La legge sulla legittima difesa sfrutta la psicologia per giustificare la giustizia fai-da-te

Con la formula del “grave turbamento” Matteo Salvini è riuscito ad allargare i confini della legittima difesa, ribadendo lo slogan del suo partito secondo cui “la difesa è sempre legittima”. La nuova normativa ripropone una vecchia ricetta del potere, fomentando la paura per poi proporsi alla società civile come unica protezione efficace. Ma in questo caso il governo, trascinato dalla Lega, si è spinto oltre e ha posto le basi di una sostanziale immunità per il cittadino che presidia la sua casa, i suoi cari e i suoi beni. Non potendo autorizzare i cittadini a farsi giustizia da sé, l’esecutivo ha usato l’escamotage del “grave turbamento”, che sembra giustificare qualsiasi tipo di reazione. Non importa che il ladro sia armato, minacci o usi violenza, e neppure che, spaventato da un allarme o dalla reazione degli inquilini, si dia alla fuga. Il padrone di casa potrà sempre sostenere di aver provato un “grave turbamento” e di aver agito di conseguenza, garantendosi l’impunità, almeno sulla carta.

Nonostante la propaganda degli ultimi anni da parte della Lega e di buona parte del centrodestra, la legge sulla legittima difesa in Italia c’era già e ha sempre funzionato. L’idea di fondo era che chi subiva una minaccia, un’aggressione, un furto o una rapina, chi vedeva minacciati i propri cari e l’intimità della propria casa o luogo di lavoro, poteva opporsi con efficacia e, se costretto a ferire o persino a uccidere, non doveva subire alcuna condanna. Il limite della normativa si basava sul rapporto tra l’offesa e la difesa che doveva essere congruo, mentre la difesa, per essere considerata tale, non doveva sconfinare in atti punitivi, che rimanevano giudicabili dall’autorità giudiziaria. Questa discriminante ha sempre funzionato: nessun cittadino che ha agito nei limiti della legge, ad esempio sparando in aria per mettere in fuga un ladro dalla propria casa o dal proprio negozio, è mai stato punito. Quando i giornali hanno raccontato di vittime finite sotto processo per la loro reazione violenta, questo è accaduto non per la difesa in sé, ma per l’ipotesi che avessero agito oltre i limiti consentiti dalla legge, in genere aprendo il fuoco indiscriminatamente, o inseguendo gli aggressori ormai in fuga.

Grazie a un artificio linguistico, la nuova norma sulla legittima difesa punta a superare questa distinzione. Infatti, a differenza della paura che non è un buona discriminante, perché potrebbe indurre alla fuga dal pericolo piuttosto che alla decisione di affrontarlo, il “grave turbamento” è inteso dal legislatore come un’attitudine della vittima a reagire e a mettere fuori gioco l’aggressore, senza tenere conto delle conseguenze. È un turbamento psichico e nello stesso tempo “muscolare”. C’è dunque qualcosa di completamente nuovo, di grande interesse per chi si occupa di psicologia: all’interno di un dispositivo giuridico viene inserito un concetto che sembra legato alla sfera psichica, alla nostra interiorità. A quel mondo personale a cui, almeno fino a oggi, solo il singolo individuo ha completo e attendibile accesso. 

Se non altro il presidente Sergio Mattarella, firmando il testo della legge ha fatto un appunto: il concetto di “grave turbamento”, non può e non potrà mai essere invocato soggettivamente da chi ha sparato, ma andrà “effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta”. Quindi non ci sarà mai un automatismo a garanzia del cittadino sceriffo, come sperato dai sostenitori della legittimità a priori della difesa, Roberto Zancan in testa. Secondo il gioielliere di Ponte di Nanto, che nel 2015 subì una rapina e vide uccidere uno dei rapinatori dal benzinaio vicino al suo negozio Graziano Stacchio, la nuova legge è insufficiente. Per Zancan, neanche un magistrato dovrebbe avere il diritto di valutare il turbamento di qualcun altro, che è sempre un fatto interiore, e perciò insindacabile – anche se in realtà è già considerato dalla legge come elemento attenuante quando si valutano casi simili. Il gioielliere ha compreso che se il grave turbamento può essere invocato, potrà anche essere negato, come Mattarella ha esplicitamente chiesto.

