Lunedì scorso, mentre facevo il mio giro mattutino sui siti web dei principali giornali stranieri, sono rimasto sorpreso. Piuttosto che parlare della “più grande tornata elettorale, non gestita dallo Stato, della storia”, il referendum lombardo sull’autonomia, i quotidiani esteri si soffermavano su un’altra notizia: la mobilitazione da parte di Donald Trump dei bombardieri nucleari americani B52. È la prima volta che questo succede dai tempi della guerra fredda e si tratta dell’ultimo tassello di un conflitto fatto di parole e provocazioni che da alcuni mesi coinvolge Stati Uniti e Corea del Nord. Tra lanci sperimentali di missili, dichiarazioni al vetriolo e richiami alla calma da parte delle istituzioni internazionali, cresce la paura della popolazione, soprattutto nelle aree interessate. Come racconta Newsweek, negli ultimi mesi le compagnie americane che costruiscono bunker e shelter privati hanno ricevuto un’impennata nelle ordinazioni.

Nella remota ipotesi in cui domani mattina Kim Jong-Un dovesse svegliarsi particolarmente motivato e iniziare il conflitto di cui parla tanto, non ci sarebbe da stupirsi. Questo perché, se anche molti esperti sostengono che la Corea del Nord non sarà in grado di colpire il “nemico imperialista” prima del 2020, da Pyongyang affermano che un attacco potrebbe arrivare da un momento all’altro. Gli Stati Uniti, comunque, sono già pronti all’evenienza. Oltre ai sistemi di radar e satelliti in grado di neutralizzare la minaccia, esiste il National Response Scenario Number One, il piano di risposta statunitense a un attacco nucleare, facente parte di uno schema più ampio di reazione a situazioni di emergenza sviluppato dal Dipartimento di sicurezza interna a seguito dell’11 settembre 2001 prima e dell’uragano Katrina poi. Dalla Chain of command alla Continuity of government, dal Search and rescue alla Medical response, fino alla Military response, il piano elenca in modo dettagliato come operare in ciascuno di questi ambiti, quali sono le responsabilità gravanti sui diversi attori istituzionali e in che modo dovrebbero muoversi i corpi militari e di emergenza. Se tutto questo negli Stati Uniti è sotto la luce del sole, con tanto di pagina Wikipedia dedicata, in Italia ciò che ruota attorno al tema del nucleare e più in generale della Difesa nazionale è secretato.

Questo, aggiunto alla distanza geografica dagli attuali scenari di tensione, ci rende abbastanza indifferenti al tema. Una guerra nucleare non sembra d’altronde cosa di cui preoccuparsi, anche se al di là del confine la Svizzera ottimizza anno dopo anno il suo apparato di difesa fatto di bunker anti-atomici, piani di evacuazione collettivi e infrastrutture minate. Per quanto io stesso faccia fatica a prendermi sul serio, è però oggettivo che il 2017 stia facendo registrare un certo acuirsi della tensione tra potenze. Tradotto, una guerra nucleare è improbabile – come molti analisti hanno tenuto a sottolineare nelle scorse settimane – ma non impossibile.

E se Kim Jong-Un decidesse di bombardare l’Italia? Di primo acchito, l’unico motivo plausibile per cui potrebbe farlo sarebbe la delusione per alcune recenti scelte del suo ex compagno di avventure Antonio Razzi, o la punizione per l’eccessiva visibilità della sudorazione sulle maglie Made in Italy della nazionale nordcoreana di calcio. In realtà, al di là di queste valide possibilità, c’è un altro motivo per cui il nostro Paese potrebbe in qualche modo ritrovarsi implicato in un’ipotetica guerra nucleare. E cioè il fatto che sul nostro territorio sono dislocate una settantina di testate nucleari americane – fatto mai confermato dal Ministero dell’Interno, ma ribadito a più riprese da diversi analisti, organi e politici italiani e internazionali. Gli arsenali nucleari, in caso di una guerra totale, sono tra gli obiettivi più caldi perché colpirli significa ridurre la capacità di offendere del nemico e della sua alleanza.

Cosa succederebbe allora se piovessero davvero bombe nucleari sull’Italia? Un modo per farsene un’idea viene da Nukemap, simulatore creato da Alex Wellerstein, ricercatore americano presso la University of Chicago. Questo software permette a ciascuno di noi di sganciare bombe atomiche virtuali ovunque vogliamo, potendo scegliere anche peso dell’ordigno e altezza a cui far avvenire la detonazione. Attorno al bersaglio appariranno delle aree colorate: la zona del fireball, quella delle radiazioni, l’area dell’air blast e infine la zona interessata dalla radiazione termica della bomba. Nukemap fornisce anche la stima delle vittime nelle 24 ore successive alla deflagrazione.

Per immedesimarmi in un Kim Jong-Un particolarmente arrabbiato con l’Italia, decido inizialmente di sganciare su Milano una bomba da 100 kilotoni, una di quelle che secondo gli ultimi test potrebbe avere la Corea. Scelgo una zona particolarmente centrale: Porta Venezia.

