L'Umbria ha dimostrato che un'alternativa a Salvini non esiste ancora

Mentre il centrosinistra si trova nella fase che storicamente preferisce, l’analisi della sconfitta, e il M5S sta facendo di tutto per prendere meno voti del Partito Comunista di Marco Rizzo, l’Umbria si sveglia con il trionfo del centrodestra. Il prefisso “centro” ormai viene usato per una convenzione giornalistica, considerando che Salvini e Meloni hanno ottenuto da soli circa la metà delle preferenze e nessuno dei due ha nulla a che fare con il “centro”. L’importanza delle parole impone una riformulazione della frase: dopo mezzo secolo come roccaforte rossa, l’Umbria è diventata ufficialmente una regione di destra.

È ironico che sia capitato proprio nell’unica regione del centro-sud senza porti. Eppure, questa tornata elettorale non deve essere analizzata in un contesto locale, avendo l’intera Umbria meno abitanti di Napoli, ma ampliando la visione a uno scacchiere politico dove l’alleanza Pd-M5S non potrà mai essere l’argine all’avanzata dell’estrema destra, proprio per la natura fallace di questa unione. È più che altro un cuscinetto che, nella migliore delle ipotesi, durerà altri tre anni, fino al termine naturale della legislatura, per poi lasciare campo libero a quelli che un tempo erano i secessionisti e i fascisti e che oggi sono secessionisti e fascisti, ma con un altro nome.

La sensazione è che il Pd abbia corteggiato il M5S, proponendo un’alleanza strutturale oltre i confini del governo nazionale, con il solo intento di creare una coalizione contro Salvini. L’assenza di una proposta per il futuro del Paese sta proprio in questa idea di politica dove i contenuti latitano e l’unica certezza è quella di presentarsi come argine traballante all’ascesa delle destre. Non a caso l’analisi di Nicola Zingaretti sulla sconfitta in Umbria è prevalentemente incentrata sull’alleanza con il M5S e non c’è traccia di un ragionamento sulle cause della disfatta elettorale.

Il M5S ha reagito dicendo che “l’esperimento con il Pd non ha funzionato”. Non è una frase confortante, visto che è lo stesso esperimento su cui si regge il destino del Paese. Non a caso è stato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a placare gli animi, dichiarando che “Sarebbe un errore interrompere l’alleanza tra i due partiti”. Il problema principale riguarda la sostanza dell’esperimento, non la forma. Se il Pd è alla disperata ricerca di un sostegno contro Salvini – trovandolo proprio nella forza politica che governava con lui fino a pochi mesi fa – e il M5S si aggrappa alle poltrone per non scomparire, si capisce che non esiste alcuna sinergia, se non quella di mettere insieme percentuali e seggi in Parlamento. L’idea di unire due progetti in una visione comune non sfiora nessuno nella coalizione giallorossa .La natura dei due schieramenti è geneticamente agli antipodi e non basta una sorridente foto di gruppo per appianare le divergenze. Il cortocircuito è alla base e bisogna risalire a una questione di identità.

Quella del Pd è la stessa che viene riciclata dal 1994, e consiste nello slogan elettorale implicito “Votateci, altrimenti vincono i cattivi”. Per vent’anni il centrosinistra non ha programmato il futuro sui suoi punti fondamentali (appunto, quali?) ma sull’unico scopo di sconfiggere Silvio Berlusconi. Il risultato è stato perdere i propri obiettivi e senza neanche riuscire a contrastare l’ascesa berlusconiana. Al crepuscolo del Cavaliere, il Pd ha pensato di tirare avanti per mancanza di avversari. In effetti, la mentalità del partito è sempre stata quella di vincere “perché gli altri fanno schifo”, come ci insegna l’oro olimpico di Steven Bradbury. Sono però comparsi all’orizzonte il M5S e un Salvini ripulito (all’apparenza) dalle tinte padane, e il Pd ha deciso di perseverare nel suo errore di concentrarsi sugli avversari e non su lacune che ignora da decenni.

