L’insostenibile ipocrisia di un voltagabbana. Matteo Salvini. - THE VISION

Il trasformismo è il pilastro della recente storia politica italiana, forse l’unico. Giuseppe Conte, per esempio, è passato dalla condiscendenza verso il nazionalismo leghista alla candidatura a leader di un non ancora definito campo progressista, quindi tutto è possibile. Con la nascita del governo Draghi stiamo assistendo però a una mutazione ancora più eclatante: Matteo Salvini sta appoggiando tutto quello che diceva di odiare.

Mario Draghi

“I complici della Merkel, di Draghi e della Ue che ci sta affamando non potranno mai sedersi al tavolo con noi”, sentenziava nel 2017. Era il periodo incendiario all’opposizione, quando la ferocia di un’affermazione garantiva un risalto mediatico fondamentale a livello elettorale. Bisognava crescere nei consensi, essere anti istituzionali con dichiarazioni come “Il presidente della Bce Draghi invita gli Stati a cedere sovranità all’Europa. Mavaffanbagno. Sovranità ai cittadini, non ai burocrati incapaci”. Era il Salvini no-Euro e no-Europa, e Draghi rappresentava un “complice di chi sta massacrando la nostra economia”. Oggi il leader leghista non soltanto sostiene un governo di cui è presidente del Consiglio la sua recente nemesi, ma ne è diventato un fervente sostenitore. 

Non è la prima giravolta di Salvini, e in molti dubitano che sarà l’ultima. Il patriota della campagna elettorale del 2018 e della difesa a oltranza dei confini nazionali quando era ministro dell’Interno è lo stesso che in nome della Padania, la Patria la voleva dividere in due, salvo poi passare dallo slogan “Prima il Nord” a “Prima gli italiani”. Se prima l’Europa era la casa degli orrori dalla quale fuggire, oggi non si fa problemi a dichiarare che “siamo mani, cuore, piedi e cervello in Europa”. Questa schizofrenia politica ha avuto ripercussioni su quella che è sempre stato uno strumento strategico fondamentale nel costruire il suo consenso, dettando la linea politica e testando gli umori del suo elettorato potenziale: la sua pagina Facebook. 

I dati della piattaforma Fanpage Karma sono eloquenti: da quando la Lega ha dato il suo sostegno al governo di Mario Draghi, le interazioni sulla pagina Facebook di Salvini sono crollate. In un mese sono passate da una media di 10 milioni a settimana a poco più di 5, con circa 95mila interazioni per post. Giorgia Meloni, per fare un paragone, ha raggiunto le 115mila interazioni per post avendo meno della metà dei like del leghista. Calcolando invece l’indice di performance della pagina, cioè sommando like, commenti e percentuale di crescita dei follower, Salvini si classifica oggi non soltanto dietro Meloni e Conte, ma addirittura dietro l’ex segretario del Pd Zingaretti, che per ironia della sorte ha avuto il suo momento di gloria online proprio grazie alle dimissioni. Il motivo di questo calo è che Salvini non può più parlare dei temi che negli ultimi anni, grazie a una propaganda martellante, l’avevano portato a essere il leader politico più popolare in Italia.

Nel suo periodo A.D. (avanti Draghi, quel breve lasso di tempo che lo ha visto all’opposizione dopo l’esperienza giallo-verde conclusasi chiedendo “pieni poteri” con il mojito in mano), Salvini si era arroccato su una narrazione ormai consolidata, spinta anche sulla libertà tipica di impegni e affermazioni che si possono permettere i partiti all’opposizione. La strategia si basava sull’attacco frontale ai nemici, identificati nella triade immigrazione, Europa e governo. Adesso non è più possibile farlo. Salvini non posta più i dati sugli sbarchi, facendo parte di un governo in cui è stata confermata come ministra dell’Interno Luciana Lamorgese che mantiene sul tema una linea molto rigida di controllo dei flussi. Non può attaccare l’Europa perché l’esecutivo è presieduto dal tecnico europeo per antonomasia, con la ripercussione che le ipotesi irrealizzabili ma sempre molto rilanciate sui media di una moneta alternativa e su un Italexit sono un lontano ricordo. Infine non può più criticare il governo, perché lui stesso ne fa parte. Tolta la strategia dei nemici, a Salvini non è rimasto più nulla.

Se un tempo Salvini poteva permettersi di arringare la folla postando sui sui social l’opinione, a conforto, di Massimo Boldi e Iva Zanicchi, ora è costretto a un atteggiamento più abbottonato, anche se è evidente quanto la parte da uomo dell’establishment lo stia soffocando. Sta tentando quindi di muoversi su temi diversi, riducendo i post riguardanti la politica e aumentando quelli sulla vita privata. Già prima trovavano posto le foto della figlia, di cibi vari e delle partite del Milan, ma adesso sono aumentati perché mancano le alternative. L’unica eccezione riguarda l’esaltazione del generale Francesco Paolo Figliuolo, il nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 che può essere sfruttato per sottolineare la discontinuità rispetto a Domenico Arcuri nominato dal governo M5S – Pd. 