Secondo il simulatore di Wellstein, la detonazione provocherebbe 235.550 morti e 595.380 feriti nelle 24 ore successive. L’espansione della radiazione termica in un giorno coinvolgerebbe tutta l’area metropolitana di Milano, spingendosi a nord fino a Sesto San Giovanni e a Sud verso la zona di Rogoredo. Ovviamente nei giorni successivi le radiazioni, spinte anche dal vento, viaggerebbero ben al di là di quest’area. Chernobyl insegna.

Se tutto questo succedesse negli Stati Uniti, o in Svizzera, ci sarebbero i presupposti per mettere in pratica il piano di emergenza nucleare che ho citato in precedenza. In Italia, invece, non si sa come andrebbero le cose, ma per provare a ricostruire uno scenario simile ho contattato Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD, partner dell’ICAN, Nobel per la pace 2017) ed esperto di armamenti nucleari.

«In Italia c’è una sorta di sindrome del segreto di Stato», mi spiega. «Io mi immagino che [in caso di attacco] ci sia un minimo di piano da questo punto di vista, essendo noi dotati di armi nucleari e facendo parte di un’alleanza che si fonda anche su una strategia di attacco nucleare. Ufficialmente, però, di piani non ne ho mai visti».

Per capirci qualcosa di più, abbiamo provato a contattare vari organi istituzionali. Il Ministero della Difesa ci ha detto che tutto è coperto da segreto di Stato, confermando la versione di Simoncelli. La Protezione Civile, invece, ha riferito di prevedere un piano solo in caso di incidente con il nucleare civile, ad esempio la fusione di una centrale. Entrambi ci hanno comunque rimandato al Ministero dell’Interno, che non ha mai risposto alle nostre sollecitazioni. A questo punto sono rimaste solo due cose da fare: sganciare un’altra bomba virtuale su Roma, per cercare di capire cosa succederebbe se a essere cancellate fossero anche le istituzioni centrali italiane; e provare a ricostruire, con l’aiuto di Simoncelli, il possibile piano italiano di gestione dell’emergenza nucleare.

«Un’eventuale esplosione nucleare significherebbe uno stato di guerra e pertanto verrebbe attivato l’articolo 87 della Costituzione sui poteri del Presidente della Repubblica, che ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge e dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere», mi spiega l’analista. «Le Camere dovrebbero deliberare lo stato di guerra secondo l’articolo 78 della Costituzione e pertanto sarebbe il Capo del Governo a dirigere le operazioni». Il problema è che la mia bomba virtuale, oltre che Milano, ha colpito anche Roma, facendo fuori parlamentari, presidenti e quant’altro. «In caso di morte o impedimento delle più alte autorità – in caso cioè di distruzione della Capitale – si scenderebbe nella scala gerarchico-istituzionale, ma – tenendo presente che a Roma ci sono le sedi centrali degli organi istituzionali – probabilmente verrebbe costituto un governo di emergenza a opera di altri soggetti civili e/o militari sopravvissuti in altre regioni», continua Simoncelli, che analizza poi la messa in pratica del search and rescue, sottolineando che spetterebbe alla Protezione Civile nazionale di attivarsi per portare aiuto alle aree colpite.

Questa sarebbe la complessa situazione di gestione dell’emergenza interna, ma c’è anche il tema della risposta militare da prendere in considerazione, a cui per esempio il piano americano dedica un ampio capitolo. «L’eventuale risposta militare a un attacco nucleare, stando alla dottrina della MAD (Mutual Assured Destruction), potrebbe condurre a una reazione collettiva degli alleati NATO in primis e quindi a una guerra nucleare allargata», continua Simoncelli, che sottolinea come però nessuno uscirebbe vincitore da questa situazione: «Lo hanno indicato numerosi studi e documenti scientifici, come quello redatto dalla Croce Rossa e Mezzaluna Rossa Internazionali, che sono stati alla base della cosiddetta Iniziativa Umanitaria e poi del recente Bando approvato dall’ONU il 7 luglio scorso».

Il fatto di dover ricostruire il piano di emergenza sulla base di supposizioni è un elemento paradossale, visto che in fin dei conti si sta parlando di difesa della popolazione. «Purtroppo sappiamo molto poco a riguardo e, peraltro, non dovrebbe essere un segreto perché sarebbe un modo per rispondere a esigenze di protezione della vita dei civili», chiosa Simoncelli. «Non stiamo mica chiedendo la dislocazione o il numero delle bombe nucleari sul suolo italiano».

Davanti a questa scarsità di informazioni, sono due le alternative: fregarcene come abbiamo fatto finora, avendo fede nelle rassicurazioni che una guerra nucleare è a oggi impensabile; o fare una telefonata a un’azienda come l’italiana Northsafe, staccare un assegno dai 30mila euro in su e farci costruire un bel bunker anti-nucleare privato sotto ai vigneti toscani.

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