Joan Baez e Bob Dylan sono la prova che la musica può cambiare il mondo

Siamo al Gerde’s Folk City nel Greenwich Village di New York, l’anno è il 1961. Due ragazzi sono destinati a incontrarsi in quel momento esatto, lì e non altrove. Lei, Joan Baez, a soli vent’anni è già considerata una stella del folk. Nota un ragazzo, nella sua mente lo definisce un “originale vagabondo”, poi un “montanaro urbano”. Non resta particolarmente colpita da lui, finché non scopre le sue doti artistiche. Suona e canta, il giovane Robert Allen Zimmerman, e la sua voce è un mondo inesplorato che incuriosisce la coetanea Joan. Si avvicinano, si studiano e in qualche modo si si riconoscono. Inizia così la storia di Joan Baez e Bob Dylan.

Joan ha origini messicane e l’indole alla disobbedienza. È nel DNA della sua famiglia: il padre è un fisico che ha rifiutato di partecipare al Progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica. Durante l’infanzia Joan lo segue con la famiglia in giro per il mondo: a dieci anni si trova a Baghdad, dove per le strade assiste a numerose scene di violenza su esseri umani e animali e conosce la povertà. La sofferenza della gente che incontra segna la bambina e diventa parte di lei, senza più abbandonarla. Quando torna negli Stati Uniti, Joan deve fronteggiare le discriminazioni per le sue origini messicane e una politica americana guerrafondaia e tendente all’isolazionismo. A sedici anni rifiuta di prendere parte a una simulazione di evacuazione nella sua scuola: gli studenti dovrebbero inscenare la fuga in seguito a un attacco nucleare, ma al suono della campanella Joan resta seduta al proprio banco a leggere un libro. Gli insegnanti la puniscono e la comunità la addita come un’infiltrata comunista, ma lei ignora le malelingue, ha altri pensieri per la testa: ha appena acquistato per 50 dollari la sua prima chitarra, una Gibson acustica.

Robert viene invece da una famiglia ebrea, passa l’infanzia ad ascoltare la radio e nei suoi temi scolastici scrive di come il suo sogno sia incontrare Little Richard, The Original King of Rock and Roll. Ben presto l’ardore del rock lascia spazio alla profondità del folk, scoperto per caso in un negozio di dischi. Robert decide di vendere la sua chitarra elettrica per comprarne una acustica. Anche lui sceglie una Gibson, nello stesso anno in cui l’ha acquistata Joan. Quando si trasferisce a New York, nel 1961, inizia a suonare nei piccoli locali del Greenwich Village, dove la incontra. Joan non lo sa, ma lui è inizialmente interessato alla sorella, Mimi. Ben presto, però, tra i due nasce una sinergia che va oltre il sentimento o l’affinità musicale. “Sembrava molto incasinato,” racconterà lei anni dopo. “Ferito. Avevamo ferite che si completavano. Si tratta di qualcosa di cui nemmeno sei conscio quando succede ma, ripensandoci, scegli una persona proprio per qualcosa di imponderabile che ti colpisce”. La nascita della loro storia d’amore è inevitabile, e le due carriere spiccano il volo.

Joan è la prima a spingere Robert. Lo invita sul palco a suonare con lei, canta le sue canzoni, lo sprona a raggiungere il suo sogno. Nel 1962 Robert compie un passo fondamentale per la propria carriera, la prima vera trasformazione: si reca alla corte suprema di New York e cambia ufficialmente il suo nome in Robert Dylan, per tutti Bob. La scelta del nuovo cognome è dettata dall’infatuazione per Dylan Thomas, poeta gallese dai versi oscuri e labirintici, che ha sempre fatto parte delle letture di Bob fin dall’adolescenza. Intanto Joan fa incetta di dischi d’oro, ma la musica non le basta. Si appassiona alle battaglie di Martin Luther King, fino a seguirlo nella sua marcia per i diritti civili a Washington, nel 1963, quella del suo discorso più famoso e dell’intramontabile “I have a dream”. Lì Joan si esibisce con “We shall overcome”, che diventa rapidamente un inno per i diritti umani. Anche Bob presenzia alla marcia, cantando sia da solo che in coppia con lei nella canzone “When the ship comes in”, uno degli innumerevoli duetti di questo sodalizio musicale e sentimentale. L’influenza di Joan su Bob è enorme, soprattutto per le tematiche delle canzoni che si affacciano sempre di più su temi quali protesta, la politica e i racconti delle minoranze. In pochi mesi pubblica The Freewheelin’ Bob Dylan e The Times They Are a-Changin’, e raggiunge l’agognato successo, diventando un’icona a livello mondiale.

La relazione tra Joan e Bob, tuttavia, non è destinata a durare. I due condividono la vita in tour, le influenze musicali e l’impegno civile, fino al momento in cui la rottura diventa inevitabile – per gli impegni e le turbolenze di Dylan, o più semplicemente per la presenza del classico terzo incomodo. Durante un tour, infatti, Joan, rientrando nella propria camera d’albergo, trova sull’uscio l’avvenente Sara Lownds, venuta a far visita a Bob nelle vesti di amante. Le loro strade si dividono: Bob decide di sposare Sara nel 1965 e, come per segnare il distacco da Joan, mette in atto altri due cambiamenti che stravolgono il suo stile. Per la prima volta quell’anno imbraccia una chitarra elettrica durante un concerto, quasi a volersi allontanare dal folk degli esordi. Il pubblico non la prende bene: i fan di lunga data, affezionati al sound dei primi anni, iniziano a mugugnare durante i live. Dylan, caustico e provocatore per natura, in risposta esorta la sua band a “fare fracasso”, indisponendo ancor di più il pubblico.

