Perché in Italia abbiamo ancora animali nei circhi e negli zoo?

È sempre più evidente, soprattutto a partire dall’ultimo secolo, come l’uomo sia diventato il principale nemico dell’ambiente che lo ospita e di tutte le specie viventi con cui condivide il Pianeta. In particolare nei confronti degli animali è riuscito a sviluppare forme sempre più elaborate di crudeltà: la prima, più palese e universalmente riconosciuta, è una sfera che va dall’orrore dei mattatoi alla vivisezione, dalle corride ai crimini ambientali che stanno portando quasi un milione di specie diverse all’estinzione. La seconda è meno palese e per questo meno condannata ed è quella che spinge i genitori a portare il figlio ad applaudire un elefante dentro un tendone o a vedere una giraffa rinchiusa nella gabbia di un zoo.

Nel mondo ci sono milioni di animali in cattività costretti a vivere in un habitat che non appartiene loro soltanto per fini espositivi, commerciali o di intrattenimento. Il termine deriva dal latino captivus, prigioniero, ed è il modo migliore per riassumere la condizione degli animali sottratti al loro ambiente naturale o nati direttamente in questa condizione. Alla base della loro situazione si trova l’egoismo dell’uomo e il suo bisogno di ottenere un piacere personale a scapito di altre specie, anche a costo di condannarle a una vita alienante. 

Accade tutti i giorni in zoo, bioparchi, circhi e acquapark di tutto il mondo, arrivando fino al bambino che vince al lunapark un sacchetto trasparente con dentro un pesce rosso e una quantità misera di acqua. Il bambino non sa che quell’esemplare di carassius auratus ha il suo habitat naturale nei fiumi e nei laghi anche a venti metri di profondità. In condizioni normali l’animale può superare i 30 centimetri di lunghezza, i 3 chili di peso e vivere anche fino a 15 anni. Per il bambino è soltanto un gioco animato. Se questa ignoranza si può giustificare in un bambino, non è più tollerabile nei suoi genitori. 

Sin dall’antichità gli animali sono stati usati dall’uomo come oggetto di spettacolo. Basti pensare alle venationes in epoca romana, quando negli anfiteatri di tutto l’impero venivano uccise bestie selvatiche per il solo divertimento delle folle. Durante i giorni inaugurali del Colosseo nell’80 dopo Cristo furono uccisi novemila animali, mentre nel corso degli spettacoli tenuti in età repubblicana sotto Cesare e Pompeo la stessa sorte toccò a più di mille leoni. Anche se in altra forma, la pulsione dei giochi organizzati dai romani si è tramandata fino a noi, come dimostra la tauromachia della corrida, specialmente in Spagna e in alcune zone del Sud America. 

Anche quando assistiamo a spettacoli che non prevedono la morte degli animali, come quelli circensi, non possiamo dimenticare la loro sofferenza e la condizione contro natura in cui sono costretti a vivere, obbligati a continui spostamenti, a lunghi periodi nelle gabbie e ad addestramenti che snaturano il loro istinto. Per far “danzare” un animale sulle punte gli addestratori ricorrono a pungoli elettrici, mentre costringono con la forza i leoni a sfidare il fuoco che è una delle loro paure primordiali. Questi abusi, documentati ad esempio nell’inchiesta di Animal Defenders International, hanno spinto numerose associazioni a organizzare campagne di sensibilizzazione sull’argomento. Molti circhi, primo tra tutti il Cirque du Soleil, hanno deciso di non usare più gli animali nei loro spettacoli, mentre un rapporto Eurispes ha messo in luce che il 70% degli italiani è contrario alla loro presenza nei circhi. 

Il parlamento italiano si è mosso sul tema nel 2017, sotto il governo Gentiloni, con un decreto legislativo per il superamento dell’uso degli animali nei circhi. La legge 175 per ora non ha dato gli effetti sperati, anche se il ministro dei Beni e delle Attività culturali Alberto Bonisoli ha promesso di attuarla, spiegando che “Si tratta di un’autentica svolta culturale ed etica nell’ambito dell’arte circense, un atto di civiltà verso gli animali. Siamo fiduciosi che lo stop all’uso di animali in questi spettacoli possa avvenire entro tre anni”. L’Italia si è dotata con evidente ritardo di una legge che esiste già in diversi Paesi europei (Austria, Belgio, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Malta, Polonia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Regno Unito, Portogallo e Olanda) e nel resto del mondo (Costa Rica, Australia, India, Israele, Messico).

