Come Davide è diventato Gemitaiz - The Vision

Questa intervista è stata realizzata da The Vision con la collaborazione di Ray-Ban per il progetto “Destination everywhere”.

Davide compirà 30 anni a novembre e ha iniziato a rappare quando era adolescente, folgorato dai primi ascolti e da Tupac: oltre metà della sua vita è stata dedicata alla musica.

Il viaggio di Gemitaiz è cominciato nelle periferie a nord di Roma, tra il quartiere di Serpentara, dov’è nato, e quello di Montesacro, dove vive oggi, trascorrendo le giornate chiuso in studio a scrivere nuovi pezzi, senza mai fermarsi. “Quando avevo 13-14 anni nel quartiere ero l’unico a fare rap. Eravamo io e il mio migliore amico, che abitava in fondo alla via: lui faceva le basi e io facevo le rime, è iniziata così,” ricorda oggi. Dai primi mixtape in free download ai dischi d’oro e di platino, fino ai concerti sold-out, spinto dalla fiducia in se stesso e nel fatto che la sua musica, fin dall’inizio, fosse migliore di quella di tanti altri, Davide è diventato Gemitaiz.

Fedele al proprio processo creativo oggi più maturo, Gemitaiz non ha paura né di esporsi né di schierarsi attraverso la musica, destinazione di vita che vede, senza dubbio, anche nel proprio futuro.

Hai da pochi mesi pubblicato un disco, “Davide”, che è stato subito certificato di platino e hai fatto un tour in Italia che ha registrato sold-out ovunque. Riesci a creare anche quando sei impegnato in questa routine e sei sotto pressione o hai bisogno di viaggiare e fuggire per ritrovarti?

Alterno periodi di grande gioia a periodi di grande depressione. O ti ritrovi ogni giorno in una città diversa per suonare, oppure sei solo a casa e devi costantemente creare. In entrambe le situazioni ti senti comunque fuori da un mondo che conosci bene e che fino a quel momento ti aveva cullato. Sei continuamente portato a uno dei due estremi: in un caso perdi l’abitudine ad avere una vita sociale, nell’altro è così intensa da non lasciarti spazio per fare o pensare ad altro. Ognuno ha il proprio modo di affrontare questo problema: io vado in analisi. E cerco anche di auto-analizzarmi. In qualche modo la portiamo a casa.

Quando qualcuno vuole consigli per cominciare a scrivere, la risposta che riceve, di solito, è quella di sviluppare delle proposte, di inviarle agli editor e così via. In realtà l’unica cosa da dire, l’unica che serve veramente e che fa la differenza, è “sviluppa la tua voce”. Tu quando hai trovato la tua?

Dopo il secondo mixtape. Era il 2010. Ho capito che stavo cambiando io e soprattutto ho notato una risposta diversa da parte del pubblico. Mi sembrò, per la prima volta, di potermi esprimere come volevo.

Hunter Thompson ha imparato a scrivere digitando sulla sua IBM Selectric “Addio alle armi” di Hemingway e “Il grande Gatbsy” di Fitzgerald. L’idea, spiegò poi, era quella di sentire il suono che produce lo scrivere così bene. Tu come hai imparato?

Scrivendo ogni giorno. In maniera ossessiva, chiuso in casa, cercando sempre di migliorare. Anche oggi faccio così: se mi sveglio e sono a casa cerco sempre di buttare giù qualcosa. Sono stato una specie di Agassi, ma senza avere imposizioni da parte dei miei genitori, bensì per una scelta personale. Ho fatto lo stesso percorso di qualcuno che vuole fare per la prima volta una maratona, allenandosi e correndo ogni giorno, sempre di più, fino alla vittoria alle Olimpiadi.

Costringi mai te stesso a scrivere?

Sì, qualche volta mi costringo, alla ricerca di qualcosa. Facendo così ho realizzato alcuni dei miei pezzi migliori. Essere ossessivo-compulsivo aiuta anche in questo.

Quando ti ritieni soddisfatto di qualcosa che hai fatto?

Mi accorgo quasi subito se quello che sto scrivendo va bene, dopo appena venti minuti che ci lavoro. Magari mando il pezzo a MadMan o a i miei producer per avere un feedback: anche se mi rispondessero “fa schifo” chiederei loro perché, ma alla fine andrei avanti per la mia strada. Sono sicuro di quello che mi piace.

Come capisci, invece, quando un pezzo non funziona?

