In Cile contro gli abusi la vergogna del Papa non basta più - The Vision

Il Palacio de La Moneda (Palazzo della Zecca) o La Moneda, è la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica del Cile. Chiaro esempio di neoclassicismo, si trova nel centro della capitale, Santiago del Cile. L’ingresso principale del palazzo affaccia su Plaza de la Constitución. Il 2 aprile 1987 qualcosa come 7mila persone videro affacciarsi dal balcone centrale il Generale Augusto Pinochet insieme con l’allora Pontefice Giovanni Paolo II. Quell’immagine rappresenta una delle più grandi gaffes politiche del Beato Papa: risultò infatti come la benedizione immortale da parte della Chiesa al regime fascista di Pinochet. Ricostruzioni successive parlano di un inganno del dittatore nei confronti dell’ingenuo Papa, che avrebbe a quel punto reagito, peccando d’ira. Le immagini video di quei momenti sembrano raccontare altro eh, ma sicuramente un Papa è anche abituato a celare le proprie benedette incazzature.

In realtà, una benedizione reale del Papa a Pinochet, alla sua famiglia e ai suoi gerarchi ci fu, nel Patio de los naranjos (cortile degli aranci), all’interno del Palacio de La Moneda. E proprio in questo cortile Papa Francesco ha tenuto pochi giorni fa il suo primo discorso rivolto alle autorità e alla società civile del Cile.

Per quanto buona parte della stampa italiana abbia voluto ridimensionare la criticità di questa visita in Sud America – parlando per esempio del timore nucleare di Francesco o della sua vicinanza ai poveri del mondo – ad aspettare il Papa non c’era quello che definirei un clima sereno. In generale, sono anni che in Sud America il Cattolicesimo non è più così trendy come un tempo: il protestantesimo avanza, e chiaramente per la Chiesa di Roma questo è un problema. Non è un caso che fin dall’inizio del suo insediamento Francesco si sia concesso un viaggetto dalle parti di casa per ben sei volte: Brasile (2013), Ecuador, Bolivia e Paraguay (2015) e Cuba (sempre 2015), Messico (2016) e, l’anno scorso, Colombia.

Il Cile però rappresenta un nodo più complesso degli altri,  soprattutto per quel particolare disturbo della preferenza sessuale che va sotto il nome di pedofilia. Sembra infatti che rispetto all’Italia – dove a colpi di misericordina e di battute simpatiche Francesco è riuscito a riconquistare i cuori benpensanti di una moltitudine di cattolici non-più-tanto-cattolici – i cileni siano più rancorosi e abbiano tra l’altro una memoria più allenata. In particolare quando si parla, appunto, di pedofilia. La visita papale è stata infatti preceduta da numerose proteste: svariate chiese in tutto il Paese – persino una parrocchia di Santiago – sono state date alle fiamme all’arrivo del Papa. Un’altra parrocchia è stata imbrattata quella stessa notte con graffiti neri: “Complice!” e “BurnPope!”. Questi atti sono stati attribuiti per lo più al malcontento per il costo della visita di Francesco – ritenuta da molti fuori luogo, vista la difficile fase economica che sta attraversando il Cile – e alle rimostranze della popolazione Mapuche, ma gli oppositori di Francesco hanno saputo essere molto attivi e diretti sui social media, attraverso l’hashtag #noalpapaenchile e lo slogan: “Niente più abusi, niente più occultamento, niente più ipocrisia”.

Così, quando dal cortile degli aranci sono risuonate le (già sentite) parole di Francesco: “Qui non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato ai bambini da parte di ministri della Chiesa”, sono stati in molti a non prenderla benissimo. Soprattutto le vittime di padre Karadima.

Padre Fernando Karadima è stato parroco della chiesa del Sacro Cuore di El Bosque de Santiago, fin dai primi anni ‘80, in pieno periodo di dittatura di Pinochet. L’opinione pubblica cilena lo considerava un santo, le sue messe e i suoi ritiri godevano di un seguito enorme, la sua fama era trasversale all’interno della società cattolica dell’epoca. Il suo ruolo di guida e la sua influenza sono testimoniate anche dal fatto che alcune delle persone formate all’epoca dal sacerdote sono ora personalità di spicco nella gerarchia ecclesiastica cilena.

