Spesso ho l’impressione che i ministri di questo governo si trovino lì per caso, come se fossero stati estratti a sorte e inseriti nei propri ministeri per qualche congiunzione astrale. Non è più un discorso sulle ideologie, sul fascismo-sì fascismo-no, o sul gioco degli schieramenti: semplicemente mi chiedo se abbiano le competenze per ricoprire quei ruoli o anche la cognizione di causa. Quando Matteo Salvini fu nominato ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, mi chiesi che conoscenze avesse sulle materie in questione e come avrebbe agito. Dopo circa due anni a ricoprire questa carica più da influencer che da ministro, la domanda gliela fece direttamente un utente durante una diretta su Tiktok. Lui, infastidito, rispose che stava lavorando su alcuni dati – senza specificare quali – e che era al ministero, non a casa sua. Decise dunque di inquadrare il suo ufficio per dimostrarlo. Effettivamente si trovava lì, ma per sbaglio inquadrò la televisione accesa su una partita di calcio. Credo sia il riassunto perfetto di un governo che ha perso il contatto con il Paese e che vive in un mondo tutto suo.

Restando nella branca di Salvini, sui trasporti stiamo assistendo a una dimostrazione di incapacità senza precedenti. Non che in passato fossimo impeccabili e non mancassero disagi, ma alle carenze strutturali del Paese si è aggiunto il pressappochismo di un ministro che sembra più interessato a commentare ogni altro evento che interessa il Paese e sconfinare dai suoi campi. Mentre per esempio le ferrovie erano al collasso a causa di scioperi e ritardi, Salvini era più impegnato a presentarsi nei salotti televisivi vestito da Trump, a elargire di sua iniziativa opinioni sulla politica estera o a fare il food-blogger sui social. Nel mentre, i pendolari avevano a che fare con una quotidianità segnata da treni in ritardo, mezzi fatiscenti, degrado e intralci che impedivano loro anche solo di arrivare nel luogo di lavoro e tornare a casa. Anche le condizioni dei lavoratori del settore erano al collasso, e così sono arrivati inevitabilmente gli scioperi. Il principale è stato indetto dal sindacato USB (Unione Sindacale di Base), che ha spiegato le ragioni parlando dell’impoverimento dei salari, della precarizzazione dei rapporti e dei problemi legati alla sicurezza e all’incolumità dei lavoratori e delle lavoratrici.

Salvini si è così ritrovato a firmare un’ordinanza per ridurre le ore dello sciopero che non ha riguardato soltanto i treni, ma anche metro, bus, taxi e trasporto marittimo. I sindacati, inferociti, si sono rivolti al Tar del Lazio, che ha accolto la loro richiesta di sospendere l’ordinanza del ministero. Salvini ha tentato la strada della deresponsabilizzazione incolpando il Tar per il caos degli scioperi, senza capire che questi ultimi sono derivati dalla pessima gestione del settore dei trasporti e delle sue risorse. Se i servizi da garantire al cittadino, e i trasporti rientrano pienamente tra questi, non sono degni di un Paese avanzato, incolpare i sindacati o il Tar significa non avere il polso della situazione ed essere inadeguati a ricoprire certi ruoli.
In questi mesi Salvini ha provato in tutti i modi a giustificare i disservizi del servizio ferroviario italiano, e sempre arrampicandosi sugli specchi. Qualche settimana fa si è scusato per i ritardi, aggiungendo che il motivo è riconducibile ai 1.200 cantieri aperti e incolpando i governi precedenti per non aver fatto abbastanza nel settore. Un’accusa generica e anche parecchio confusa, perché la stessa Lega è stata più volte al governo anche in passato, con Salvini già vicepremier nel Conte I e la Lega presente nel governo Draghi. La situazione di questo autunno è stata così complicata da arrivare a sfiorare i tratti dell’assurdo, della farsa, come quando un Freccia Argento Roma-Genova è addirittura partito in anticipo per evitare ritardi, lasciando in stazione parecchi passeggeri. Salvini, caduto dal pero, ha chiesto chiarimenti a Trenitalia. Chiarimenti che dovrebbe dare lui ai cittadini, visto il ruolo che ricopre. La sua esperienza al ministero ricorda la scena di Scary Movie 3 in cui Leslie Nielsen esclama “Mi chiami il presidente”, per poi ricevere come risposta “Ma è lei il presidente!”. Solo che questo non è un film demenziale, ma l’ordinarietà di un governo allo sbando.

