Gli OGM sono sani, sicuri e sostenibili. Perché ci fanno così paura?

L’emergenza climatica sta tornando a occupare un ruolo centrale nelle priorità dell’opinione pubblica, grazie anche all’attivista Greta Thunberg e ai movimenti di tutto il mondo che a lei si ispirano. I partiti verdi stanno aumentando i loro consensi in gran parte dell’Europa, tanto che in Germania sono diventati la seconda formazione politica del Paese, scalzando il partito socialdemocratico. I loro programmi, mutuati da valori politici progressisti o addirittura socialisti, si rifanno alle battaglie storiche dei movimenti ecologisti, tra cui la lotta agli Ogm.

Il movimento ambientalista si è sempre mostrato critico verso gli organismi geneticamente modificati, visti come ciò che di più lontano possa esistere rispetto all’ideale di “genuinità” del cibo. Spesso, però, si tende a dimenticare che l’agricoltura stessa prevede la manipolazione del territorio e che, anche nei secoli in cui la tecnologia non era particolarmente sviluppata, abbiamo di fatto operato una selezione genetica, scegliendo le specie migliori per il nostro sostentamento. Celebre è il caso delle carote: originariamente viola o bianche, nel Settecento vennero selezionate sementi in grado di sviluppare radici arancioni, in onore alla dinastia olandese degli Orange. Le biotecnologie rappresentano il più moderno stadio di miglioramento genetico dell’agronomia, meglio controllato rispetto ai metodi empirici del passato. 

Non è facile dare una definizione degli Ogm. Nel 2001, il ministro dell’Agricoltura Alfonso Pecoraro Scanio replicava duramente a un quotidiano tedesco, accusato di aver sostenuto che il 70% del grano italiano fosse geneticamente modificato. Il ministro fece sapere che non tollerava offensive verso il made in Italy e di voler procedere per vie legali. In realtà, il giornale tedesco diceva la verità: una simile percentuale di frumento italiano appartiene alla varietà Creso, una coltivazione derivante da linee esposte a sorgenti radioattive. Negli anni Cinquanta vennero condotti esperimenti in campi circolari al cui centro veniva posta una fonte di radiazioni, circondata da piante diverse a determinate distanze: la maggior parte, specie quelle più vicine, morivano, mentre una parte mostrava mutazioni anche vantaggiose, ma totalmente casuali. Questa tecnica prendeva il nome di mutagenesi e il Creso non è altro che un ibrido tra un grano normale e uno modificato con questa tecnica, che riscosse gran successo grazie a un notevole miglioramento nelle rendite e commerciale. 

Secondo la direttiva europea 2001/18/CE un Ogm è “un organismo, diverso da un essere umano, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale.” Seguendo questa definizione, risulterebbero Ogm anche i frumenti poliploidi come il grano tenero, ovvero piante con un numero di cromosomi multiplo rispetto all’ordinario, o il pompelmo rosa, derivante da una linea trattata con radiazioni ionizzanti, proprio come il grano Creso. Per evitare ripercussioni, considerando che una buona fetta del mercato si basa su coltivazioni modificate con queste tecniche, negli anni successivi sono state formulate deroghe alla direttiva che escludevano dalla definizione tutti gli organismi ottenuti per mutagenesi o fusione cellulare (ad esempio i grani teneri o la frutta senza semi), dunque piante esposte a radiazioni o ibridi poliploidi. Rientrano quindi nella definizione gli organismi modificati attraverso le tecniche dell’ingegneria genetica, sviluppata dagli anni Settanta in poi. 

Le deroghe hanno creato un’ambiguità legislativa che ha portato alla discriminazione dell’ingegneria genetica e ai timori dei consumatori. Le tecniche più recenti, però, permettono di selezionare direttamente il gene da mutare e applicarlo al Dna dell’organismo in questione, in maniera molto più controllata rispetto alle precedenti tecniche di miglioramento genetico, casuali ed imprevedibili. La comunità scientifica, salvo i dubbi iniziali di natura bioetica, è giunta alla conclusione che gli Ogm non presentano maggiori rischi di altri organismi. Nonostante questo la norma europea 2015/412 permette a ognuno degli Stati membri di decidere se limitare o vietare le coltivazioni Ogm, basandosi su un fumoso “principio di precauzione”. Il culmine dell’ipocrisia sulla legislazione è rappresentato dal fatto che in diversi Paesi europei non è possibile seminare varietà transgeniche, ma è permesso importare mangimi Ogm, come la soia transgenica che supplisce a gran parte del fabbisogno dei nostri allevamenti – anche se questo non viene poi riportato nelle etichette della carne.

