Perché in un Paese maschilista come l’Italia le donne studiano di più materie scientifiche - THE VISION

Diminuire il divario di genere è parte dell’agenda 2030 degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, soprattutto in relazione all’incidenza femminile nell’ambito delle materie STEM. L’acronimo STEM – Science, Technology, Engineering and Mathematics – indica tutti quei campi di studio e posizioni lavorative nella tecnologia, nell’informatica, nella matematica e nelle scienze fisiche, un ambiente in cui le donne sono una categoria fortemente sottorappresentata.

Secondo una media globale del World Economic Forum, meno del 30% delle studentesse intraprende un percorso universitario o post-universitario in questo campo. Inoltre, stando ai dati dell’Unesco del biennio 2014-2016, solo il 3% degli studenti che si iscrivono a corsi di ICT (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) è donna, dato che si ferma al 5% per i corsi di Matematica e Statistica, e all’8% per Ingegneria.

La ricerca “European Girls in STEM”, realizzata nel 2019 da Microsoft in collaborazione con la London School of Economics, tenta di individuare le cause per cui così poche donne scelgono di intraprendere studi matematico-scientifici. Per le interviste è stato selezionato un campione di 11.500 ragazze tra gli 11 e i 30 anni provenienti da 12 Paesi europei, tra cui l’Italia. I dati mostrano come l’interesse delle giovani italiane nelle discipline STEM tenda a manifestarsi intorno agli 11 anni, per poi diminuire verso i 17, proprio quando si avvicina il momento della scelta universitaria. Lo studio individua nella mancanza di modelli femminili di riferimento, nei ruoli e negli stereotipi di genere i fattori che possono influenzare la decisione finale. A questo proposito è interessante menzionare un altro studio, intitolato “Gender Bias Without Borders”, che analizza come gli stereotipi di genere vengano rafforzati dal modo in cui le donne sono rappresentate sul grande e piccolo schermo: appena il 12% dei personaggi femminili svolge, infatti, una professione nell’ambito delle STEM.

Tornando all’indagine europea, l’Italia si posiziona tra i primi tre Paesi per interesse delle giovani donne nell’ambito scientifico: le studentesse che si sentono portate per la matematica e l’informatica sono, rispettivamente, il 41,7% e il 49,2%, contro le medie europee del 37,6% e del 42,2%, ma soltanto il 59% dichiara che pensa di riuscire a ottenere risultati pari a quelli di un ragazzo e alla fine solo il 12,6% delle studentesse italiane sceglie un percorso di studio STEM, mentre il 6,4% opta per un lavoro nell’ICT.

Nonostante in Italia l’immatricolazione femminile nelle STEM rimanga piuttosto bassa, la situazione è comunque migliorata dall’inizio degli anni Zero. Uno studio del consorzio interuniversitario Alma Laurea mostra infatti come le donne che conseguono una laurea triennale in discipline STEM siano quadruplicate, passando dalle 3.398 unità del 2004 alle 16.848 del 2019. La ricerca mostra anche che in media le donne concludono gli studi con risultati migliori rispetto ai colleghi uomini. Secondo i dati del 2017 dei corsi di laurea triennale le studentesse ottengono risultati leggermente superiori con un voto finale medio di 103,6 su 110, contro la media maschile di 101,6. Inoltre, il 46,1% delle ragazze ha conseguito il titolo nei tempi stabiliti, a differenza del 42,7% dei ragazzi. Tuttavia, in base ai dati del 2019 forniti dal Bilancio di Genere del Politecnico di Milano, emerge che a un anno dalla laurea magistrale meno della metà delle laureate in un corso di ingegneria ha un contratto stabile, in confronto a un’incidenza maschile del 57%.

