Gli Stati Generali dovevano “reinventare il Paese”. Ma hanno ignorato i giovani, gli unici per farlo.

In un Paese ostaggio di egoismi personali e corporativi come l’Italia, prendere decisioni non è un mestiere semplice. Anche per questo i nostri governanti sono spesso costretti a ricorrere all’antica arte del rinvio. In questo contesto si inseriscono gli Stati Generali convocati da Giuseppe Conte. Dopo dieci giorni di riunioni a villa Pamphilj, il Presidente del Consiglio non poteva limitarsi a concludere la kermesse con la classica esaltazione del riformismo. Era necessario andare oltre, “reinventare il Paese”. Una visione del futuro dove i giovani non sono tenuti in considerazione da un’opera di profonda rigenerazione dai contorni tutt’altro che definiti.

Stati Generali, Villa Pamphilj, 2020

Senza il dinamismo e la creatività giovanile è complicato reinventarsi. Eppure secondo i dati più recenti ci sarebbe un enorme spazio di manovra. Siamo il Paese con il tasso di occupazione giovanile più basso a livello europeo. In Italia, nella fascia 25-29 anni lavora il 56,3% contro una media comunitaria del 76%. Come se non bastasse, abbiamo il primato negativo relativo al numero di neet, le ragazze e i ragazzi che non studiano e non lavorano, il 29% del totale a fronte di una media europea del 16,6%. Se aggiungiamo anche un numero bassissimo di laureati, il 14% in meno rispetto alla media europea, e un tasso di dispersione scolastica più alto della media europea del 3% otteniamo un risultato che racconta il fallimento storico di una classe dirigente. La ricerca del consenso a breve termine ha prodotto una generazione che, nel suo complesso, è stato privata in modo sistematico degli strumenti per competere con i suoi coetanei in Europa e nel resto del mondo.

È urgente invertire radicalmente la rotta, iniziando dall’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Una persona al suo primo impiego viene spesso costretta a lavorare con dei tirocini remunerati poco e male o, in alternativa, è vincolata all’apertura di una partita Iva di comodo. Si tratta di tipologie contrattuali che non garantiscono alcun tipo di tutela allavoratore. Se non si vuole limitare la capacità delle aziende di ricorrere a questi espedienti, è necessario adottare un nuovo statuto dei lavoratori in grado di garantire un minimo di tutele, indipendentemente dalla forma di contratto utilizzata.

Un altro strumento che andrebbe “reinventato”, per utilizzare le parole del Presidente del Consiglio, è l’apprendistato. Un contratto poco utilizzato in Italia, anche a causa delle riforme degli ultimi anni, dalla cosiddetta Legge Biagi al Jobs Act, che consentirebbe ai giovani di formarsi ricevendo al contempo una remunerazione per il lavoro svolto. La formazione in Italia è sempre rimasta soltanto sulla carta e gli apprendisti, in molti casi, non sono altro che dei dipendenti che costano meno al datore di lavoro rispetto a un regolare assunto. Uno strumento farraginoso che pone in risalto tutti i limiti della burocrazia italiana. La Germania grazie a questa risorsa è riuscita a ridurre drasticamente la disoccupazione giovanile. Il sistema tedesco costituisce una valida alternativa al classico percorso accademico e riesce a includere tantissimi giovani all’interno del mercato del lavoro. Il sistema duale, come viene chiamato, consente alle ragazze e ai ragazzi di ricevere una formazione adeguata e delle competenze certificate spendibili all’interno del mercato del lavoro in tutto il Paese. Le ore di formazione e le ore di lavoro sono momenti distinti nella vita di un apprendista e le aziende ricorrono spesso a questo strumento, mentre mantengono un contatto costante con le istituzioni formative, creando così un circolo virtuoso. Per avvicinarsi agli standard di Berlino le parti sociali dovrebbero mettere al centro la formazione dei giovani, mentre lo Stato dovrebbe incentivare la certificazione ufficiale di competenze spendibili all’interno del mercato del lavoro. È arrivato il momento di abbandonare i canali informali che nella maggior parte dei casi caratterizzano le assunzioni in Italia per arrivare a processi di selezione più giusti e oggettivi.

