Quello che possiamo imparare dalle piante

Se l’espressione “intelligenza delle piante” vi fa pensare ad animismo, new age e figli dei fiori siete decisamente sulla strada sbagliata. La branca della scienza che se ne occupa, la neurobiologia vegetale, studia aspetti del mondo vegetale utili per affrontare i grandi temi del presente. Se oggi ci troviamo di fronte a problemi all’apparenza insormontabili è perché, dalla teoria della scala naturae in avanti, abbiamo sempre guardato al mondo dalla prospettiva sbagliata, ponendo noi stessi al suo centro e ritenendo più sofisticato, funzionale e intelligente ciò che è più simile a noi esseri umani. Se ci arrovelliamo per trovare soluzioni dispendiose ai danni che noi stessi abbiamo causato all’ambiente e che mettono a repentaglio la nostra sopravvivenza è perché abbiamo guardato al modello sbagliato e puntato esclusivamente sulla tecnologia, quasi dimenticando tutti gli strumenti che ci offre la natura. Le piante, ad esempio, sono indispensabili alla vita dell’uomo: innanzitutto perché sono da sempre alla base della catena alimentare, ma sono anche fonte di ossigeno, calore ed energia, oltre che fondamento della medicina (la farmacopea discende tutta da molecole derivate dalle piante). Infine, i vegetali possono anche aiutarci a ripensare la nostra società ed è ora di dar loro il giusto peso, perché senza le piante non potremmo esistere nemmeno noi.

Ne è convinto Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, docente di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree all’università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (Linv). Il New Yorker l’ha inserito nella lista delle persone che cambieranno il mondo perché, insieme al suo team di ricercatori, si occupa di temi attuali (l’inquinamento, l’ambiente, l’agricoltura) per trovare soluzioni sostenibili e innovative. La cosa più interessante di Mancuso, innanzitutto, è che grazie alle sue ricerche ci insegna mettere in discussione tutto quello che credevamo di sapere, a partire dal nostro egocentrismo: l’uomo è infatti ignaro di rappresentare, insieme alle altre specie animali, appena lo 0,3% della biomassa terrestre, cioè del totale delle forme di vita presenti sulla Terra, mentre quella delle piante costituirebbe complessivamente circa l’85% della biomassa totale. Siamo così certi della nostra importanza da pensare alla fine della nostra specie come alla fine del mondo, eppure, secondo Mancuso, anche quando ci preoccupiamo del surriscaldamento globale, non dovremmo temere la scomparsa della vita dal pianeta, ma solo della nostra e di poche altre specie. L’estinzione delle api, una delle conseguenze del cambiamento climatico, sarebbe ad esempio ininfluente per il regno vegetale, che nel suo complesso potrebbe continuare a vivere e a riprodursi grazie ai molti metodi di impollinazione alternativi che ha a disposizione e che già impiega: non solo il movimento di insetti e animali, ma anche fenomeni naturali come il vento e l’acqua. A essere danneggiato dalla scomparsa delle api sarebbe dunque l’uomo, dato che questi insetti sono gli impollinatori per eccellenza delle piante fruttifere selezionate artificialmente.