Un altro tema caro ai gruppi ambientalisti è quello dei pesticidi. Questi composti chimici sono fondamentali per combattere i parassiti delle piante, ma una riduzione del loro utilizzo sarebbe auspicabile, dato l’impatto negativo che hanno sulla salute umana e sulla biodiversità. Una soluzione interessante a questa problematica potrebbe essere la coltivazione di organismi transgenici che non ne hanno bisogno per sopravvivere. Un caso interessante è rappresentato dal cotone Bt, in cui viene inserito un gene batterico che permette alla pianta di difendersi dai parassiti. Tuttavia, nei programmi dei partiti verdi questa soluzione per diminuire l’impiego di pesticidi non viene presa in considerazione.

L’attenzione dei movimenti green si concentra sulle colture bio. Il biologico nasce dalla diffusa credenza secondo cui naturale equivalga necessariamente a sano, mentre i prodotti di sintesi rappresentano qualcosa da combattere. Questa teoria è sempre più radicata tra i consumatori anche per quanto riguarda i prodotti farmaceutici. Va però chiarito che non è l’origine a determinare un eventuale danno tossicologico, ma le caratteristiche chimico-fisiche e l’azione a livello biologico dei prodotti: alcuni antitumorali dai gravi effetti collaterali sono di origine naturale, così come i fungicidi derivati dal rame utilizzati in agricoltura biologica, persistenti nel terreno e probabilmente causa di malformazioni fetali. Anche l’agricoltura biologica utilizza fitosanitari vantandone l’origine naturale, ma senza chiarire ai consumatori le informazioni sul loro profilo tossicologico. Il biologico è in molti casi il frutto di un’ottima operazione di marketing, considerati gli studi che hanno dimostrato come la qualità dei prodotti biologici non necessariamente varia da quelli convenzionali, mentre il loro livello di pesticidi è spesso simile. Inoltre, non risulta un approccio sostenibile, dato che la resa minore costringerebbe a un utilizzo maggiore di terreno, andando a danneggiare l’ecosistema.

In Friuli un agricoltore ha sfidato più volte la legge seminando nel 2014 mais Bt, ossia una varietà transgenica in cui è presente una mutazione che produce una tossina nociva per la piralide, insetto in grado di danneggiare le coltivazioni di questa specie di frumento. Una volta estirpate le piantagioni, l’uomo ha ottenuto un risarcimento dopo aver fatto causa alla Regione. La legge italiana del 2013 che vietava la coltivazione del mais Bt e altri tipi di Ogm è stata bocciata nel 2017 dalla Corte di Giustizia europea perché “gli stati non possono adottare misure su alimenti e mangimi geneticamente modificati senza prova di rischi per la salute o per l’ambiente”. Sono di parere opposto la Coldiretti e molte altre associazioni che si dichiarano assolutamente contrarie agli Ogm, in difesa di una presunta unicità dei prodotti agroalimentari made in Italy. In realtà le coltivazioni transgeniche potrebbero essere un alleato nella tutela delle piantagioni più vulnerabili, riducendo contemporaneamente la quantità di fitosanitari impiegati. Eccellenze italiane in pericolo potrebbero essere tutelate, come il melo valdostano, vittima di una specie di coleottero molto dannosa, o il pomodoro San Marzano, quasi estinto a causa di un virus. L’ingegneria genetica permette inoltre di creare piante con mutazioni in grado di sopperire a carenze dietetiche, come nel caso del golden rice, riso arricchito di betacarotene, precursore della vitamina A, carente nella dieta di molte popolazioni nel sud del pianeta e che richiede quindi di essere integrata.

Come dimostra la letteratura scientifica, gli organismi transgenici presentano gli stessi rischi delle colture“normali” o modificate con raggi X, oltre a essere molto più vantaggiosi da coltivare sia dal punto di vista economico che della salute dei consumatori. Gli Stati, che negli ultimi anni hanno permesso che la ricerca sugli Ogm si interrompesse in gran parte delle università europee, devono tornare a occuparsi del tema. Il rischio è lasciare a grandi gruppi industriali e multinazionali l’esclusiva sulle sementi, danneggiando i singoli agricoltori, privi degli ingenti capitali richiesti per gestire i processi biotecnologici e sempre più esposti a una serie di criticità, tra cui il cambiamento climatico. Serve un ritorno di investimenti nella ricerca pubblica, anche nei campi di minor interesse commerciale, e una regolamentazione flessibile che vada ad analizzare ogni singolo caso, come richiesto dalla comunità dei ricercatori. Serve un incontro tra i benefici della lotta integrata (tecniche alternative, come lo sfruttamento di feromoni o di predatori dei parassiti) e le tecniche più avanzate di ingegneria genetica per ottimizzare la produttività delle coltivazioni e tutelare la biodiversità. Questa è l’unica via per creare un modello di agricoltura che sia sostenibile a livello ambientale, ma riesca a gestire le sfide economiche e sociali di una popolazione mondiale in crescita costante. 

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