Dopo 50 anni i film di Leone e Eastwood rimangono dei capolavori inarrivabili

Che vengano riconosciuti al primo colpo grazie a un esordio folgorante  – come nel caso di François Truffaut e della sua opera prima I quattrocento colpi – o che ricevano la meritata gloria solo con il passare degli anni – come nel caso di Kathryn Bigelow, riconosciuta dopo quasi trent’anni di carriera per l’Oscar alla Miglior regia, prima donna a vincerlo – ci sono figure della storia del cinema la cui eredità artistica ha lasciato una traccia indelebile che influenza ancora autori e autrici delle generazioni successive e contribuisce all’evoluzione della Settima Arte. Sergio Leone fa parte di questa categoria ed è tra coloro che hanno segnato un prima e un dopo: dai dialoghi ai duelli, dalle particolari inquadrature volte a mostrare i più piccoli dettagli alle riprese in esterni di paesaggi sterminati, il cinema dell’autore romano ha rappresentato un modello di riferimento imprescindibile per decine di registi negli ultimi cinquant’anni e si può affermare con certezza che non sarebbe stata la stessa cosa se al suo fianco, nella riscrittura del genere western, non ci fosse stato Clint Eastwood.

Si fa molta fatica, infatti, a immaginare lo stile del regista italiano separato dagli occhi e in generale dal volto di Clint Eastwood: la maschera dell’attore e poi regista di San Francisco oggi 89enne, all’epoca un 35enne con pochissima esperienza alle spalle, è impressa nella memoria collettiva come una parte insostituibile del cinema di Leone. Le rughe sul viso già molto vistose dominano i ricorrenti primissimi piani, protagoniste di quello sguardo spietato e al contempo beffardo dell’attore californiano, perfetto completamento di un cinema che rompeva con la tradizione in maniera brutale e liberatoria. Dalla metà degli anni Sessanta in poi, Eastwood e Leone hanno codificato insieme un nuovo linguaggio, dando vita a un modo di raccontare inedito, in seguito imitato da tantissime cinematografie, da Hollywood a Hong Kong passando per Cinecittà; un punto di non ritorno non solo nell’evoluzione del western ma anche in quella della grammatica cinematografica, che ha offerto agli autori successivi un campionario di scelte di messa in quadro e di movimenti di macchina in gran parte nuovi e ricchi di significato.

La creatività del regista italiano deriva in parte da una crescita professionale decisamente diversa rispetto a quella dei registi di oggi. Leone, infatti, è nato come professionista in un contesto in cui l’industria cinematografica nazionale era estremamente florida e venivano prodotte diverse centinaia di film all’anno. In questa situazione, e due genitori già inseriti all’interno di quel mondo, era normale riuscire a inserirsi e a fare la cosiddetta gavetta, passando dai ruoli più pratici e da artigiani fino a quelli più creativi e organizzativi, avendo l’occasione di imparare in maniera diretta e concreta il “mestiere” del cinema, perfino come attore. È anche grazie a questa sorta di apprendistato che Leone ha sviluppato un amore viscerale per i generi popolari e la capacità di sfruttare al massimo gli spesso risicati budget a disposizione. Dopo aver esordito con Il colosso di Rodi nel 1961, da lui scritto e diretto, il regista ha infatti messo a frutto nel genere western la propria capacità di capitalizzare al meglio le risorse economiche tramite ingegno e creatività, dando vita, insieme al suo interprete per eccellenza, al genere spaghetti western.

Tra i generi cinematografici, il western è sicuramente quello più intimamente americano, che ha visto il suo periodo d’oro tra gli anni Trenta e Cinquanta; ma proprio quando negli Stati Uniti questa tipologia di film era ormai al tramonto, dall’altra parte dell’oceano, in Italia, nasceva un settore che, a partire da Per un pugno di dollari, sarebbe diventato uno dei più remunerativi. I film western all’italiana miravano a riscrivere il genere, eliminando quasi completamente la componente epica ed eroica per inserirvi un cinismo sfrenato e personaggi mossi soprattutto da interessi personali, pronti a tradire chiunque pur di arricchirsi. Così facendo mantenevano gli elementi principali del genere e dell’immaginario del western, come i cowboy, i duelli e la tensione tra legge e fuorilegge, ma ne cambiavano il significato. Il genere nasceva operando una tale rielaborazione, in un mascheramento costante (a partire dai titoli di testa, in cui Leone si firmava Bob Robertson, versione americanizzata del nome e cognome del padre, Roberto Roberti), che Per un pugno di dollari dovette fronteggiare l’accusa di plagio da parte del regista giapponese Akira Kurosawa, che sosteneva che il film fosse illecitamente ispirato al suo La sfida del samurai.  Il regista giapponese vinse la causa, impadronendosi dei diritti della distribuzione di Per un pugno di dollari in Giappone, che ottenne un successo clamoroso. 