Il M5S è l’esasperazione del concetto di far politica sugli avversari. All’opposizione era facile: bastava sbandierare l’odio contro la Casta, contro i partiti che hanno distrutto un Paese, contro il governo-ladro. Una volta raggiunto il potere, il M5S ha smesso di esistere. Rinnegare i propri ideali – seppur appartenenti all’antipolitica – li ha fatti sprofondare a un livello adesso molto vicino all’irrilevanza elettorale. La sua ambiguità ideologica è stata un punto di forza quando era fare il pieno di voti, ma è diventata la sua pietra tombale al momento di concretizzare le promesse fatte agli italiani con una politica attiva. L’alleanza con Salvini ha smontato il mito del “grillino di sinistra” per un semplice motivo: l’elettorato ha accolto così bene quell’unione da diventare in gran parte leghista.

Eccolo il paradosso: gli elettori grillini hanno accettato l’avvicinamento alla creatura di Pontida, i decreti sicurezza, i Sì al Tap e alla Tav, i passi indietro sul doppio mandato, aver salvato Salvini da un processo, la disumanità in tema di immigrazione, i condoni edilizi e fiscali. Non hanno però perdonato l’alleanza con il Pd, pur essendo un governo ancora agli albori, che non ha avuto nemmeno il tempo di mettere in cantiere leggi concrete. Questo è indicativo della natura destrorsa già radicata nell’elettorato M5S. D’altronde lo stesso Beppe Grillo già nel 2013 aveva dato il benvenuto ai “ragazzi di CasaPound”, molto prima dell’avvento di Salvini, Luigi Di Maio viene da una formazione missina e il padre di Alessandro Di Battista vive ancora nella nostalgia di “quando c’era Lui”. Anche dopo il battesimo del Conte Bis, il M5S ha mantenuto quell’impostazione, come dimostra l’astensione al Parlamento europeo durante la votazione sui porti aperti. Quello che i “consigliatori di sinistra” – da Pif a Cacciari – non hanno mai capito, è che la definizione che sembra più appropriata del M5S l’hanno data i relatori di Harvard, quando hanno presentato Di Maio come il leader di un “partito populista di destra”.

Zingaretti continua a fare l’errore di auspicare un nuovo centrosinistra insieme al M5S, mentre Di Maio ha sempre evitato di discutere i termini di questa alleanza fuori dall’accordo di governo, a esclusione dell’esperienza umbra. Se il governo è nato si deve esclusivamente alle manovre opportunistiche di Renzi, che infatti si è defilato per dar vita alla sua creatura e tenere in scacco l’esecutivo, avendo i numeri in Parlamento dalla sua. Più che un’entità coesa, abbiamo di fronte un insieme di anime spezzettate, un governo mare e monti che forse poteva funzionare negli anni Ottanta, ma non contro un’estrema destra che più che bussare alla porta è a un passo dallo sfondamento con l’ariete. Ma non c’erano alternative: o governo mare e monti, o al governo tecnico tipo Mario Monti.

Il linguaggio da parlare oggi in politica non può che essere quello del popolo, ma senza puntare per forza sul populismo. Scrollarsi di dosso la polvere dei salotti e tornare nelle fabbriche deve essere necessariamente la prima mossa. Perché l’Italia non è all’improvviso diventata neofascista: gli operai che oggi votano Lega e Meloni sono quelli che vent’anni fa votavano a sinistra; gli imprenditori che supportano Salvini sono gli stessi che hanno portato Renzi al 41% delle Europee del 2014. La trasformazione non è nelle persone, ma nelle loro convenienze. Per questo l’alleanza tra Pd e M5S è stata vista come un tradimento della volontà popolare, mentre il voltafaccia vero – quello di Salvini ad agosto – è stato mistificato fino a diventare ormai un atto di coraggio per suoi seguaci. Perché, per loro, Salvini sa che strada seguire, mentre il Pd e il M5S no.

