L'ipocondriaco non è un "malato immaginario". È una vittima dell'ipocondria.

Hai un dolore al petto e ne sei più che convinto: è sicuramente un infarto. Poco dopo compare anche il classico fastidio al braccio sinistro. Hai un giramento di testa e capisci che l’ictus è alle porte. Quel neo che ti è spuntato da poco sulla pelle è, inutile dirlo, un tumore maligno. Ti presenti al pronto soccorso in piena notte, gli infermieri ormai ti conoscono, e non ti sopportano. Ti scrutano con quello sguardo che vuole dire “Ancora tu?” e non puoi far altro che sperare che stavolta sia diverso, che la sintomatologia così netta non sia un falso allarme. I medici ti visitano, dicono le solite frasi di circostanza, seguono i protocolli: l’elettrocardiogramma è a posto, la pressione regolare, ti fanno anche le analisi del sangue. Te ne vai sollevato, ma al tempo stesso ti senti in colpa per aver fatto perdere tempo ai medici, anche se tutto sommato pensi che loro siano lì anche per questo. La società ti dipinge come un malato immaginario, ma non è così, una patologia ce l’hai, ed è reale: l’ipocondria è infatti un disturbo psichico a tutti gli effetti.

L’ipocondria ha una storia lunga. Gli antichi greci pensavano che la culla delle emozioni, e quindi anche della paura, fosse nell’addome. Da qui l’origine del nome, “male degli ipocondri”, le zone laterali subito sopra al diaframma toracico. Secondo Ippocrate l’ipocondria era causata dall’eccesso di “bile nera” rispetto agli altri tre umori che circolavano nel corpo secondo la teoria che aveva sviluppato: sangue, flemma e bile gialla. Nel Secondo secolo d.C. Galeno associò poi l’ipocondria alla “melancolia” e coniò il nome Hypochondriacum flatulentumque morbum. Ma è il Diciassettesimo secolo a conferire a questa patologia i tratti che ha definitivamente assunto nell’era moderna. Se il medico Thomas Sydenham all’epoca definiva l’ipocondria come “equivalente maschile dell’isteria”, fu Molière a creare dare risalto alla figura del “malato immaginario” mettendo in scena le manie ipocondriache di chi ancora oggi si circonda di medici e farmaci ed è convinto di avere tutte le malattie del mondo allo stesso tempo. Nella commedia c’erano molti spunti autobiografici, al punto che vennero messi in discussione gli stessi malanni che Molière accusava in quel periodo. Lui però smentì tutti, e pochi giorni dopo la prima morì.

Il viaggio della parola “ipocondria” giunge formalmente al termine nel 2013, quando nella quinta edizione del DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) il termine è sparito. Nel linguaggio comune viene tutt’ora usato e si continuerà probabilmente a farlo, ma nel linguaggio medico e psichiatrico è stato sostituito da due nuove espressioni: “disturbo da sintomi somatici” e “disturbo da ansia di malattia”. Con l’avvento delle nuove tecnologie l’ipocondria si è inoltre evoluta fino alla creazione di un neologismo: “cybercondria”. Italia si stima che il numero di ipocondriaci sia di 4 milioni, quindi poco meno del 7%. Internet è diventato il nemico principale degli ipocondriaci e dei medici, a causa delle ricerche che portano ad auto-diagnosi fantasiose senza alcun riscontro nella realtà e timori nutriti dalla vasta mole di informazioni reperibili in rete. Si sa, cercare i sintomi sul web – oltre a farti temere la morte per un semplice raffreddore – causa un cortocircuito nel rapporto tra medico e paziente, con quest’ultimo che tenta di emanciparsi analizzando la sua stessa condizione sulla base di informazioni, peraltro non sempre scientifiche o sufficientemente dettagliate, scritte su blog, forum e social network. In tal modo il paziente finisce per ostacolare la diagnosi stessa del medico, procedura già di per sé molto più complessa di quanto si potrebbe pensare, creando una sorta di vera e propria messa in scena.

