Anche in Italia ora le femministe discriminano le trans - The Vision

Anche il femminismo ha le sue degenerazioni. Non so se sapete che esiste una famosa corrente del movimento femminista che si dedica alla discriminazione delle donne transgender e transessuali. Generalmente queste attiviste “radicali” vengono indicate come TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminist). Il termine è nato nel 2008 in ambito americano, ma il fenomeno è ben precedente. Le TERF sono convinte che sia la dotazione biologica a determinare l’identità di una persona. Le “vere” donne sono quelle cisgender, ovvero quelle donne in possesso, fin dalla nascita, di utero e vagina. Queste femministe appartengono, diciamo, alla vecchia scuola del femminismo, quella figlia del ’68, che vedeva nella differenza uomo-donna la risposta necessaria a combattere il patriarcato, ma godono anche dell’appoggio di qualche femminista più giovane, affascinata dal piglio aggressivo e iper-combattivo. In ogni caso le TERF raccontano una contrapposizione generazionale: le correnti più attuali e contemporanee del femminismo sono vicine invece ai temi dell’inclusione e del queer, ovvero dell’identità di genere concepita come essenzialmente culturale e fluida. Tutto ciò risulta particolarmente odioso alle TERF, che non vogliono che identità maschile e femminile vengano confuse in alcun modo.

Una delle più note e agguerrite TERF si chiama Germaine Greer ed è autrice di un famoso saggio del 1970 “L’Eunuco femmina”, di fatto un manifesto della transfobia femminista. Nei testi di Germaine Green, e in generale un po’ in tutto il femminismo TERF, si porta avanti una critica generalizzata al maschile: gli uomini sono sempre carnefici o potenzialmente tali e lo sono sulla base della loro natura e anatomia. Per il femminismo “radicale” gli uomini non possono unirsi alle lotte e alle attività femministe (vengono definite infatti “separatiste”), e le loro velleità discriminatorie non si fermano qui. Per le TERF, le donne MtF (ovvero transessuali, quelle che hanno adeguato il loro corpo maschile all’identità femminile percepita) sono figure scomode, inquietanti: impossibile accettarle nei gruppi e negli spazi femministi. Le loro battaglie non possono essere le nostre, dicono le TERF. Che ne sanno loro di cosa significa essere donne davvero? Greer, nel corso degli anni, è rimasta ferma sulle sue posizioni: anche quando sembrava che si stesse per ricredere, puntualmente sono poi arrivate da lei nuove affermazioni transfobiche.

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Queste estreme propaggini del femminismo ci sono sempre andate giù molto pesante, ostinandosi a ritenere l’identità trans il frutto di un disturbo mentale: una donna MtF per una TERF è, di fatto, un uomo effemminato (mentre un uomo trans FtM è una donna che vuole i privilegi maschili). Le donne trans sono, alla fin fine, uomini travestiti (tra l’altro, esteticamente, pieni di stereotipi), su cui l’industria medica specula con interventi raccapriccianti e “mutilazioni selvagge” (Jeffreys) che creano dei “Frankenstein” (Daly). L’identità trans è un’“invenzione medica per creare profitto” (Raymond) e le donne trans non possono far parte del femminismo perché costituiscono un “fattore distraente” per le lotte di liberazione. Almeno fino a un certo punto hanno avuto il pene: sono state dall’altra parte della barricata, e questo non ha permesso loro di sperimentare fino in fondo misoginia e sessismo. È bene che restino tra di loro: impossibile concedergli, ad esempio, l’uso dei bagni e degli spogliatoi delle donne. In un’ottica che non sembra esagerato definire cospirazionista, questi “uomini in incognito”, queste “parodie delle donne” (Greer), potrebbero facilmente stuprare le donne cisgender, approfittando dell’intimità concessa dagli spazi condivisi.

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Greer è sempre stata molto attaccata per le sue battaglie trans-escludenti. Per esempio, lei usa volutamente pronomi maschili per riferirsi alle donne trans (he e non she), un tipico comportamento transfobico. Insomma, l’identità di genere per queste femministe “radicali” è un dato biologico immodificabile e le vere donne sono nate con la vagina e i cromosomi XX. È il cosiddetto “essenzialismo” di genere, lo stesso sostenuto dai fondamentalisti cattolici e dai gruppi anti-gay che diffondono un’immagine delle persone trans come malate, morbose. Estremismi e ideologie di parte avversa hanno finito per coincidere: esistono solo due sessi e due generi, maschile e femminile, e sono quelli assegnati dalla natura o dal buon Dio. Fine. E il resto? Il resto è eccezione da lasciare ai margini, da tollerare anche, magari, ma fino a un certo punto.

Un approccio, quello delle TERF, che impressiona perché riproduce la violenza sessista e fa proprio il gesto – tipico del patriarcato – di creare discriminazione sulla base della mera dotazione genitale. Queste correnti radicali si espongono così a una contraddizione non da poco: le femministe TERF lesbiche si trovano dalla stessa parte di quegli integralisti cattolici per i quali l’omosessualità è devianza, contro natura. Accettano i termini di quello che fino a ieri era il nemico per ragioni di comodo, per paura di perdere il primato della vera femminilità, e le conseguenze del loro discorso spesso sono sfociate, soprattutto negli Stati Uniti, in pratiche aggressive: insulti, minacce, outing online e coi datori di lavoro, intromissione nell’iter medico della transizione (nel 1980 alcune attiviste TERF bloccarono l’accesso delle persone trans alle cure mediche e psicologiche e chiesero anzi di sottoporle a terapie “riaparative” o di conversione).

