Quanta arte c’è ancora in Artissima? - The Vision

È appena finito quel tempo dell’anno in cui Torino sembra davvero una città europea e non un capoluogo barotto che si spaccia per radical chic: la settimana in cui ogni torinese che si rispetti cerca di fare scorta di eventi per sopravvivere ai lunghi mesi di niente culturale che lo aspetta, fino al prossimo barlume di interesse mondano; la settimana in cui se hai la febbre o le placche in gola sei out, oltre che estremamente sfigato – che poi essendo a novembre ai piedi delle Alpi la probabilità è pure piuttosto alta. C’è chi a questa settimana fugge perché non regge la pressione del paradosso della scelta e chi ci si butta a capofitto uscendone con il mal di testa e le vertigini sociali.

Il fulcro di tutto questo fermento vede l’origine in Artissima, l’unica fiera d’arte italiana in cui non sembra di essere al mercato. Attorno a questo evento, di cui la prima edizione risale al 1994, si è poi costruito man mano uno scenario parallelo che vede il suo primo antagonista nel notturno Club to Club, nato meno di una decina di anni dopo. E fin lì era semplice da gestire: di giorno l’arte, di notte clubbing di qualità, al massimo un po’ di taurina il mattino dopo e via.

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Ma poi si sa, dove il terreno è fertile i funghi crescono, e così, una volta che i due colossi novembrini si consolidarono come tali a livello nazionale ed europeo, partirono i vari altri festival, o i vari fuori festival dei vari wannabe, le varie inaugurazioni di vari posti con varie mostre, le varie performance, le varie serate e chi più ne ha più ne metta. E così giostrarsi tra le varie varie è diventato sempre più faticoso, tanto che come pubblico ci si sente quasi più sfruttati che culturalmente nutriti e intrattenuti.

Non che la proposta sia tutta di bassa qualità, anzi, nel magma spiccano anche alcune eccezioni come NESXT, festival di arti indipendente con un programma fittissimo di eventi ed esposizioni in sedi dislocate per la città, e The Others, la principale fiera d’arte contemporanea italiana, completamente dedicata alle nuove energie creative (artisti, gallerie, curatori) che vede il suo punto forte nella scelta di strutture architettoniche non convenzionali come luoghi per la rassegna, prima nelle ex carceri Le Nuove e ora nell’ex ospedale Maria Adelaide, entrambi invasi da un genius loci alquanto imponente.

Sta di fatto, però, che a farle tutte c’è da diventarci scemi e per forza qualcosa bisogna lasciare indietro cercando di non sentirsi troppo in colpa, per lo meno se davvero vogliamo dedicare un po’ di attenzione a quello che facciamo e guardiamo e non siamo lì per farci i selfie vicino alle opere. Quest’anno, che l’autunno mi ha ricordato tutti i miei 33 anni e il calo energetico dei non-più-venti, ho deciso che per non far torto a nessuno avrei saltato a piedi pari tutti i satelliti e concentrato i miei sforzi sull’attrazione principale: Artissima.

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Come a ogni edizione, prima di iniziare a capire qualcosa di ciò che succede intorno a me una volta varcato l’ingresso della fiera ci passa un po’ bel po’ di tempo, i troppi input colorati tutti insieme mi stordiscono sempre un po’. I primi passi all’interno sono quindi sempre casuali: seguo prima la linea rosa marcata sul pavimento? La blu, la grigia? #followthepink mi suggeriscono dalla regia, ma poi tanto mi dirigo sempre a sinistra, chissà perché. Finché non vedo la prima opera brutta e imponente e mi ci butto a capofitto con tutto il mio cinismo. Perché, diciamocelo, di base nelle chiacchiere a venire si parla più delle cose brutte che si sono incontrate nei vari zig zag cromatici che delle opere che ci hanno davvero colpito, quelle semmai le mettiamo soltanto su Instagram, per poi dimenticarci autore e senso dell’opera.