Vivere in un limbo senza stabilità porta ancora molti giovani italiani ad affidarsi alla famiglia. Tantissimi dipendono finanziariamente dai propri cari: uno studio della Gallup Organization sostiene che si tratti addirittura del 50% delle ragazze e dei ragazzi tra i 15 e i 30 anni di età. Un Paese che lascia le decisioni in mano esclusivamente a dei cinquantenni che si rivolgono quasi del tutto ai loro coetanei non risolverà questo problema. La priorità dovrebbe essere quella di coinvolgere i giovani nelle decisioni strategiche, provare a mettersi nei loro panni, non essere refrattari al cambiamento a priori. Anche il mondo produttivo italiano deve sapere fare questo balzo, con un’accelerazione digitale in linea con le competenze del presente, per non soccombere nella competizione globale ed evitare la continua emorragia di under 35 che ogni anno abbandonano il nostro Paese. Un fenomeno che secondo la fondazione Leone Moressa, elaborando i dati di Eurostat, ha già spinto 320mila giovani a lasciare l’Italia tra il 2009 e il 2018.

Futuro è una parola strana per i millennial, un vocabolo che ha perso progressivamente il suo valore. Trenta anni fa, pensando al futuro, magari si immaginava cosa sarebbe stato andare in pensione e come godersela. Oggi, a essere ottimisti, si cerca di capire se qualcuno avrà il privilegio di ricevere bonifici a cadenza mensile da parte dell’Inps. Il lavoro di tutti è diventato più “flessibile”, un modo elegante per dire “precario”. A sua volta, anche il versamento dei contributi all’Inps è sempre più discontinuo, che è un modo gentile per dire che le pensioni delle nuove generazioni saranno decisamente inferiori rispetto al passato. A questo bisogna aggiungere che l’ingresso nel mercato del lavoro avviene sempre più tardi, accorciando così la vita contributiva degli individui. Sono tutti elementi che danno vita a una vera e propria disuguaglianza generazionale, che si manifesterà in tutta la sua grandezza quando verranno corrisposte le prime pensioni agli attuali lavoratori “flessibili”.

Negli ultimi anni ci si è concentrati su misure come quota 100 e il reddito di cittadinanza, misure di corto respiro destinate perlopiù a persone over 40, basate su un calcolo politico elettorale piuttosto che su una visione strategica del futuro del Paese. Superando questa miopia, è fondamentale assicurare un minimo di continuità contributiva ai giovani che svolgono lavori stagionali o discontinui per evitare che la lotta alla povertà di oggi si trasformi nei pensionati indigenti di domani.

Viviamo un periodo di transizione dove il vecchio muore ma il nuovo non può ancora nascere. La tecnologia occupa uno spazio crescente nelle nostre vite e c’è chi ipotizza un futuro dove il lavoro occuperà uno spazio marginale nella nostra esistenza grazie all’introduzione di processi produttivi sempre più automatizzati. Come tutte le fasi di cambiamento è fondamentale riuscire a governare questi fenomeni, garantendo equità e giustizia per i cittadini che li subiscono. Il punto di vista di chi contrappone schematicamente gli individui più anziani ai giovani ha delle ragioni ma non esaurisce la questione. È giusto tutelare le persone più deboli, gli esclusi della società, indipendentemente dalla data di nascita. La posta in gioco qui è un’altra. Quando parliamo di rilancio, di invenzioni e di rinascita non possiamo escludere le forze più vive e dinamiche di una società. Non possiamo permetterci di tenere fuori i giovani dal cambiamento che appartiene loro per definizione.

Nel discorso di chiusura a villa Pamphilj, Giuseppe Conte ha dichiarato che “abbiamo la consapevolezza che bisogna investire tantissimo nell’università, nella ricerca e nella scuola”. La consapevolezza non ci basta più. Manca da troppo tempo un piano concreto che metta al centro i giovani, le loro aspettative, il loro futuro. Non è sufficiente conservare i diritti e il benessere dei più adulti per “reinventare” l’Italia. È necessario mettere al centro della scena chi fino a oggi ne è stato escluso. È impossibile rilanciare un Paese senza tenere in considerazione chi è chiamato a svolgere un ruolo da protagonista. Senza i giovani non si reinventa, al massimo si ricicla.

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