Salvini e Meloni sono gli unici politici del panorama italiano ad avere un quadro chiaro in testa e un progetto da portare avanti. Per quanto sia orrendo – e lo è –, comunque è un’idea da raccontare agli elettori. Il M5S ha dilapidato ogni credibilità, passando in pochi giorni dalle accuse contro il “partito di Bibbiano” a un’alleanza claudicante in partenza. Credibilità che aveva già iniziato a perdere con la precedente intesa con Salvini. Anche il Pd non ha un progetto a lungo termine, se non quello di resistere tre anni al governo in attesa che “entità esterne” come l’inchiesta sui rapporti con la Russia o i chiarimenti sulla propaganda social di Luca Morisi facciano fuori politicamente l‘avversario.

Il Pd non ha imparato la lezione di un ventennio berlusconiano: agli italiani dei processi e delle malefatte degli avversari non importa nulla. L’estrema destra si può sconfiggere soltanto politicamente, non con l’aiuto della magistratura, soprattutto perchè il Pd sul Russiagate italiano sta imbastendo un’opposizione fiacca, accettando addirittura di mettere un leghista alla guida del Copasir. Anche perché un’eventuale – e improbabile – uscita di scena di Salvini non rappresenterebbe il lasciapassare per una nuova verginità del centrosinistra. Arriverebbero nuovi avversari, Meloni in primis, e rimarrebbero le contraddizioni interne di una coalizione che non ha alcun collante, ma solo divisioni tra le diverse correnti. Unirsi al M5S non ha fatto altro che esacerbare gli umori del popolo e forse l’unica soluzione è quella di raccontare la verità: sì, abbiamo fatto un governo insieme per evitare i “pieni poteri” di Salvini.

Considerare il Conte Bis come un esecutivo di transizione è la condizione necessaria per ripartire. Anche perché Pd e M5S non hanno nessuna strada da percorrere insieme, se non qualche tema legato all’ecologia. Lo stesso Reddito di Cittadinanza, da molti considerato una misura di sinistra, si è rivelato essere puro assistenzialismo. Non è mai partita la fase 2, quella legata al lavoro, ovvero il reale tema di sinistra della legge. È rimasta solo la propaganda elettorale da concretizzare con misure demagogiche e inefficaci che pagheranno le generazioni future. È sul lavoro che il centrosinistra deve concentrarsi, non su Salvini che mangia la Nutella la mattina del terremoto a Catania. Se gli italiani hanno la memoria corta e dimenticano come hanno origine i totalitarismi la colpa è anche di chi non sa spiegarglielo, interessandosi più alle beghe interne di partito che ai problemi irrisolti dell’Italia. Paese che chiede  lavoro e qualche tutela sul suo futuro e non un nuovo, ennesimo partito di centrosinistra concentrato sul suo ombelico.

L’alleanza eterogenea del governo giallorosso ha una data di scadenza inevitabile. Far passare tre anni per inerzia è uno stillicidio, non un progetto politico. Le due forze al governo devono attivarsi per realizzare delle misure economiche e sociali in grado di risollevare un’Italia sempre più divisa e polarizzata. Poi, ognuno vada per la sua strada. Quelli di Pd e M5S sono tragitti diversi, come dimostrano la storia dei singoli partiti e le scelte dell’elettorato. Se poi, nonostante un eventuale lavoro dignitoso, dovesse ugualmente trionfare l’estrema destra alle prossime elezioni nazionali, sarebbe il segnale di un popolo che proverbialmente si merita i rappresentanti che ha. Ovvero gli stessi che nel 2011 hanno portato l’Italia a un passo dal default, ma che sono scaltri nel descrivere realtà che non esistono. È una delle facce della politica e bisogna farsene una ragione, in attesa di un nuovo 1945.

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