È come quando esci per la prima volta con una ragazza. Lei magari ti guarda e ti dice: “Lo sai, mi piace Paolo Nutini,” e tu pensi, “Oh no, perché sta succedendo a me?” O magari le piace Ligabue. Quando qualcuna mi risponde “Ligabue” vorrei scomparire all’istante. È la stessa sensazione di qualcosa di sbagliato che mi dà un pezzo che non funziona: non posso farci niente, e quindi smetto.

E cosa fai con questi pezzi interrotti? Li cestini o riesci a recuperarli?

All’inizio buttavo via tutto, adesso invece conservo ogni cosa che scrivo. Negli anni ho imparato a recuperare e riutilizzare cose che pensavo non funzionassero, riadattandole. Oggi riesco anche a riscrivere un pezzo con altre basi, e a dargli così nuova vita. La scrittura è un viaggio continuo e le destinazioni possono essere molteplici.

Il tuo approccio alla musica è quindi cambiato molto dagli inizi della tua carriera?

Sicuramente strillo di meno. E ho meno rabbia e incazzature. Non perché adesso mi sia “sistemato”, quanto perché riesco a gestire il mio livore e il mio astio in maniera più efficiente ed efficace. Una volta entravo in studio e urlavo inutilmente anche quando non dovevo: era uno sfogo personale, qualcosa che come Davide sentivo necessario, un modo per liberarmi dopo anni di frustrazione. Pensavo che solo in questo modo tutti avrebbero capito quello che provavo. Poi, quando ho visto che la gente cominciava a seguirmi e ad ascoltare la mia musica, ho iniziato a lavorare su me stesso e sulla qualità della mia scrittura e della registrazione.

Tanti artisti hanno grossi problemi nel rileggere o riascoltare quanto hanno scritto e registrato in passato. Tu che rapporto hai oggi con i tuoi primi lavori?

Non provo nessun imbarazzo. A volte mi dispiace di aver registrato male qualcosa. La cosa che penso più spesso è “senti quanto ero stonato!”, ma quando riascolto i miei pezzi vecchi sono sempre felice, sono fiero. Sono un fan di me stesso.

Fantastico. Sai che è molto rara questa posizione? Spesso la gente fa finta che certe vecchie cose che ha fatto non siano mai esistite.

È normale pensare che alcune cose, oggi, le avresti fatte meglio. Ma sono passati anche dieci anni e, nel bene e nel male, quei pezzi hanno rappresentato qualcosa nella vita di tante persone, oltre che nella tua: perché non andarne semplicemente fieri?

Dieci o quindici anni fa l’idea di avere ghostwriter che ti scrivessero le rime e ti dessero il flow avrebbe distrutto la carriera di chiunque. Oggi artisti come Drake sono capaci di sopravvivere a rivelazioni simili e di continuare addirittura ad accrescere il proprio successo. Stiamo passando dal rap come genere cantautorale per definizione a rapper che sono semplici performer, come accade nella musica pop?

Non dovremmo più guardare al rap come a un genere underground: è la musica più ascoltata nel mondo. Penso sia normale avere dei producer in studio che ti aiutano a scrivere, ma è una scelta che non condivido e, personalmente, non lo farei. Ho sempre scritto tutto da solo e continuerò a farlo.

È sempre successo nell’ambito della musica pop e ora che il rap è il nuovo pop è fisiologico che anche star come Drake lo facciano.

Sì, ma è successo anche in passato. Dr. Dre mica scriveva i propri pezzi.

Li scriveva Eminem, e 2Pac prima di lui.

Esatto, o Jadakiss. Puff Daddy invece aveva Biggie e tanti altri.

Sì, ma loro erano principalmente dei producer e poi, anche, rappavano. La cosa interessante è che oggi succeda a un MC, a un lyricist come Drake. O che Jay-Z non si faccia problemi a ricantare insieme a Beyoncé una canzone dei Migos, per trasformarla in “Apeshit”. E la cosa, ripeto, non intacca minimamente la loro popolarità che, anzi, continua a ingigantirsi.

Drake in questo momento è Michael Jackson e Michael Jackson non scriveva di certo tutti i suoi pezzi: aveva Quincy Jones e i migliori musicisti del mondo. Ma è sempre rimasto Michael Jackson. E la sua credibilità è rimasta intatta.

La questione della “credibilità” è interessante. I rapper sono sempre stati ossessionati dal guadagnarsi e mantenere la propria credibilità. Oggi, paradossalmente, soprattutto in Italia, meno credibilità hai – o più stupido risulti – e più il pubblico sembra seguirti, affascinato dal tuo personaggio. Sono in molti ad avere successo in questo modo.

