per gli stessi temi, che nel mentre non si sono evidentemente risolti. Stesso potremmo dire per l’Appendino a Torino. Il populismo non è un parola creata ad hoc dai boriosi radical-chic, è un atto di propaganda che sfrutta i rigurgiti del popolo, la finzione del politico che sposa concettualmente la causa del cittadino soltanto per un tornaconto personale, screditando l’avversario. È sempre colpa di chi sta al potere, è l’esaltazione massima del “Piove, governo ladro!”, senza focalizzarsi sulla reale soluzione dei problemi.

Virginia Raggi
Chiara Appendino

Per la Lega è stato esattamente lo stesso. Pur sfruttando altri temi, Salvini ha cancellato le istanze della vecchia Lega Nord, concentrandosi prevalentemente sulla questione dei migranti. Il grido primitivo che risuona alle orecchie del popolo è: “Se state così, è colpa degli immigrati che si intascano i vostri soldi, vi rubano il lavoro, e razziano le città. Quindi, è colpa del Governo.” Poco importa se la legge che disciplina l’immigrazione porta il nome “Bossi-Fini”, o se il trattato di Dublino è stato firmato da Silvio Berlusconi: conta solo indirizzare il popolo contro il nemico. Per anni, Salvini ha inveito contro la Legge Fornero, contro l’euro e contro il Jobs Act. Ma siamo sicuri che se andasse al governo abrogherebbe queste leggi e deciderebbe di uscire dall’euro-zona? Nell’ultimo periodo di campagna elettorale, spinto anche dai sussurri dietro le quinte di Berlusconi, la Lega ha fatto dei passi indietro, senza farlo notare più di tanto al proprio elettorato. Eliminare Legge Fornero e Jobs Act forse causerebbe alcuni problemi. Uscire dall’euro forse non conviene. Sulla questione della moneta unica, il percorso dei Cinque stelle è stato altrettanto accidentato, passando da posizioni opposte tra loro nel giro di pochi anni: prima fuori dall’euro, poi forse, poi facciamo un referendum (senza alcun valore costituzionale), poi meglio di no.

Lega e Cinque Stelle sono forze politiche che hanno sempre seguito le strategie più convenienti, in base al volere popolare. Ius Soli? Legittimo il rifiuto da parte della Lega, proprio a livello ideologico, ma i Cinque Stelle si sono mossi esclusivamente per convenienza, consci dello scarso apprezzamento della popolazione nei confronti di una legge mai del tutto capita. Anche questo è stato il ruolo dell’opposizione: sviare l’attenzione dal reale contenuto delle proposte. Lo Ius Soli è stata bollata come una legge “contro gli italiani”, senza un valido motivo, e per gran parte della gente equivale a incentivare gli immigrati e farli venire in Italia. Molti non hanno compreso la portata della proposta, e lo stesso vale per il referendum costituzionale dello scorso anno. Lì, l’errore fu anche di Renzi, che personalizzò il voto, ma lo schieramento del No fece di tutto per spostare l’attenzione e trasformare il voto in un “cacciamo Renzi”. Ovviamente, gli italiani non sono stupidi: si tratta di una minoranza, ben rumorosa, di persone che non hanno i mezzi adeguati per informarsi e che ricadono nella categoria dei cosiddetti analfabeti funzionali. Gran parte della popolazione ha certamente votato Lega o Cinque Stelle perché credeva in quel progetto al di là di ogni populismo, ma il consenso ai due partiti è venuto in prevalenza da quella fetta oscillante di elettorato che cambia bandiera ogni cinque anni.

Quindi a chi conviene governare? Il M5S perderebbe la sua forza d’urto, la sua natura di movimento di protesta contro il malgoverno, e al primo passo falso subirebbe una sequela di commenti come: “Ve l’avevamo detto, sono incompetenti”. Soprattutto, con una maggioranza risicata o ottenuta grazia all’appoggio del nemico. Un loro fallimento farebbe crollare l’intero sistema su cui si basa questo progetto politico, di fatto cancellandolo dalle scene.

Il centrodestra si ritroverebbe ad affrontare l’annosa questione della Flat Tax e la lotta agli immigrati, dovendo conciliare una natura anti-europeista, rappresentata da Salvini, con quella opposta di Berlusconi, scontrandosi anche con gli estremisti di Giorgia Meloni.

Il Pd, infine, governerebbe solo come stampella, avallando scelte poco gradite solo per evitare il collasso e tornare presto al voto, mentre vorrebbe accumulare nuovi voti grazie a una lenta rigenerazione e, appunto, all’esperienza all’opposizione. Inoltre, tutte e tre le forze si troverebbero di fronte a una situazione complessa per l’intero Paese, che a fatica sta riemergendo dalla crisi economica che nell’ultimo decennio ha colpito quasi tutto il mondo. Affrontare un popolo esacerbato è un rischio troppo grande per chiunque, soprattutto per chi ha messo sulla bilancia una quantità notevole di promesse da mantenere. L’effetto boomerang è dietro l’angolo, ogni proclama potrebbe tornare indietro insozzato di fango, e la sua eco determinerebbe un crollo dei consensi.

Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma stare all’opposizione conviene a tutti. Con buona pace di Mattarella, che dovrà trovare una soluzione, e degli italiani, che rischiano di non essere governati e di tornare presto al voto.

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