La nostra superbia di autoproclamati sapiens sapiens ci ha sempre spinto a sentirci al vertice di tutto ciò che esiste al mondo, anche se, a ben vedere, nella missione che accomuna tutti i viventi, e cioè la sopravvivenza e la diffusione della specie, non siamo certo i migliori, dato che ci stiamo estinguendo per cause create da noi stessi e per risolvere le quali non ci stiamo impegnando abbastanza. Questa cecità è in parte dovuta alla radicale differenza tra animali e piante, una differenza che spesso ci impedisce di comprenderle: mentre noi ci muoviamo loro sono radicate al terreno, mentre noi consumiamo risorse loro ne generano, mentre noi produciamo anidride carbonica loro la assorbono, e così via. Contrariamente a noi e agli altri animali che, dotati di arti e di muscoli per muoversi, tendono a fuggire di fronte ai problemi, i vegetali hanno dovuto necessariamente affrontarli, adattandosi e sviluppando soluzioni. Adeguarci alla transizione in corso è quello che dovremmo fare anche noi. Continuiamo a cercare soluzioni ai problemi del presente laddove non possono essercene, ad esempio nello spazio, che consideriamo il prossimo luogo da colonizzare una volta consumate tutte le risorse del nostro Pianeta; e invece la vita umana non può svilupparsi, ad esempio, su Marte per la semplice ragione che non vi sono tracce di vita vegetale. La fiducia nella tecnologia è una trappola: già negli anni Settanta la critica principale a The Limits to Growth, il report del Club di Roma sugli scenari futuri, era che la tecnologia avrebbe permesso soluzioni in quel momento inimmaginabili, scongiurando il collasso economico e ambientale. Se quei modelli presentati quasi 50 anni fa, pur con tutta l’innovazione di cui disponiamo oggi, sono sovrapponibili alle condizioni del nostro Pianeta, è però sbagliato il paradigma su cui si basa la società umana. Quella che consideriamo l’unica possibile via per la salvezza della nostra specie, la tecnologia, non ci salverà, a meno che non diventi l’ancella della biologia (quella vegetale, in primo luogo).

I vegetali dispongono di funzionalità e caratteristiche che non siamo soliti attribuire loro, come per esempio i sensi, addirittura più sviluppati di quelli degli esseri umani. Basta osservare la crescita di una pianta in time-lapse per aver prova della sua capacità di vedere e percepire la provenienza della luce, la presenza di un supporto cui appoggiarsi o di altri individui nei paraggi. Per quanto le piante siano sessili, e cioè radicate, non sono infatti immobili come pensiamo: la velocità è solo un’unità di misura e, nella prospettiva di un’esistenza che dura potenzialmente centinaia di anni (l’essere vivente più longevo del mondo è un abete di oltre 9.500 anni), esse hanno tutto il tempo di agire, seppur con lentezza. “Le piante,” spiega Mancuso nel saggio Plant Revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro, “consumano pochissima energia, hanno un’architettura modulare, un’intelligenza distribuita e nessun centro di comando: non c’è nulla di meglio sulla Terra a cui ispirarsi”. Esse non hanno un cervello o organi vitali e per questo sono in grado di durare: possono essere private di quasi tutto il loro “corpo” senza vederne intaccate le funzionalità. Proprio l’assenza di organi vitali, infatti, permette loro di sopravvivere ad aggressioni anche molto invasive, a differenza di uomini e animali. Lo studioso ribalta così la certezza diffusa per cui un grande cervello sia necessariamente positivo in termini di efficienza. Gli uomini stessi hanno sperimentato i vantaggi concreti di un sistema diffuso, anziché centralizzato: è l’osservazione della natura che ha dato forma al web per come lo conosciamo, strutturato come una rete senza comando centrale per evitare che gli attacchi o la perdita di alcune parti ne compromettano la funzionalità: “Possiamo rimuovere il 90% di internet e la rete continua a funzionare, così come possiamo rimuovere il 90% dell’apparato radicale e le piante continuano a funzionare,” sottolinea Mancuso.

Stefano Mancuso

Una struttura centralizzata e gerarchica può essere uno svantaggio non solo per il singolo, ma anche per il gruppo: la capacità di risolvere problemi di una collettività è migliore di quella di un individuo, per quanto geniale, e anche della somma delle capacità dei singoli che costituiscono quella collettività. Per questo la rete costituita dalle piante funziona meglio: con la loro struttura modulare, cooperativa, distribuita e senza centri di comando, le piante si comportano come comunità democratiche. Rispetto al modello dell’intelligenza animale, dunque, quello vegetale garantisce meglio la sopravvivenza della specie, proprio perché guarda alla comunità e non al singolo. Una singola pianta sopravvive a stento se non è circondata da una comunità di suoi simili: è un esempio di convivenza pacifica che ha molto da insegnarci, come sottolinea Stefano Mancuso nell’intervista rilasciata alla regista Alice Rohrwacher. Sia in quanto elementi indispensabili alla nostra stessa vita, sia in quanto modello efficiente ed ecologico a cui guardare per sviluppare in futuro le nostre città e la struttura stessa della società, le piante sono gli alleati di cui abbiamo bisogno. Non ce ne rendiamo conto e continuiamo a considerarle risorse utili solo in quanto materia prima da sfruttare.