C’è questo fenomeno ora, è vero. Ma se ci pensi, secondo me, c’è sempre stato. Salmo, in una storia di Instagram, li paragona a Richard Benson, un tizio diventato famoso per la sua incapacità nel suonare e nel fare qualsiasi altra cosa, ma che riempiva i locali di gente che pagava per tirargli i polli. È qualcosa di insito nella nostra cultura. Pensa anche al cinema e alla nostra commedia italiana. Lino Banfi. De Sica. Amiamo il trash e il grottesco, quella è la nostra cifra stilistica ed è quello a cui alla fine, in ogni cosa che facciamo, arriviamo.

Mentre negli Stati Uniti c’era Woody Allen, noi in Italia avevamo Jerry Calà.

Esatto. Era inevitabile che succedesse anche nella musica rap e trap. Celebriamo sempre il superficiale. Qui scherziamo, ma il problema è vero: c’è un’ignoranza di fondo, abissale, in Italia. Se cresci guardando tuo padre ridere quando De Sica chiama il suo maggiordomo nero in un film “scimmia” è normale poi vedere la tua generazione composta da razzisti.

È per questo che oggi, paradossalmente, c’è gente che ascolta rap e odia i neri.

L’ignoranza è alla base di tutto. L’ultima ondata di rap che abbiamo avuto in Italia non è schierata e non rappresenta nulla. Anzi, alcuni hanno strizzato l’occhio proprio a certi schieramenti e ideologie storicamente razzisti. Ma la responsabilità non può solo essere la loro: dipende dall’educazione che i ragazzini che ascoltano questa musica oggi hanno ricevuto. Pensiamo anche ai loro genitori, che cosa gli hanno insegnato? A me non interessa dire cosa sia giusto votare, mi sembra semplicemente di esprimere un punto di vista “umano”. Io parlo di valori universali, non di politici o politica. Non so come spiegarti che ti dovrebbe interessare il benessere di chi è meno fortunato di te. Se non riesci a empatizzare con delle persone che chiedono aiuto in mare, con chi dovresti empatizzare?

Come reagisci quando qualcuno che ti ascolta ti dice di non prendere posizione e di occuparti solo della tua musica?

Sento di essere un minimo responsabile nei confronti di tutte le persone che mi seguono. Non è mia intenzione “educare” nessuno, ma penso che la mia musica parli per me. Se chi mi ascolta non riesce a capire i miei valori io rimango scioccato e deluso. Sono contrario a ogni tipo di razzismo, autoritarismo e di chiusura mentale: se credi in queste cose e mi ascolti hai sbagliato persona.

Secondo te la musica o il mondo della cultura possono contrastare in modo efficace i politici e la loro politica?

Io esprimo la mia opinione di normale cittadino, ma non penso che la mia opinione o quella di altri musicisti o attori possa cambiare concretamente qualcosa.

E come si cambia un Paese allora?

Una politica distruttiva e chi la propone vengono cambiate da politici e idee migliori. La differenza vera la fanno giornalisti e scrittori che fanno ricerca e portano fonti e dati quando esprimono una opinione. Io posso informarmi a modo mio e seguire quello che succede nel nostro Paese, ma quello che dirò non sarà mai efficace come una opinione espressa da un Saviano che ti costringe a confrontarti con dei fatti innegabili.

Tu vieni da Serpentara, un quartiere storicamente popolare di Roma. Si è parlato molto negli ultimi anni di questo presunto cambiamento nelle periferie d’Italia. Editorialisti e politici raccontano di una sinistra borghese che ha rinunciato a parlare con “la gente dei bar” e di una destra che invece risponde in modo efficace alle loro problematiche.

Io non ho mai notato nessun avvicinamento ai reali problemi della gente che vive nei quartieri popolari, da parte di nessun politico o partito. Ci sono stati negli anni singoli episodi positivi di questo o di quel politico, ma nessuno ha mai realmente prodotto un cambiamento efficace nella vita della gente normale.

Non è mai cambiato nulla?

Cosa è mai cambiato sostanzialmente? Non ho ancora trovato nessuno che mi coinvolgesse e convincesse al punto tale da portarmi alle urne a votare per lui.

E nella tua vita hai intenzione di cambiare qualcosa?

Vorrei scrivere un film insieme a un mio amico regista. Siamo cresciuti nello stesso quartiere, ci piacciono gli stessi film ed è un’idea a cui ho sempre pensato. Restando in ambito musicale, in cui vorrei continuare a lavorare sempre, non mi dispiacerebbe diventare una specie di Rick Rubin, qualcuno che aggiusta e fa suonare meglio la musica degli altri e viene cercato per questo motivo. Non mi interessa scoprire nuovi talenti: ormai penso di aver confermato questa teoria che avevo, secondo cui “ce pijo”.

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