Come Elena Salmistraro è diventata il futuro del design italiano

Elena Salmistraro è una designer il cui approccio alla progettazione è tanto ironico, allegro e colorato, quanto concettuale, il che rende la sua produzione molto simile a quella di un’artista. Laureatasi nel 2008 al Politecnico di Milano, inizia la sua carriera sperimentando con la ceramica – un materiale democratico dati i costi di produzione irrisori e le infinite possibilità di plasmare la materia a piacimento. Per raccontare la sua storia vi proponiamo un viaggio visivo tra le sue creazioni, a partire dagli esordi. Con parole sue.

“Intraprendere questa carriera,” racconta Elena, “Non è stato facile: all’inizio non avevo un euro a disposizione. Ho guadagnato i primi soldi con la produzione di ceramica. È stato difficile perché le aziende, a volte, nemmeno ti rispondono. Lì mi sono detta: ‘adesso cosa faccio?’ Così ho iniziato ad auto-produrre i miei oggetti. I primi anni non guadagnavo nulla, ero in perdita e stavo facendo mille altri lavori per mantenermi. Non dormivo più di tre ore a notte ma andavo avanti come un carro armato perché avevo un obiettivo: volevo guadagnare facendo quello che mi piace. Questo era il mio sogno e non ho mai pensato, neanche per un secondo, di mollare. Se ho in mente una cosa è impossibile farmi cambiare idea.”

“A un certo punto ho finalmente iniziato a collaborare con aziende di alto artigianato artistico, che producono serie in edizione limitata – un centinaio di pezzi, per intenderci. Il risultato era perfetto, frutto della lavorazione a mano di ogni dettaglio, con rifiniture finali di altissimo valore sia economico che artistico. Ho avuto la fortuna di posizionarmi subito in una fascia di mercato molto alta. Queste sono le aziende che ti lasciano libero di lavorare e sperimentare sul piano creativo. Sono state loro che mi hanno permesso poi di farmi notare.”

“Le gallerie sono arrivate dopo, come le grandi aziende. La cosa più difficile all’inizio è farsi un nome. Quello è il momento in cui bisogna insistere perché appena ti lasci andare, anche solo per un attimo, è finita. Magari per dieci anni non guadagni abbastanza, quindi devi riuscire a trovare soluzioni alternative. Se dovessi rifarlo adesso che ho una bambina, non potrei. Per fortuna ho iniziato presto. Quando devi mantenere dei figli non puoi permetterti di non guadagnare. La mia bambina ora ha due anni e pare abbia la vena artistica, disegna già con l’iPad.”

“Sono sempre stata molto affascinata dalla produzione in serie. Tutti pensano che io produca oggetti unici, ma non è così. Il mio obiettivo è quello di rendere unico un oggetto nonostante venga prodotto in alte tirature. I vasi di ceramica Primates, a forma di scimmia, costano tantissimo in termini di produzione, ma vengono venduti e prodotti in serie. Sono interessata sia all’aspetto artistico che a quello più industriale e vorrei unire questi due mondi, anche se non è sempre facile.”

“L’idea di produrre vasi a forma di scimmia è nata guardando un documentario sui Cercopithecini africani. Sono rimasta affascinata, ma anche un po’ scioccata, dai colori delle loro livree, azzurro o fucsia sgargianti. Mi piaceva che il loro comportamento, il loro sguardo e le loro movenze, fossero così simili a quelle degli esseri umani. Subito dopo sono partita per la Sicilia, dove ho visto le Teste di Moro e le ho guardate con occhi diversi. Per la prima volta ho pensato ‘Potrei creare dei vasi a forma di scimmia, simili a figure antropomorfe, ma coloratissimi.’ Quello che m’interessa, nel mio lavoro, è emozionare. Qualcosa che il divano bellissimo e perfetto non ti dà. Mi piace l’idea che le persone, vedendo un mio oggetto, lo desiderino. Amo pensare che gli oggetti abbiano un’anima, che riescano a parlare alle persone. A volte riesco nel mio intento, altre meno. Gli oggetti, in casa, ci tengono anche compagnia e possono far star bene.”

“Se dovessi interpretare la mia produzione attuale come la destinazione di un viaggio sarebbe il Giappone. Ho in mente nuove produzioni, più delicate rispetto al passato, più poetiche. Parleranno sempre il mio linguaggio – che è tutto fuorché minimalista – ma saranno ispirate all’oriente, dove spero di andare presto. Non a caso la mia ultima produzione è una statua a forma di Geisha. Se penso al passato, uno dei viaggi che ha lasciato un segno profondo nel mio lavoro è stato un tour degli Stati Uniti. Ho girato tutta la California in macchina insieme a mio marito e i colori della Monument Valley mi hanno dato tantissimi spunti. I miei arancioni, i rosa, vengono da lì. La natura in quell’area è immensa, il cielo enorme, ti schiaccia. Quel viaggio mi ha aperto la mente. Continuo a usare quei toni, quelle colorazioni. Di recente ho prodotto alcune piastrelle ispirate al Grand Canyon.”

“Quando disegno mi emoziono, lo faccio costantemente. Per rilassarmi texturizzo tutto, al limite del maniacale. Per me è come una terapia. I modelli 3D su cui le aziende realizzano gli stampi sono molto complessi: per fortuna li elabora mio marito che è un architetto. Dalla nostra storia è nata una collaborazione anche professionale. È lui a designare gli esecutivi per i modelli 3D. Ha la passione per i rendering e dato che i miei oggetti sono così complessi, quando li prende in mano lui è tutta un’altra storia. Per fare un rendering io ci metto due giorni, lui mezz’ora. È una figura fondamentale per la mia crescita professionale”.

“Quando è mancato mio nonno ho iniziato a disegnare tantissimo. Vivevo con lui perché i miei genitori lavoravano tantissimo, e ho risolto così questa mancanza. Mi rifugiavo in un mondo fantastico, popolato da figure all’apparenza mostruose, in cui i personaggi non sono per nulla cattivi, anche se lo sembrano. È un mondo creato per isolarmi da una società a volte spietata, ed è per questo che i miei mostri hanno queste facce: devono darsi un tono per riuscire a barcamenarsi nella vita di oggi. Una di queste figure è il mio alter ego: io sono quella con i capelli a forma di cuore.”

“Non sono particolarmente religiosa, ma i santini e le immagini sacre mi spaventano e allo stesso tempo mi attraggono. Non so spiegarti questa sensazione. Quando le vedo, le compro. Le colleziono. Da lì è nata la Madonna in questione. L’occhio che vedi spesso nei miei lavori può sembrare l’occhio divino, ma per me ha un altro significato. È mio nonno. Da quando è scomparso l’ho inserito in tutti miei disegni, come se fosse ancora qui. Qualcuno pensa sia un simbolo massonico, invece è semplicemente mio nonno.”

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