Il dialogo non ferma gli atti terroristici, ma non forma nuovi terroristi - The Vision

Nei giorni successivi alla strage di Macerata, in cui Luca Traini ha sparato da una macchina in corsa contro un gruppo di persone, tutte straniere, sono emersi due punti principali.

Il primo riguarda la possibile interpretazione del fatto quale atto terroristico, somma delle tre componenti principali figuranti nelle definizioni più complete: violenza, obiettivo politico, audience. La seconda, più spaventosa, è il supporto nato in difesa del ventottenne italiano, tanto che su Ponte Milvio, a Roma, è comparso, per pochi minuti, uno striscione con la scritta “Onore a Luca Traini”. I commenti di solidarietà sul web hanno mostrato l’immagine di una parte del Paese per cui lo “straniero” è il nemico da distruggere, causa di tutti i problemi. Esasperazioni virtuali che nel peggiore dei casi si trasformano in scontri reali, in atti di giustizia fai-da-te indirizzati a minacciare civili e istituzioni, al fine di affermare le proprie convinzioni.

Sembra esistere, però, una valida alternativa a rispondere alla violenza con la violenza: sfruttare la potenza delle parole, del dialogo. Negoziare, trattare, educare.

A sostegno di questa tesi, si schiera Frank Westerman, autore olandese di romanzi-reportage e giornalista freelance, con il suo ultimo saggio, I soldati delle parole. Partendo dalla presa in esame dei diversi attacchi terroristici perpetrati in territorio olandese negli anni Settanta dal movimento indipendentista delle Molucche, fra cui il dirottamento di un treno e la presa in ostaggio di una scuola, l’autore indaga il potere della parola sulla violenza, studiando il ruolo dei negoziatori nella gestione dei conflitti di matrice terroristica. “I ‘disarmati’ li chiamano con sarcasmo all’Accademia. Essere l’ultimo a parlare con qualcuno che è sul punto di essere fatto fuori, però, non è una passeggiata”.

Frank Westerman

Prendendo parte a simulazioni di dirottamenti, alla convention mondiale dei negoziatori e incontrando alcuni attentatori stessi, Westerman descrive in modo preciso le fasi principali dei sequestri e le tecniche utilizzate per trattare con i sequestratori: mai farsi trovare impreparati, prendere tempo chiedendo maggiori informazioni e dettagli, fingere di dover sempre riferire a un superiore, proporre cibo e medicinali. E, soprattutto, non rivolgersi al terrorista, ma all’uomo che si nasconde dietro quella maschera. “Se poni e continui a porre abbastanza domande, alla fine ti imbatti in quesiti universali. La gelosia, la solitudine, il dolore. Nel caso del terrorista, disconoscimento e umiliazione. Per questo ascoltare è più importante che parlare”. Individuare ciò che ci unisce e ci rende simili a lui. Comprendere il messaggio che vogliono diffondere e i temi su cui soffermarsi e insistere per farli tornare sui propri passi.

23 maggio 1977, sequestro del treno nei pressi di Glimmen, Olanda, da parte del gruppo Molucche.

Considerazioni sempre valide ma pertinenti soprattutto agli anni precedenti al 2001 e all’attacco alle Torri Gemelle, quando il terrorismo agiva per rivendicazione – dando possibilità al dialogo e trovando, nello stesso, un mezzo per ottenere delle concessioni – e non, come accade, soltanto per affermare la propria esistenza. Oggi, in un clima collettivo che sembra sempre più disponibile allo scontro che alla mediazione e dove si avverte il bisogno di sfogarsi, proiettando sull’altro le proprie paure e debolezze, il nuovo terrorista non considera più la violenza uno strumento col quale aspirare al riconoscimento, ma un atto fine a se stesso. Incutere terrore senza alcun altro scopo che l’azione stessa: demolire per costruire con la paura. Non a caso, i destinatari dei video e dei tweet prodotti dall’Isis vengono studiati accuratamente, per intercettare al meglio gli occidentali e gli immigrati più fragili e pieni di frustrazioni.

È in questo passaggio, nello scontro con la violenza più cieca, che la forza del dialogo mostra i propri limiti: “È impossibile negoziare con un kamikaze,” scrive Westerman, “non c’è alcun motivo di parlarci. Non sono un pacifista in senso assoluto, ma sono convinto che non si possa usare la spada senza poi usare la penna”. Convinzione sostenuta anche da Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, una delle più importanti organizzazioni per i diritti umani a livello mondiale, che nell’agosto 2014 aveva giudicato insensato un approccio umano con l’Isis. “L’Isis è diverso. Con l’Isis non è possibile alcun dialogo”. Non prima della fine delle atrocità e di aver compreso le condizioni e il prezzo a cui si è disposti a trattare, almeno. Nel caso della distruzione della città di Palmira, ad esempio, sarebbe sorto l’interrogativo su cosa e in quale parte saremmo stati davvero pronti a negoziare.

Fotografie di Joseph Eid, prima e dopo la distruzione del sito di Palmira da parte dell’ISIS

Secondo Adam Dolnik, docente di Terrorism Studies all’Università di Wollongong (Australia) e di Counterterrorism al George C. Marshall, Centro europeo per gli studi sulla sicurezza (Germania), c’è sempre, invece, un margine di negoziazione, anche con quei terroristi che annunciano di voler morire “da martiri”. “In fondo, loro si appellano sempre a dei testi, alla parola. Anche quando si tratta di dogmi religiosi che non possono essere messi in discussione, si può trovare un terreno di incontro comune”. Questa argomentazione è condivisa anche da Jonathan Powell, capo negoziatore del governo britannico per l’Irlanda del Nord tra il 1997 e il 2007, nel suo ultimo libro, Talking to a Terrorist. How to End Armed Conflicts, definisce il dialogo una strada necessaria e smonta, una a una, le principali obiezioni al negoziato. “Parlare con i terroristi significa cedere a un loro ricatto e legittimarli”. “È inutile, sono degli psicopatici”. “È immorale”. Ma è la Storia stessa, al contrario, a suggerire come si finisca, quasi sempre, per negoziare con i gruppi terroristici. “Un governo non può assolutamente considerare i gruppi armati come i soli legittimi rappresentanti del proprio popolo. Parlare, dimostra la fiducia di un Paese in se stesso”.

Jonathan Powell

Nonostante la parola sia ritenuta, sempre da più persone, un rimedio troppo blando, incapace di contrastare la violenza, sono gli stessi terroristi a legittimarne, per primi, la forza: agendo, come già detto, in nome di un testo, di una Parola e temendo e sopprimendo le voci del dissenso, capaci di minare un regime totalitario.

Le parole mostrano dunque i propri limiti contro la violenza più cieca, ma rivelano anche potenzialità indispensabili per contrastare il terrorismo, se non nella fase più estrema, almeno nel momento in cui l’azione viene preparata. È evidente che con un terrorista che sta per compiere un attacco non è possibile dialogare, ma sono chiare le leve su cui agisce la propaganda nel fare proseliti: la percezione di non essere ascoltati – che sia dalle istituzioni, dai compagni di scuola o dei colleghi – e le incertezze per il proprio futuro, soprattutto negli adolescenti. La loro è l’età dell’incanalamento graduale verso la vita adulta e non sorprende che la psiche sia più fragile e propensa a individuare, nella propaganda, i modelli e i riferimenti altrimenti mancanti.

Il nuovo fronte su cui lavorare, su cui si combatte la battaglia tra violenza e parole, si rivela quello dell’educazione e dell’inclusione, con un’azione preventiva presa in carico non solo ai livelli politici più alti, ma anche a livello delle piccole comunità locali.

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