Ma siccome sono anni che sto cercando di non dare troppo spazio al lato oscuro della forza stavolta ho provato a concentrarmi solo su quello che sentivo mi avrebbe nutrito il cuore e l’intelletto. Così, ho lasciato perdere il video di dubbio gusto di una specie di avatar digitale che sodomizzava un magma-blob informe con un fallo di bit fluorescenti (giuro), e mi sono invece soffermata, tra le prime cose, sulle opere esposte alla galleria Rossi & Rossi di Hong Kong/Londra colpita dai bellissimi lavori di Tsherin Sherpa e Gade, due dei numerosi artisti tibetani contemporanei trattati dalla Rossi – prima specializzata esclusivamente in arte classica del sud est asiatico. Splendidi lavori dalla tecnica impeccabile, in cui il contemporaneo incontra le tradizioni classiche della loro storia artistica e culturale. Amici che leggete, se volete farmi un regalo – e facendo una colletta riuscite a superare i 20 mila euro – sapete già cosa mi piace.

Dettaglio dell’opera di Tsherin Sherpa

Continuando a spostarmi di fiore in fiore, poso sempre il mio interesse sulle cose noiose che chissà perché mi piacciono tanto appena entro, sembra mi aiutino a carburare. Si vede che nutrono ancora il mio bisogno – reduce dagli anni 2000, a cui risalgono i miei studi – di avere alle spalle una sorta di pippone concettuale, anche se poi non lo colgo mai del tutto. Vedi Margherita Moscardini con la sua semplicissima installazione che prevede uno sketchbook con varie montagne e un omino che le osserva, una lastra su cui il tutto si compone e una lunga e complessa spiegazione sul lavoro che paragona le vette più alte all’urbanizzazione, o qualcosa di simile. Eppure, per me, quello che contava era che ci fosse un libro da sfogliare, con una copertina morbida piacevole al tatto, tante montagne disegnate e una micro-scultura. Mi piaceva, punto.

O ancora l’installazione in movimento di Eva Marisaldi in cui un parallelepipedo sembra danzare sotto una lampada. Non so nulla di più, non sono riuscita a reperire altre informazioni al riguardo e quindi per me è rimasta solo un movimento ipnotico da guardare, senza un’interpretazione ufficiale se non le mie speculazioni fantastiche.

O l’enorme scultura allo stand della galleria Bortolozzi di Berlino, che ha la sagoma di un armadio di un magazzino svuotato durante un inventario, a cui un signore dalla camicia a quadretti davanti a me ha dato anche una sonora pacca commentandone la buona stabilità e manifattura, come se stesse valutando l’acquisto di uno scaffale al Brico.

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Eppure, nonostante il mio cervello cercasse morbosamente informazioni da ingurgitare per sentirsi figo e dire “Io sì che l’ho capita questa” mi sono accorta che quello che mi stava davvero prendendo non era tanto il senso dell’opera voluto dall’artista, quanto quello che ci riflettevo io. Perché mi sono fermata sul libro, per esempio, e non sull’installazione di un blocco di cemento caricato su un carrello della spesa? Perché il libro mi piace a priori e invece odio andare a fare la spesa, di conseguenza i miei modelli mentali mi spingono sempre verso qualcosa con cui ho già una sorta di rapporto di conoscenza profonda. Ripensandoci, mi viene da dire che, in fondo in fondo, della macchinosa riflessione dietro al lavoro dell’urbanizzazione al mio cuore importava proprio poco, a lui bastava il libro, la montagna e la copertina morbida per sentirsi nutrito. Alla fine è questo che l’arte deve fare: connettere la tua parte emotiva con quella intellettuale.

Ma per arrivare a questa conclusione ci ho dovuto pensare su un bel po’, perché la cruda verità è che per la comprensione totale del pensiero che sta dietro a un’opera dal forte senso politico o sociale, o anche solo di una riflessione intima o di forma, Artissima – o i festival e le fiere in genere – non sono certo il posto adatto.