D’altronde siamo il Paese in cui una paralisi dell’alta velocità in gran parte del territorio è stata associata dallo stesso Salvini a un chiodo piantato per sbaglio da un operaio in un punto in cui passavano dei cavi elettrici. Anche in quel caso il ministro ha chiesto chiarimenti e ha dato la colpa all’ignoto operaio. In realtà il chiodo non avrebbe dovuto bloccare tutto, perché quando avviene un calo di tensione o un guasto della rete elettrica è previsto un sistema di sicurezza che entra in funzione garantendo l’elettricità sostituendo la fonte principale. E non è avvenuto, probabilmente perché sono sistemi senza manutenzione. La responsabilità dunque ricade su chi dovrebbe occuparsi di garantire la massima efficienza dei servizi anche in situazioni d’emergenza, ovvero il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Quindi Salvini, che però è andato avanti nella sua crociata contro il chiodo, ancora una volta ricordando l’ottusità del personaggio di Leslie Nielsen.
Mentre l’Italia era bloccata, quel giorno Salvini postò sui social una foto con i nonni. Guardando la sua attività da ministro durante quel mese, risulta che sia stato assente dal suo ufficio 14 giorni su 30. E non per qualche inderogabile viaggio di lavoro, ma perché per lui la campagna elettorale è permanente. Dunque via di ospitate televisive, sagre, comizi per le elezioni regionali. La conseguenza è il disastro dei trasporti, e a documentarlo sono i dati. Parlando dei treni, c’è una relazione annuale di Trenitalia sulla qualità del servizio. È disponibile soltanto dal 2017, e l’ultima pubblicata, riferita al 2023, indica come sia stato l’anno peggiore per i ritardi e i disservizi. Vengono presi in considerazione i treni di media e lunga percorrenza, i regionali e gli internazionali. I numeri sono persino “dopati”, perché le categorie analizzate sono i treni con meno di 60 minuti di ritardo all’arrivo, quelli con un ritardo tra una e due ore e quelli con più di due ore di ritardo. C’è quindi il paradosso statistico che, nella relazione di Trenitalia, porta a considerare “puntuale” un treno con 59 minuti di ritardo. Nonostante questo, con Salvini ministro abbiamo i dati peggiori da quando esistono queste classifiche. In qualsiasi altro Paese si sarebbe dimesso; in Italia no.

Il problema non può essere sottovalutato perché, secondo le Ferrovie dello Stato, ogni giorno 5,59 milioni di cittadini prendono il treno in Italia. Sono numeri enormi, e i disagi influiscono direttamente sulla qualità della vita delle persone. La vita da pendolare è snervante, per lavorare o studiare si affronta ogni giorno la giungla delle ferrovie senza avere la certezza che gli orari si incastreranno, perché con i treni è sempre un terno al lotto. Non si sa quando si arriverà a scuola o al lavoro e quando si tornerà a casa, come sarà il viaggio e quali disavventure spetteranno al passeggero in questione. Si tratta di servizi che lo Stato dovrebbe garantire al cittadino in quanto pagati con le nostre tasse, e un governo che non riesce a gestirli ha fallito nel suo compito istituzionale. Spesso la destra si lamenta perché le critiche arrivano per questioni ideologiche. Il classico vittimismo di chi non può più giustificare concretamente le proprie lacune e si aggrappa alla vaghezza, alla sindrome di accerchiamento per qualcosa di intangibile. Eppure non c’è nulla di ideologico nei dati sui treni o nella realtà constatabile ogni giorno dai cittadini. In questo caso non sto contestando il governo in quanto neofascista, ma per una specifica disfunzionalità. Può disturbarmi avere l’estrema destra al potere a livello simbolico, e sarebbe stato così anche se i trasporti non fossero in uno stato inaccettabile. In questo caso le due cose coincidono. E in futuro, sui libri di Storia, parlando del secondo avvento del fascismo al governo non si potrà neanche giustificare le magagne scrivendo che “però i treni arrivavano in orario”.