Vivere le vite degli altri ci sta trasformando in una generazione di depressi

Sono i sintomi dell’infelicità e della depressione a portare alcune persone a diventare miei pazienti. Altri invece entrano in cura perché le loro speranze sono continuamente infrante. Sentono che intorno alla loro esistenza, che considerano grigia e ingrata, si svolge la vita vera, per loro irraggiungibile.

Immersi come siamo in un mondo in cui solo i soldi e il successo sembrano davvero in grado di garantire la felicità, facciamo fatica anche solo a pensare che anche personaggi ricchi e famosi possano essere scontenti. Ma forse sono proprio le nostre convinzioni su tutta questa faccenda della felicità a essere errate. D’altronde è quello che sostengono da secoli molte fedi religiose (non tutte), e probabilmente la maggior parte dei filosofi. Persino Adam Smith, uno dei “padri ideologici” del capitalismo, sosteneva che ci inganniamo se pensiamo che la ricchezza possa portare alla soddisfazione assoluta, benché l’idea del suo raggiungimento possa spingere gli uomini sulla via del benessere.

Ai pazienti che si sentono insoddisfatti potrei raccontare di chi, in particolare tra gli uomini, ha nella propria vita soldi e sesso, ma non per questo è felice. Io però non lo faccio mai, perché relativizzare la felicità altrui non serve. È pieno di esempi di celebrità che, nonostante sembrassero avere tutto, erano in realtà talmente infelici da togliersi la vita. Questo però non sembra provare nulla: inevitabilmente finiamo col concludere che si tratta di eccezioni, e che per qualche persona di successo che si uccide, moltissime altre si godono la vita.

Se esistesse una macchina capace di misurare la felicità delle persone, e di trasformarla in un valore numerico, come il contatore Geiger fa con la radioattività, probabilmente tutti ci sottoporremmo al test. Forse non tanto per sapere quanto siamo contenti, cosa che pure ci sarebbe molto utile, quanto per avere contezza di quanto lo sono gli altri, aldilà dei sorrisi di facciata e delle apparenze. Ci sarebbe senz’altro di conforto scoprire che la nostra felicità non è sotto la media e sarebbe deludente, invece, scoprire che lo è. L’errore sta ovviamente nel paragone quasi morboso tra la nostra vita e quella degli altri: ne usciamo quasi sempre sconfitti. Non siamo all’altezza delle nostre aspettative e ogni desiderio di vera felicità sembra frustrato alla fonte. Eppure, il confronto è una pratica a cui non sappiamo rinunciare, in quanto è parte della nostra natura di esseri sociali e mimetici. D’altronde, è proprio in questo modo che costruiamo la nostra identità – o un’immagine falsata di noi stessi.

Vediamo su Instagram le foto di persone che pensiamo siano più fortunate di noi, e che nella nostra mente devono per forza essere felici, e ci chiediamo perché abbiano tutto ciò che noi vorremmo. È una domanda che siamo costretti a farci e che oltretutto deve rimanere segreta, perché non c’è niente di peggio che mettere in piazza il nostro senso di inferiorità, già abbastanza cocente da scontare in privato. Desideriamo con forza essere come loro, avere le cose che hanno loro, fare le cose che fanno persone come loro. Ma non possiamo. E quindi la felicità di chi è ricco e di successo diventa la causa stessa della nostra infelicità, della nostra amarezza, e del nostro risentimento.

L’invidia naturalmente è sempre esistita – i greci la personificavano in Phthònos, una specie di demone dolente – ma nel nostro mondo ha trovato la massima espressione possibile, e insieme al risentimento, così diffuso, è sicuramente una delle peggiori cause di sofferenza dei nostri tempi.