In quella che sembra essere la vita di un santo si intromette tuttavia una crisi familiare. Com’è noto la famiglia è il fondamento di ogni buona società cattolica – non a caso i cileni hanno dovuto attendere il 2004 per avere una legge sul divorzio. Nel 2009 James Hamilton, noto gastroenterologo di Santiago, chiede l’annullamento ufficiale del proprio matrimonio religioso. Niente di scandaloso, se non fosse che il medico fa mettere agli atti che a suscitare la crisi sono state le violenze di padre Fernando, il “santo” Karadima. Abusando di lui sessualmente e psicologicamente Karadima sarebbe riuscito ad annullare la sua volontà e il suo discernimento: la decisione di sposarsi, infatti, sarebbe stata presa anche in seguito alle insistenze del sacerdote.

Il caso diventa di dominio pubblico quando tre vittime – lo stesso Hamilton, il sociologo José Andrés Murillo e il giornalista Juan Carlos Cruz – decidono di denunciare “il santo” alle autorità civili e attraverso i media sudamericani. È così che il Cile scopre, fra le altre cose, che padre Karadima ha abusato per quindici anni di James Hamilton, molestato per la prima volta a diciassette in un momento di fragilità psicologica, dovuta alla morte del padre. E che ha esercitato le stesse violenze su tanti altri. La notizia scatena un pandemonio, eppure l’inchiesta penale della procura di Santiago si apre nel 2010, per poi essere archiviata già nel 2011. Gli abusi su minori si erano consumati infatti fra il 1985 e il 1995, e in Cile tali reati cadono in prescrizione dopo 5 anni.

Nonostante anni di insabbiamenti e indagini sospese per volontà delle gerarchie ecclesiastiche – le prime denunce risalgono già al 2003 – le accuse dei sopravvissuti sono state comunque considerate credibili anche dalla Congregazione per la dottrina della fede, che, nel febbraio del 2011, condanna il prete, oggi ottantaseienne, a “una vita di preghiera e penitenza” nel convento di Santiago delle Serve di Gesù della Carità.

Questo castigo in stile “un Padre nostro e cinque Ave Maria” non è piaciuta molto alla comunità cattolica cilena. Anche a causa di un altra serie di mosse, diciamo “avventate”, di Papa Francesco. Le promozioni ecclesiastiche attuate dal governo Bergoglio hanno più volte lasciato perplessi gli osservatori. Per esempio quella del famigerato cardinale Pell, accusato di aver messo in atto il cosiddetto “Melbourne Response”, uno schema di risarcimenti per le vittime di abusi volto a scoraggiare le denunce, e da poco sotto processo penale per abusi sui minori. In Sud America però a destare maggiore indignazione sono state le promozioni del vescovo cileno Juan Barros Madrid, nominato nel 2015 alla diocesi di Osorno – città a 900 chilometri a sud di Santiago – e quella di Francisco Javier Errazuriz, ex arcivescovo di Santiago del Cile nominato nel 2013 membro del gruppo di cardinali chiamati a consigliarlo nel governo della Chiesa universale. Erraziriz e Barros sono infatti implicati nel più grande scandalo nella storia del clero cileno, e da anni vengono attaccati duramente in patria da giornali, associazioni, fedeli e magistrati per aver coperto padre Fernando Karadima.