Un’altra trasformazione riguarda un minor trasporto nell’impegno politico e civile. È questo l’aspetto che maggiormente ferisce Joan, che intanto continua a schierarsi in prima persona contro la guerra in Vietnam – invitando la popolazione a non pagare le tasse destinate ai fondi militari – a favore dei diritti di afroamericani e persone gay e per le cause ambientaliste. Nella canzone “To Bobby”, incisa nel 1972, Joan implora Dylan di tornare all’attivismo politico, con versi come: “Ci hai lasciato mentre marciavamo sulla strada e hai detto quanto fosse pesante il carico. Gli anni erano giovani, la lotta aveva appena avuto inizio. Senti le voci nella notte, Bobby? Stanno piangendo per te”, o “Stiamo solo dicendo che il tempo è breve e che c’è del lavoro da fare. E stiamo ancora marciando per le strade con piccole vittorie e grandi sconfitte. Ma c’è gioia e c’è speranza, e c’è un posto per te”. Ma Dylan, entrato in un periodo della sua vita fatto di isolamento e di progressivo distacco dalla società – che poi diventerà un suo tratto distintivo – non può impegnarsi se non con qualche performance e concerto a scopo benefico.

L’affetto tra Joan e Bob, nonostante la fine della loro relazione, rimane inalterato. Joan diventa amica di Sara, ormai moglie di Dylan, con l’intento di proteggerla dal carattere irascibile del marito, e durante un concerto le dedica persino una canzone reinterpretata nel suo album Any day now: è “Sad eyed lady of the lowlands”, scritta da Bob per la moglie e originariamente pubblicata nell’album del 1966 Blonde on blonde. A metà degli anni Settanta Dylan decide di allestire uno spettacolo itinerante negli Stati Uniti, il tour Rolling Thunder Revue, e tra gli artisti invitati a esibirsi sul palco figura anche Joan. Lei, dietro le quinte, si prende cura dei figli di Bob e Sara con amorevole attenzione. Eppure sembra che il ricordo del loro amore sia ancora graffiante, come testimonia la canzone “Diamonds and rust”, del 1975, dove Joan canta per Dylan: “Ecco di nuovo il tuo fantasma”, e “Sì, ti ho amato teneramente. E se mi stai offrendo diamanti e ruggine, ho già pagato”. Ma è soltanto nostalgia quella sublimata nell’ispirazione artistica, perché Baez e Dylan non avranno mai un ritorno di fiamma.

Le collaborazioni artistiche tra i due proseguono con il film Renaldo e Clara, diretto da Dylan nel 1975, in cui Joan interpreta una “donna in bianco” in una storia che ricalca il triangolo amoroso con Sara, e con un tour negli anni Ottanta in trio con Santana, in un periodo in cui Joan frequenta un giovane Steve Jobs. Eppure quest’ultimo tour fa incrinare nuovamente il loro rapporto. Lei si lamenta perché il suo nome sui poster promozionali appare quasi nascosto rispetto agli altri due nomi, e dietro le quinte Bob è circondato da guardie del corpo, impossibile da raggiungere anche per una semplice chiacchierata. Nella sua biografia Joan racconta l’incontro in cui gli comunica la decisione di abbandonare il tour, mentre lui le infila una mano sotto la gonna e le fa i complimenti per i muscoli delle sue gambe. Lei, irritata, gli sposta la mano e si allontana, decisa a non rivederlo più. 

Con gli anni i rapporti si ammorbidiscono: Joan riprende a cantare le canzoni di Dylan in tour e lui rilascia interviste in cui esprime la sua ammirazione per la regina del folk, definendo la sua voce “quella di una sirena a largo di qualche isola greca”. In qualche modo è come se quella sinergia fosse sempre rimasta intatta, un rapporto sotterraneo sopravvissuto ai logorii del tempo e ad anni di lontananza. Il loro amore si è trasformato nella forma più pura di rispetto. Bob ha imparato da Joan l’importanza dell’impegno civile e la capacità di rendere il microfono un megafono per urlare al mondo le ingiustizie che lo affliggono. Joan ha attinto dal talento musicale di Bob per impreziosire il suo repertorio con brani memorabili. Entrambi si sono completati a vicenda, creando una sintonia in grado di cavalcare gli anni Sessanta e i decenni successivi all’insegna di un fermento artistico senza confini. Erano gli anni di Martin Luther King, delle battaglie feroci per un’idea e un sogno, e loro ne sono stati testimoni e protagonisti.


Non è facile scendere a compromessi quando a esprimersi è il genio creativo, ma ci sono capolavori del mondo dell’arte, della musica, del cinema e della cultura rimasti immortali che non sarebbero mai nati senza la collaborazione, più o meno controversa, tra due personaggi il cui incontro sembrava inevitabile e necessario. Il racconto della storia di questa coppia rientra nel progetto sviluppato da THE VISION in collaborazione con Volkswagen per 2 Share, la nuova iniziativa di noleggio condiviso che ti permette di condividere un’automobile con chi vuoi.

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