Questa prospettiva di recente è sbarcata anche in Italia, accentuando una vera e propria frattura nella comunità LGBT. Quest’estate, in agosto, la pagina Facebook di Arcilesbica Nazionale – la principale associazione italiana delle donne lesbiche – ha condiviso un articolo, comparso originariamente sulla piattaforma Medium, dal titolo I am a woman. You are a trans woman. And that distinction matter, generando un vero uragano mediatico. L’autrice dell’articolo condiviso da Arcilesbica si dichiara contraria alla rimozione della differenza biologica ed esprime in modo molto accesso il fastidio di dover condividere spazi intimi con donne transessuali dotate di organi genitali maschili (il pene a qualcuna può ricordare abusi subiti in passato). In brevissimo tempo la bacheca di Arcilesbica è stata invasa dalle critiche (e dagli insulti), ma il gruppo dirigente dell’associazione non s’è scomposto. Dopo qualche ora, in una replica stringata, ha precisato che “esisterà sempre un femminile irriducibile al neutro”. Ovvero: il queer non ci avrà mai.

Va detto che già da tempo la comunità LGBT è spaccata sui temi della genitorialità e della maternità surrogata e la questione dell’inclusione o meno delle trans nel femminismo ha buttato benzina sul fuoco. Con la condivisione dell’articolo di quest’estate, Arcilesbica ha provocato una frattura in se stessa, acuendo la divisione già esistente tra il gruppo dirigente centrale e i vari circoli locali. Molti circoli hanno preso immediatamente le distanze dalle posizioni della segreteria centrale (è nata una pagina Facebook che dà voce alle militanti aperte verso l’identità trans e le nuove forme di genitorialità) e ora toccherà aspettare il congresso dell’8-9 dicembre a Bologna per sapere che ne sarà della storica associazione LGBT (che da tempo non gode peraltro di buona salute). Prevarrà il tradizionalismo sempre più radical delle veterofemminsite oppure le idee delle nuove generazioni, ben più sensibili ai temi dell’inclusività e dell’intersezionalità, desiderose di rinsaldare i rapporti con il mondo gay e le persone transessuali?

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Molti esponenti della comunità LGBT fanno presente che il gruppo dirigente di Arcilesbica è ormai (disperatamente?) teso alla difesa del privilegio biologico (contro le donne transessuali, così come contro la paternità via GPA delle coppie gay maschili) e in questo si dimostra incapace di stare al passo coi tempi, ma anche di rendersi conto del’autentico dramma vissuto quotidianamente dalle donne transessuali, a causa di un mix letale fatto di omofobia, misoginia e transfobia. Una donna trans non capirà al cento per cento le battaglie di una donna cisgender, ma le donne cisgender hanno compreso il valore delle battaglie delle trans? Arcilesbica ha trovato supporto, soprattutto sul web, nella vivace Marina Terragni, giornalista in pensione e femminista incline a una certa aggressività di idee e di toni (nel reclamare il primato della vagina “biologica” per la definizione dell’identità femminile ha scritto: “Imponetemi il buco davanti e imbraccerò il bazooka”). Terragni è una di quelle che ritiene queer e gender studies espressioni della “logica maschile, invidiosa e misogina”. È “il patriarcato astuto e trasformista” che coi temi della fluidità impone il suo predominio oppressivo.

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Non è questa la sede per rispondere a questa autentica mistificazione della scena culturale degli studi di genere: basterà far presente che per la maggior parte degli esperti queer e fluidità di genere sono dispositivi descrittivi che ampliano lo spettro delle possibilità, introdotti appositamente per assicurare più apertura e accettazione, evitando l’oppressione binaria (maschio-femmina). Il (grave) paradosso della transfobia delle femministe è ancora più inquietante quando si tratta di femminismo LGBT: le femministe lesbiche rifiutano i limiti della tradizione maschilista (quelli che, ad esempio, creano la lesbofobia) per poi riproporli contro le donne transessuali, nel tentativo di imporre un unico tipo di femminilità possibile. Lesbiche TERF e gruppi omofobi religiosi e di destra (come le Sentinelle in piedi e il Popolo della Famiglia) si ritrovano così tutti a far fronte comune contro lo scandalo della transessualità, scandalo che incarna l’autentica autodeterminazione, ovvero l’emancipazione dal dato di natura, e l’idea che l’identità biologica possa essere modificata da quella psicologica.

Queste complicate vicende interne al femminismo mettono in luce una fragilità che è anche storica: se si arriva a dichiarare che “il pensiero queer non è compatibile con il femminismo” è probabilmente perché ancora troppo forte è la paura di soccombere e scomparire. Non ci si sente abbastanza solide e autonome da potersi aprire alla differenza. “Le donne sono un gruppo politico,” ha scritto Catarine MacKinnon e “Chiunque si identifichi come una donna, voglia essere donna, va in giro da donna, per quanto mi riguarda, è una donna”. Forse è da qui che il femminismo del 2017 potrebbe provare a (ri)partire.

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