Il divario di genere si riflette ulteriormente nelle retribuzioni: a cinque anni dal conseguimento del titolo, gli uomini percepiscono una retribuzione media mensile di 1.699 euro, mentre le loro colleghe ricevono 1.375 euro e, nelle fasce di retribuzione più alte (attorno ai 3mila euro mensili), gli uomini sono il doppio rispetto alle donne. Osservando invece i dati dei lavoratori part-time, sempre a cinque anni dal conseguimento della laurea, troviamo un’incidenza femminile del 16%, contro il 4% di quella maschile. Le ragioni dietro un contratto lavorativo a tempo parziale spesso riflettono l’impossibilità di trovare un impiego a tempo pieno o la necessità di occuparsi di bambini o familiari che non sono autosufficienti. Appena l’1,2% degli uomini con un contratto di questa natura ha compiuto tale scelta per il bisogno di occuparsi di un familiare, mentre per le donne la percentuale sale al 18,7%. Il divario può essere spiegato da ragioni di natura culturale, che come ben sappiamo vedono la donna confinata in un ruolo di cura, chiedendole implicitamente di sacrificare le proprie ambizioni – professionali, artistiche o intellettuali – per occuparsi degli altri membri della famiglia.

Gli psicologi Gijsbert Stoet, della Leeds Beckett University, e David Geary, dell’Università del Missouri, sostengono che statisticamente non sembra esserci una minor attitudine delle donne verso le materie STEM e in un articolo pubblicato nel 2018 sulla rivista Psychological Science tentano di dare una spiegazione a questo fenomeno: analizzando le valutazioni dei test attitudinali in 67 Paesi, Stoet e Geary hanno notato che le ragazze ottengono risultati al pari dei ragazzi nelle materie scientifiche, mostrando però meno interesse nei confronti di queste ultime. Tuttavia questo andamento cambia in relazione all’area geografica presa in considerazione.

In Paesi fortemente paritari come Svezia e Finlandia, il divario aumenta. Al contrario, in stati dove le discriminazioni sono più accentuate, come negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia, ci sono molte più donne che intraprendono un percorso in ambito scientifico. Si può notare infatti una maggiore partecipazione femminile anche nel resto del Medio Oriente, nel Sud Est Asiatico (ad esempio in Myanmar e in Thailandia), in Sud America e nei Caraibi, e nell’Est Europa: si tratta di zone in cui la media totale di donne nelle STEM sale al 40%.

Stoet e Geary concordano sul fatto che la causa di questo paradosso sia da individuare nella natura politica degli stati presi in analisi: i Paesi paritari sono tendenzialmente welfare states, basati cioè su politiche nazionali che garantiscono l’assistenza e il benessere dei cittadini, mentre quelli con forti discriminazioni di genere offrono meno protezione politica ed economica ai propri cittadini. Per questo motivo, in questi ultimi, le ragazze potrebbero preferire percorsi di studio e professionali nelle STEM, in grado di assicurare stabilità e indipendenza economica. Mentre nei welfare states, potendo scegliere liberamente in base ai propri interessi, le ragazze sono più propense a essere condizionate da pregiudizi socio-culturali.

Eliminare il divario di genere nel mondo della scienza è diventato uno degli obiettivi principali per molti enti internazionali e Paesi. Una delle iniziative più rilevanti nel 2020 in Italia è stata quella del MIUR che, in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, l’11 febbraio, ha promosso l’argomento attraverso “Il mese dello STEM”: prima e durante questo periodo enti, imprese, associazioni, fondazioni e scuole potevano proporre delle iniziative a riguardo in tutta Italia. Importanti sono anche le iniziative private. Rosa digitale, movimento per le pari opportunità negli ambiti della tecnologia e dell’informatica, ogni anno organizza corsi ed eventi per avvicinare le donne di tutte le età al mondo digitale, mentre sono organizzati periodicamente diversi hackathon (eventi ai quale partecipano esperti di diversi settori dell’informatica) e corsi dedicati alle donne interessate al mondo della programmazione. Si tratta di piccoli passi, ma sono fondamentali per aumentare la visibilità, la partecipazione e il rispetto delle donne nelle STEM.

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