Parlare di “malato immaginario” però è sbagliato, e svilisce quello che è un disturbo psichico a tutti gli effetti e quindi a suo modo un sintomo di una situazione di disequilibrio. L’ipocondria può sfociare anche in crisi di panico ed essere legata alla depressione o ad altri disturbi psichiatrici, in quanto influenza pesantemente la qualità della vita di una persona. Anche il suo continuo interesse e lo studio delle malattie, nonostante l’approccio non scientifico e fallace, risulta sfiancate. Non è infatti un capriccio o un vezzo: l’ipocondriaco vive come se il pericolo della malattia temuta fosse reale, e quindi l’impatto sulla sua mente è profondamente debilitante. È uno schiavo di se stesso e dei segnali del suo corpo: l’interpretazione errata dei sintomi diventa essa stessa un sintomo, e finisce per avere ripercussioni su chi circonda l’ipocondriaco e sul sistema sanitario.

È infatti risaputo che gran parte delle visite mediche abbia motivazioni ipocondriache. La stessa Aifa, Agenzia italiana del farmaco, ha di recente pubblicato una ricerca in cui viene spiegato il fenomeno delle “ricette facili”, per un sovrautilizzo o per l’acquisto di medicine da banco che poi non vengono nemmeno utilizzate. Quel che è importante capire è che la soluzione a questo problema non è rivolgersi a quindici specialisti diversi e pagare di tasca propria consulti di libera professione, né tormentare il proprio medico di base, bensì rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra.

Un’indagine di Slow Medicine ha infatti sottolineato la trasformazione del ruolo del medico di fronte a un paziente ipocondriaco, diventando una sorta di psicologo. Per l’88% dei medici la soluzione è fare visite più lunghe per poter tranquillizzare il paziente e andare più a fondo nel suo disagio per andarne a cercare le cause profonde, oltre il semplice elenco dei sintomi. L’indagine conferma anche la ricerca dell’Aifa: il 44% dei medici italiani riceve ogni giorno dai pazienti richieste di test diagnostici che non ritengono necessari. Quando questo avviene, i medici dichiarano di provare a convincere i pazienti a non effettuare alcun esame. Però, in seguito alle insistenze del paziente, il 36% dei medici ne prescrive comunque uno. Il rapporto tra medico e paziente diventa quindi una guerra in cui quest’ultimo reclama attenzione e pretese, non si fida dei consigli e sfida il professionista, ma allo stesso tempo ne è dipendente.

Una volta scongiurata la minaccia di una patologia, le persone sane si sentono sollevate e anzi traggono nuova energia dalla rassicurazione che viene dallo scampato pericolo. Per l’ipocondriaco invece no: un esame andato bene non cancella la frustrazione di una vita segnata dalla paura (o dalla convinzione) di avere qualsiasi malattia, e subito dopo si convincerà di avere qualcos’altro. L’ipocondria è vista con scherno anche perché si presta bene alla comicità. Woody Allen ha basato un’intera carriera sulla sua ipocondria, e nel nostro Paese Carlo Verdone ha seguito la sua scia. Così l’ipocondriaco diventa una caricatura, attira l’attenzione solo a causa del suo lato ridicolo, quando invece un disturbo psichico andrebbe affrontato con cautela e senza generalizzazioni. Il male immaginario è in realtà un’errata percezione della propria psiche e del suo legame col corpo. Uno studio della rivista CORTEX ha dimostrato infatti l’esistenza negli ipocondriaci di un’alterazione della connettività funzionale tra strutture cerebrali impegnate nella rappresentazione del corpo. Dovremmo considerare questo disturbo come un vero e proprio problema psichico, e non ridicolizzarlo come se fosse un semplice atteggiamento. Le persone che soffrono di ansia da malattia soffrono e la loro vita è profondamente segnata da questa paura, così come quella dei loro familiari. Nel 2020 sarebbe il caso di superare questa concezione e smetterla di parlare di malati immaginari.

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