“Per un pugno di dollari”, 1964

Per un pugno di dollari nel 1964 dava avvio alla “Trilogia del dollaro”, completata dai successivi Per qualche dollaro in più del 1965 e Il buono il brutto e il cattivo del 1966, tutti e tre interpretati da Clint Eastwood, che con la sua recitazione è una delle ragioni principali del successo di questi film e di conseguenza delle chiavi dell’affermazione dello spaghetti western. Il suo è un personaggio ricorrente, uguale a se stesso in tutti e tre i lungometraggi, che è riuscito a conquistare l’immaginario collettivo come l’Uomo senza nome e a diventare tanto iconico da essere inserito da Empire nella lista dei cento migliori personaggi della storia del cinema. Di film in film il pubblico si è affezionato a questo antieroe atipico, privo di morale e per questo percepito come ancora più umano, di poche parole ma capace di dire tutto con la sua velocissima pistola e lo sguardo fulminante. Aver interpretato lo stesso personaggio per tre film consecutivi ha consentito a Eastwood di rendere estremamente riconoscibili i suoi gesti e le sue movenze, dal modo in cui tiene il sigaro, a quello in cui porta il cappello o indossa il poncho, diventando l’archetipo del protagonista del western all’italiana. 

Clint Eastwood in “Il buono, il brutto, il cattivo”, 1966

Le peculiari doti interpretative dell’attore americano si sposavano perfettamente con gli obiettivi di Leone, come dimostra la celebre affermazione del regista: “Avevo bisogno più di una maschera che di un attore, ed Eastwood a quell’epoca aveva solo due espressioni: con il cappello e senza cappello”. Diverse testimonianze confermano il ruolo essenziale dell’interprete sul suo personaggio anche dal punto di vista creativo, come quella dello stesso Eastwood, che in un’intervista racconta di come abbia convinto Leone a tagliare le sotto-trame superflue che lo coinvolgevano, così da rendere tutto più sintetico e incisivo. Il connubio tra la recitazione scarna di Eastwood e la necessità di Leone di svuotare di eroismo i protagonisti del western ha fatto la fortuna della Trilogia del dollaro, dalla quale sono partite due carriere formidabili, che hanno profondamente influenzato il cinema degli anni successivi. L’importanza dello spaghetti western si sentì anche nella riscrittura del genere che avvenne negli Stati Uniti dagli anni Settanta in poi grazie ad autori come Sam Peckinpah, Robert Altman e Arthur Penn, così come in Gli spietati, film di Clint Eastwood del 1992 che si chiude proprio con una dedica al suo primo maestro.

“Il buono, il brutto, il cattivo”, 1966

Tra i fan più sfegatati di Sergio Leone e della sua accoppiata con Eastwood c’è anche uno dei massimi protagonisti del cinema contemporaneo, Quentin Tarantino. Da sempre appassionato del cinema di genere italiano, fin dagli esordi il regista di Pulp Fiction ha visto nella creatività anarchica e trascinante di Leone un modello da seguire e rivisitare e ha adottato lo stesso approccio dissacrante e al contempo pieno d’amore che aveva il suo maestro, declinandolo attraverso la propria poetica e adattandolo al cinema contemporaneo. Il mito creato dalla coppia Leone-Eastwood è stato esplicitamente omaggiato da Tarantino in Kill Bill, una vera e propria dichiarazione d’amore in 35mm allo spaghetti western; un film che riprende non solo uno dei temi principali della Trilogia del dollaro, la vendetta, ma ne riproduce anche alcune delle più significative modalità di messa in scena: le inquadrature strette sugli occhi, le panoramiche a schiaffo, l’uso della musica che richiama le note di Ennio Morricone che da sempre hanno accompagnato i film di Leone (e poi anche le immagini di Tarantino in The Hateful Eight, sempre parte del genere), sono infatti tutti pezzi di cinema di Leone rielaborati e fatti propri dal regista americano.

Gli anni Sessanta sono stati un decennio ricco di innovazioni, dall’arte figurativa alla musica fino al teatro, e non è un caso che proprio in quel decennio il duo Leone-Eastwood sia stato così rivoluzionario e influente. Il regista italiano e l’attore statunitense hanno formato una coppia vincente come poche altre, capace di sfruttare la crisi di un genere per mettere a punto un linguaggio innovativo e brillante, oltre che antitetico rispetto alla tradizione.

Henry Fonda, Charles Bronson,  Jason Robards, Claudia Cardinale e Sergio Leone sul set di “C’era Una Volta Il West”, 1968

Se John Wayne e John Ford hanno sistematizzato il western della Hollywood classica, Clint Eastwood e Sergio Leone hanno inventato il western moderno, formando una coppia perfettamente assortita e composta da due caratteri per certi versi antitetici ma capaci di completarsi ed esaltarsi a vicenda.


Non è facile scendere a compromessi quando a esprimersi è il genio creativo, ma ci sono capolavori del mondo dell’arte, della musica, del cinema e della cultura rimasti immortali che non sarebbero mai nati senza la collaborazione, più o meno controversa, tra due personaggi il cui incontro sembrava inevitabile e necessario. Il racconto della storia di questa coppia rientra nel progetto sviluppato da THE VISION in collaborazione con Volkswagen per 2 Share, la nuova iniziativa di noleggio condiviso che ti permette di condividere un’automobile con chi vuoi.

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