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La fiera di per sè nasce come evento commerciale, in cui collezionisti, galleristi e vari squali che girano nelle profonde acque del mercato dell’arte si incontrano per fare i loro giochi di compravendita e scambio di biglietti da visita. Per questa ragione non è stata pensata per dare a un pubblico diverso da quello il tempo e il modo di godersi le opere. Che vi piaccia o no, sono oggetti da vetrina.

Per noi comuni mortali quindi, che non conosciamo le quotazioni e i sali e scendi delle aste, e che il massimo che possiamo comprarci è una rivista alla sezione “Libri ed editoria”, quello che ci rimane in tasca è il rumore, la confusione, e un carnevale di opere messe troppo vicine l’una all’altra, tanto che spesso non si capisce dove finisca un’installazione e dove inizi l’altra.

Non c’è tempo per capire i messaggi, né la giusta scenografia o i giusti bugiardini, e i concetti che spesso si sentono origliando una stagista che in maniera un po’ raffazzonata tenta di spiegare un pezzo da 30 mila euro spesso suonano pure un po’ banali e lasciano con l’amaro in bocca. È questo forse che negli anni ha stancato il pubblico dell’arte contemporanea, che stufo di non capire alle fiere – e spesso comunque pigro anche alle mostre dove invece didascalie, opuscoli e il tempo ci sono eccome – l’ha resa un mero intrattenimento superficiale da visitare e fotografare.

Ma davvero per goderci un po’ di arte dobbiamo passare per forza dal cervello? Davvero per sperare di capire un’opera senza l’aiuto da casa dobbiamo avere alle spalle anni e anni di studi? Me lo chiedo io che quegli studi li ho fatti e mi sono formata nella decade delle installazioni brutte e pompose, e che a 18 anni per l’esame di maturità al liceo artistico ho portato il progetto di una scritta al neon. No comment. Notare poi che i neon vanno ancora alla grande. Vedi: #evergreen #sammontanasummer #ioetecomeuovoebacon.

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Però sembra che le cose stiano cambiando. Finiti i miei trastulli mentali e adattata all’habitat della fiera mi accorgo che lo sguardo inizia a saltare da un quadro all’altro, da una tela all’altra, da una tonalità di fucsia a un verde acqua slavato e finalmente vedo: è tutto piuttosto eighties attorno a me.

Sapevo già che la scelta curatoriale della sezione Back to the Future 2017 era legata alla decade che va dall’80 all’89, ma non mi aspettavo che anche le altre sezioni avessero bene o male gli stessi toni.

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E invece, a quanto pare, il gusto degli anni ‘80 sta tornando in pompa magna – nel caso non ve ne foste già accorti guardando Stranger Things. Non che ci sia da stupirsi in effetti, la produzione ipercromatica ed eccessiva di quegli anni e il forte ritorno alla pittura sono stati la risposta a un lungo periodo antecedente di arte minimal e concettuale. Si sa, la storia si ripete. E con essa finalmente si ripete il piacere di guardare una tela e saper dire solo mi piace o no.

Un’opera in particolare, quella di Jacqueline De Jong, featured in Back to the Future e quindi risalente al decennio in questione, mi ha portato a pensare a quanto sia umano rifugiarsi nel colore, stanchi delle limitazioni cervellotiche di forma asettica imposte dalle nostre menti, un’opera che tanto unisce la pop art e la sua immediatezza a un disagio emotivo e sociale più complesso di chi di quei famosi media ha ormai fatto scorpacciata e ora sta quasi per star male.

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La stessa nota di rifugio disperato nel colore, con l’aggiunta di un pizzico di gusto per una tavolozza post-digitale, l’ho ritrovata nella pittura di Jules de Balincourt, o negli “scarabocchi” di Reginal Sylvester che ricordano lo stile di Basquiat – o come direbbe qualche genio su Instagram #potevofarloancheio.

Ma questi sono principalmente sproloqui che servono ad allineare mente e sensibilità, non verità o critiche artistiche. Quello che però posso dare per certo, e che forse porta acqua al mio mulino, è che la ciniglia è tornata senza vergogna e che all’ingresso mi hanno dato un carioca.

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