La nostra è l’epoca dell’eguaglianza e della libertà. Diversamente dal passato, in cui esistevano invalicabili gerarchie di ogni genere, da quelle sociali a quelle castali o etniche, oggi crediamo con forza nell’eguaglianza di ogni individuo, che merita le stesse opportunità di chiunque altro. Ciascuno, perlomeno nel mondo Occidentale, è, sul piano teorico, libero di inseguire le proprie aspirazioni e i propri desideri, non avendo altro limite che la libertà degli altri. In questa cultura narcisistica di massa, come l’ha bene dipinta Christopher Lasch, tutto è considerato legittimo e a portata di mano, e tutto pare dipendere dalle proprie facoltà personali e dal proprio slancio.

Sono principi che non mettiamo mai in discussione, perché costituiscono la cornice di valori in cui viviamo. Ma sono proprio queste credenze a far esplodere l’invidia più feroce. Se siamo tutti uguali, ciascuno di noi può domandarsi: perché lui (o lei) ha tutto ciò che serve per essere felice, mentre io no? L’invidia ci corrode, ci tormenta, ci fa sentire dei falliti. Una volta avviato il confronto, questo ci vedrà sempre in qualche modo perdenti: ci sarà sempre qualcuno più ricco, più bello, più giovane o più intelligente di noi. Persino le persone che ci invidiano possono diventare a loro volta oggetto della nostra invidia, perché anche nella loro inferiorità, potrebbero possedere qualcosa che a noi è, o ci appare, totalmente preclusa.

Nei miei pazienti ho imparato a riconoscere tutte le sfumature di questo sentimento triste. Nel migliore dei casi l’invidia spinge a provare gioia maligna per le disgrazie altrui. Quando le invidie individuali si sommano, possono trasformarsi in una specie di Stay Puft Marshmallow Man, la somma materializzazione del Male nel film Ghostbusters: un gigante di risentimento che marcia sulle nostre città, gonfio di acredine verso categorie che risultano privilegiate: i ricchi, i politici, persino i poveri o i migranti che “approfittano” delle sovvenzioni pubbliche. In questo modo viene distrutto ogni collante sociale. Nel caso peggiore l’invidia fa apparire i nostri desideri come fonte di dolore, e ci spinge a tentare con ogni mezzo di rimuoverli, come oggetti sgraditi, senza cui staremmo meglio. Se non posso permettermi quello che sono certo che mi renderebbe felice, allora voglio a tutti i costi smettere di desiderarlo. Ma ogni desiderio rimosso, inibito, schiacciato, finisce con implodere dentro di noi, conducendoci dritti nel cuore buio della depressione. È proprio quello che ho osservato in alcuni miei pazienti ma che, in forma latente, abita dentro ciascuno di noi, e prima o poi potrebbe svegliarsi.

Ma allora, qual è il rimedio? È chiaro che l’unica cosa che conta realmente è essere felici, indipendentemente dal fatto che gli altri lo siano più di noi. La psicologia cognitiva vorrebbe che riflettessimo sull’assurdità di cercare fuori di noi la misura della nostra felicità, o sulla relatività della felicità altrui. Ma non sembra funzionare molto bene. L’invidia non può essere affrontata in modo diretto. Quello che di solito consiglio ai miei pazienti è di stare concentrati su se stessi, sul tempo presente; di imparare cose nuove; di cercare qualcosa a cui appassionarsi davvero, o di essere così fortunati da innamorarsi. Tutto questo, d’altronde, c’è già nel buon vecchio Freud. È lui a dirci che alle forze distruttive che abbiamo dentro di noi, Thanatos, dobbiamo opporre la potenza creativa e passionale di Eros. Ed è proprio Eros, con il suo arco, a guardare compiaciuto Diana, innamorata di Endimione. Li ha dipinti Carracci, sulla volta della Galleria Farnese, a Roma. A fianco di Eros c’è un amoretto-assistente che lo invita a contemplare in silenzio il suo trionfo amoroso. Quell’amoretto è la miglior rappresentazione del lavoro dello psicoterapeuta, che sostiene e aiuta il paziente nella ricerca di quella forza creatrice fondamentale per un esistenza piena e felice.

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