A far infuriare i cattolici cileni è soprattutto la nomina di Barros. Bergoglio, infatti, ha nominato vescovo di Osorno proprio un ex seminarista di padre Karadima, al suo fianco per oltre venticinque anni. Secondo i racconti di alcune vittime, Barros – che nel 2006 officiò i funerali di Pinochet – era a conoscenza delle condotte molto poco ortodosse del suo superiore. Ma le avrebbe coperte. Il neovescovo ha ovviamente negato ogni addebito, eppure un sacerdote ha testimoniato in processo di aver ammonito Karadima per le sue azioni proprio in presenza del giovane Barros, nei primi anni ’80. Il giornalista Juan Carlos Cruz ha sostenuto inoltre in più occasioni che l’attuale vescovo di Osorno sarebbe stato addirittura testimone oculare degli abusi sessuali, e che per anni, dopo l’inizio dello scandalo, avesse organizzato manifestazioni pubbliche per difendere il suo maestro, compresa una messa solenne a lui dedicata.

Per questi motivi, quando la nomina viene resa pubblica, nel Paese si scatenano violente proteste. Alla notizia i fedeli della città di Osorno, alcune associazioni religiose e diversi parlamentari reagiscono chiedendo al Vaticano di revocare la promozione di Barros. Un gruppo di 51 deputati manda una lettera al Papa invitandolo a tornare sui suoi passi e persino la Conferenza episcopale del Cile si muove in questo senso. Le proteste continuano per mesi.

Francesco risponde alla Conferenza con una lettera pubblicata pochi giorni fa dall’Associated Press nella quale propone a Barrios di ritirarsi almeno per un anno. Come evidenziato proprio da AP quella lettera dimostra come Papa Francesco fosse a conoscenza del “problema Barros”. In seguito a quella lettera, nulla accade.

In questa vicenda sembra proprio che Francesco si sia impantanato: e dove pesta, pesta male. Come durante un incontro in piazza San Pietro nel maggio 2015, in cui un corista cileno manifesta tutta la propria sofferenza, causata della nomina del vescovo di Osorno. “Per favore, eh… – risponde il Papa al corista – non perdano la serenità. Osorno soffre, certo, perché è stupida. Perché non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle cretinate che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere, ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare, confusione, che cercano di calunniare…” Questa risposta di Bergoglio è disponibile grazie a un turista argentino che riprende tutta la scena.

Il video ha fatto infuriare un po’ tutti: le vittime di padre Karadima, politici di vari partiti e persino alcuni autorevoli componenti della Pontificia commissione per la tutela dei minori. Marie Collins, violentata a tredici anni da un prete in un ospedale cattolico di Dublino, si è detta “scoraggiata e addolorata” per le parole di Francesco.

E, come se non bastasse, nel video si sente Bergoglio parlare anche di un’ipotetica assoluzione di Barros. Ipotetica, perché mai avvenuta. Ecco perché le parole del Papa hanno catturato anche l’attenzione della Corte suprema del Cile, colpita dalla presunta “assoluzione di Barros” di cui aveva parlato il pontefice. Come fa notare anche Emiliano Fittipaldi, alti magistrati cileni hanno subito avviato una rogatoria internazionale, richiedendo al Vaticano di inviare qualsiasi incartamento sul vescovo, e di esibire le prove di questa ignota “corte giudiziaria” che lo avrebbe considerato innocente. Di questi documenti, ad oggi, non s’è vista traccia, cosa che farebbe pensare che semplicemente non esistano. Insomma, Francesco avrebbe sostenuto quella che oggi va tanto di moda chiamare fake news – io sinceramente preferisco il termine cazzata.

“Il papa è responsabile della rimozione, se necessario, di ogni vescovo che abbia coperto un caso di abuso. Qualora non lo facesse il suo dolore e la sua vergogna non saranno credibili”, ha detto José Andrés Murillo, una delle vittime di Karadima ora alla guida della Fondazione Cilena Para la Confianza, che aiuta i sopravvissuti agli abusi sessuali. “Non è più il tempo per le scuse: vogliamo azioni concrete”, sono state invece le parole di Juan Carlos Cruz, anche lui vittima di Karidima per diciassette anni, e uno dei primi, insieme al medico Hamilton, a denunciarlo pubblicamente.

Insomma, pare proprio che le sole buone parole papali non bastino ai cileni. Forse dovrebbe provare con la Misericordina – sì è ancora acquistabile tramite il sito della casa editrice polacca che la produce. Da noi ha funzionato bene.

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