Il punto, però, è che il “grave turbamento” non è affatto, come potrebbe sembrare, un concetto della psicologia, almeno non di quella moderna che si è ormai data definizioni rigorose, e che prevede precise verifiche quantitative. Un’idea simile potrebbe appartenere al lessico della letteratura romantica. Non a caso Ugo Foscolo, autore delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, romanzo epistolare in cui concettualizza il suicidio per amore, chiama in causa “una perturbazione (…) che non posso descrivere”, per spiegare i sentimenti che prova nei riguardi di una donna di straordinaria bellezza amata, ma ormai perduta per sempre.

Dal punto di vista dello psicoterapeuta, in qualche modo tutte le vittime dei malviventi sono “turbate” dalla violazione della propria casa perché è vissuta come una violazione della propria intimità. Ci sono pazienti vittime di furti che hanno difficoltà ad addormentarsi per mesi e vivono una sensazione di disgusto all’idea che degli estranei abbiano frugato tra le loro cose. Chi si trova faccia a faccia con un ladro o ne vive semplicemente le conseguenze, spesso sviluppa le sintomatologie del disturbo post traumatico da stress. Non esiste però alcun modo rigoroso di accertare quale fosse la condizione di un individuo nel momento in cui ha subito un’aggressione, né di valutare se le sue reazioni possano aver avuto un nesso con lo stato d’animo in cui si trovava. 

Quando nella pratica clinica conduco un approfondimento psicodiagnostico per valutare lo stato psichico di un soggetto, nella grande maggioranza dei casi la richiesta arriva proprio in seguito a situazioni traumatiche. Ma quello che valuto è lo stato psichico in cui si trova il paziente nel momento in cui l’incontro, stato che spesso è l’esito di situazioni post traumatiche. Ma è impossibile stabilire a posteriori se in un dato momento la persona era “gravemente turbata”, perché io posso certificare il qui e ora e non il passato. Questo è dovuto al fatto che non siamo in grado di misurare e dare un nome a ciò che un individuo ha provato in un dato momento, perché tutto quello che possiamo fare è esaminare le sue condizioni, il suo stato d’animo, quando ormai il fatto è accaduto.

Questo non significa affatto che subire un furto, una rapina o un’intrusione, quale che sia la nostra reazione, non produca stati d’animo negativi e lesivi anche gravi, che mischiano sentimenti dannosi di ogni sorta, come la paura. Sappiamo anzi che questi episodi lasciano, in chi li ha subiti, tracce profonde e difficili da curare. Gli eventi drammatici possono provocare danni anche permanenti e cronici a cui diamo il nome di disturbo da stress post traumatico, che è una condizione patologica misurabile e reale, solo in tempi recenti riconosciuta come tale solo in tempi recenti e affrontata di conseguenza.

Le persone vanno poi riconosciute nella loro esperienza personale. Se un soggetto è stato vittima di diverse rapine sarà più predisposto a reagire in modo eccessivo quando sorprenderà il ladro in flagrante. Quella reazione, legata a un storia pregressa di esasperazione, potrebbe trasformarsi in tragedia, aggravata dal peso di dover elaborare l’omicidio di un altro uomo per tutta la vita. La legge sembra invece usare, anche se in modo molto impreciso, la psicologia come una sorta di scorciatoia per garantire l’immunità legale, mentre la priorità andrebbe trovata nel fornire accesso al supporto psichico a chi ne abbia bisogno, possibilmente prima che si verifichi una tragedia.

Gli esseri umani e la loro mente sono talmente complessi da non poter essere circoscritti entro in confini di una normativa. Quello che invece può e deve essere fatto è sensibilizzare il più possibile le persone perché cerchino aiuto quando vivono situazioni di forte stress emotivo. La licenza di uccidere funziona solo nei film. Nella vita reale togliere la vita a una persona porta con sé una serie di traumi tanto gravi da richiedere anni di terapia per tornare alla normalità. Uno Stato responsabile dovrebbe fare tutto il possibile perché questo non accada ai suoi cittadini. 

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