Anche la fauna marina, soprattutto nel nostro Paese, non è tutelata in modo adeguato. L’esempio principale riguarda i delfini, presenti in strutture a fini di lucro e costretti a estenuanti addestramenti per far divertire il pubblico. Nelle vasche di un delfinario questi animali raramente vivono oltre i 20 anni, mentre in natura hanno una speranza di vita che raggiunge i 50. Per tali motivi, già 13 Stati membri dell’Unione europea hanno revocato l’autorizzazione a strutture che detengono delfini o vari cetacei per fini legati all’intrattenimento. Tra questi non c’è l’Italia, che nel 2018 ha reintrodotto la possibilità di far nuotare il pubblico insieme ai delfini, abitudine che la Lav e altre associazioni considerano pericolosa per l’animale, poiché il contatto con l’uomo è fonte di stress e di variazioni comportamentali. Una sentenza del Tar del maggio 2019 ha però confermato il danno per i delfini e cancellato il decreto.

Negli zoo la situazione non è migliore. L’ong britannica Born Free ha consegnato al Parlamento europeo un rapporto denuncia sulle condizioni degli animali all’interno dei giardini zoologici europei. La ricerca, durata anni, ha confermato le condizioni che gli animalisti denunciano da tempo: spazi troppo piccoli, animali denutriti, ritmi sonno veglia imposti dall’uomo e diversi da quelli naturali degli animali, precarie condizioni di salute. A questo si aggiunge il fatto che solo in Europa sono 5mila gli animali che vengono soppressi ogni anno negli zoo. Tutto questo accade nonostante l’esistenza di una direttiva europea del 2005 relativa alla custodia degli animali nei giardini zoologici per proteggere la fauna selvatica e salvaguardare la diversità biologica. Spesso la normativa viene ignorata dai singoli Stati perché non esistono figure specifiche responsabili della sua attuazione. In Italia il responsabile della direttiva Ue sarebbe il ministro dell’Ambiente, ma questo crea un cortocircuito istituzionale con il ministero della Salute, che si occupa del benessere degli animali, e con il ministero dell’Agricoltura, incaricato per la salvaguardia delle specie protette. Il risultato è che nel nostro Paese, secondo il rapporto di Born Free, nel 2015 su 98 giardini zoologici riconosciuti soltanto 16 risultavano a norma.

I social network hanno ulteriormente aggravato il rapporto tra uomini e animali selvatici, lasciando passare messaggi fuorvianti e un’apparenza che non rispecchia la realtà. È in costante crescita infatti una versione distorta del turismo wildlife, che trasforma l’incontro con animali esotici in una sessione di fotografia. Farsi un selfie sul dorso di un elefante può essere gratificante per la popolarità virtuale, ma questo avviene a discapito della salute dell’animale: la loro forma della loro schiena non è adatta, nonostante la mole, a sopportare il peso di una o più persone. I turisti sono quasi sempre ignari di essere causa di sofferenza per gli animali e per evitare il replicarsi di certi comportamenti dannosi è necessario un processo di sensibilizzazione, a partire proprio dai social. Instagram, ad esempio, ha deciso di far apparire un messaggio informativo sotto la ricerca di alcuni hashtag (come #slothselfie, ovvero le foto con i bradipi): “Stai cercando un hashtag che potrebbe essere associato a post che incoraggiano comportamenti dannosi per gli animali o per l’ambiente”. 

Per Luigi Pirandello “Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano”. Il problema si crea quando i governi non fanno nulla per salvaguardarli e proteggerli. L’illusione antropocentrica dell’uomo di avere una posizione di dominio sulle altre specie viventi, soprattutto quando si traduce in soprusi sugli animali per il solo fine di nutrire il proprio ego, è una condizione che una società che si definisce civile non può più continuare a tollerare. 

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