Il Generale Francesco Paolo Figliuolo

In realtà è proprio sul tema Covid che è più lampante l’ipocrisia di Salvini. Se un tempo criticava in modo ossessivo i Dpcm e le chiusure di Conte, adesso considera necessarie delle misure che sono identiche. Era semplice fare il paladino dei ristoratori, invitare alla disobbedienza in nome delle riaperture, giocare con il suo solito tormentone delle liste elencate a favore di telecamera un dito alla volta per fingersi interessato al futuro delle palestre, dei ristoranti o dei cinema. Adesso le misure si sono addirittura inasprite, con la scomparsa delle zone gialle. Anche qui Salvini ha le mani legate: dopo un anno di attacchi al ministro della Salute Roberto Speranza, adesso che è stato riconfermato al suo dicastero il leader della Lega è costretto all’accondiscendenza. Quindi ciò che prima era un attacco alla democrazia e un segnale di dittatura sanitaria, oggi è un’azione necessaria, perché la strategia di Draghi e Figliuolo non consente opinioni diverse.

Il progetto principale di Salvini per contrastare il Covid è stato annunciato con enfasi sui social e nelle interviste: estendere all’Italia il metodo Bertolaso. Non la migliore delle trovate comunicative, considerando che il trio Bertolaso-Fontana-Moratti sta arrancando in Lombardia con una campagna vaccinale caratterizzata da ritardi e disservizi quotidiani. Mentre parecchi anziani lombardi sono ancora in attesa di sapere in che data potranno vaccinarsi, la Regione Lombardia ha scaricato le responsabilità dei disservizi sulla società Aria, incaricata della gestione delle prenotazioni e degli appuntamenti nei luoghi dediti alla vaccinazione. Il paradosso è che la società è stata incaricata dalla stessa giunta di centrodestra, e sempre Aria lo scorso anno è stata coinvolta nel camici-gate che ha visto protagonista anche il presidente Attilio Fontana. In luce di questo caos che sta demolendo un pezzo alla volta il mito dell’efficienza lombarda e del buon governo leghista, Salvini dovrebbe rivedere al più presto le proposte da sbandierare agli italiani.

Attilio Fontana

Salvini può essere sicuramente considerato un politico molto volubile nelle proprie convinzioni, ma sbagliano gli opinionisti che adesso parlano di svolta europeista. Non lo è per svariati motivi. Le mosse attuali sono soltanto una facciata perché non conviene screditare il governo di cui il suo stesso partito fa parte a pochi mesi dall’insediamento. Inoltre, i movimenti fuori dai nostri confini fanno intendere altre dinamiche. Come è noto, il premier ungherese Viktor Orbán ha lasciato il gruppo del Partito Popolare Europeo all’Europarlamento. Pochi giorni dopo ha annunciato la creazione di un nuovo raggruppamento di partiti nazionalisti europei con il  coinvolgimento di Matteo Salvini e del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. Il leghista non ha confermato né smentito, a dimostrazione che dietro l’immagine da moderato responsabile – probabilmente consigliata dallo stratega della Lega e ministro Giorgetti – si nasconde la solita linea dettata dalla convenienza del momento. Anche perché sostenere contemporaneamente Draghi e Orbán significa ufficializzare una linea politica bipolare e incomprensibile per gran parte dei suoi elettori. 

Adesso sta proprio a loro misurare la propria memoria e capire la soglia di resistenza ai compromessi. Certamente il nuovo Salvini piace meno agli italiani: il periodo in cui i sondaggi lo davano al 40% è ormai passato, ma al momento sembrano lontani anche i risultati delle elezioni europee. Sembra tutto apparecchiato per l’ascesa di Giorgia Meloni, avvantaggiata dal posizionamento fuori dal governo e dal ruolo di unica, o quasi, oppositrice di Draghi. Non ci stupiremmo se in un futuro nemmeno troppo lontano Salvini rinnegasse il suo appoggio di questi mesi al governo Draghi, con una giravolta che stupisce sempre meno tanto i suoi avversari che i suoi elettori. L’unica incognita è legata a quanti cambi totali di fronte i sostenitori di Salvini siano ancora disposti ad accettare, e soprattutto in nome di cosa, visto che è sempre più evidente come l’ideale intramontabile del leader della Lega sia mantenere la sua visibilità e il potere che ne deriva. 

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