Alla base dei problemi del nostro presente, che mettono una pesante ipoteca sul nostro futuro, c’è il fatto che soltanto il 3% dei ricercatori è impegnato nello studio delle piante, nonostante rappresentino come detto la maggior parte delle forme di vita esistenti al mondo, e le risorse economiche destinate a queste ricerche non sono sufficienti per rendere le scoperte competitive sul mercato, mentre gli studi legati alle tradizionali forme di energia sono ancora altamente finanziati, sintomo della nostra incapacità di guardare alle piante come valide fonti di rinnovamento e ispirazione. Eppure quello vegetale è un regno che ha ancora tantissimo da insegnare: si stima che ogni anno vengano identificate 2mila nuove specie di piante, che nascondono chissà quali segreti che potrebbero trovare applicazione in molti campi. Dalla bonifica dei siti inquinati – da realizzare con la fitorimediazione, con cui si eliminano le tossine da terreni, acque e aria sfruttando la capacità di assorbimento dei vegetali – al contrasto dell’inquinamento, della siccità e in generale delle conseguenze del cambiamento climatico, fino alle infinite applicazioni dei plantoidi (dalla medicina, con endoscopi di ispirazione vegetale, alla ricerca di persone intrappolate sotto le macerie), le soluzioni che offre il regno vegetale sono estremamente efficienti ed ecologiche. Attribuire a quest’ultimo così poca importanza, senza rendersi conto che “chi taglia gli alberi sta paralizzando la possibilità delle future generazioni di sopravvivere”, peggiorando la qualità dell’aria e dell’alimentazione, minacciando la biodiversità e privandoci di fonti autorevoli di ispirazione, è un errore che non può che ritorcersi contro di noi. Perché, se il regno vegetale ci sfrutta a volte per i propri fini ma complessivamente può sopravvivere benissimo senza di noi, non è vero il contrario: solo capirlo e prenderne atto può salvarci.


A fronte dell’evidente frattura generazionale che The Vision ha riconosciuto essere in atto e che come mai prima di oggi si è manifestata come un’impossibilità di un incontro tra la nuova generazione e la precedente, Basement Cafè riesce nell’impresa di rimetterle in dialogo. Attraverso l’intervistatore Antonio Dikele Distefano, appartenente alla generazione più giovane, personaggi rilevanti provenienti da mondi diversi a due a due sono invitati a raccontarsi e a ragionare insieme sull’Italia di oggi, confrontandosi in modo costruttivo e stimolante.

Se la prima stagione di Basement Cafè aveva scelto come protagonisti gli esponenti di spicco della cultura giovanile più legati alla scena rap nostrana, la seconda si trasforma in un vero e proprio format culturale che valica i confini del panorama musicale per approfondire i temi oggi di maggiore interesse, che innegabilmente avranno un impatto sul futuro di ciascuno, ma soprattutto dei più giovani: l’informazione, l’ambiente e la creatività.

Il giornalista Enrico Mentana e il vincitore dell’ultimo festival di Sanremo Mahmood, il rapper Rancore e lo scienziato Stefano Mancuso, il rapper Kaos e il fumettista Zerocalcare nel salotto di Basement Cafè sono chiamati a passarsi il testimone e a mettere in comune le proprie prospettive senza filtri o censure, nella totale libertà editoriale garantita da parte del brand Lavazza, che insieme a Chili ha dato vita al progetto. Per queste interviste Basement Cafè ha adottato Il formato “longform”, per offrire contenuti video di lunga durata in grado di evitare semplificazioni e di rispondere a quelle domande che oggi è necessario porsi per sviluppare un’adeguata coscienza generazionale.


 

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