Come Renzi è diventato la nuova sponda della destra italiana

Una delle poche tradizioni che la sinistra italiana è riuscita a mantenere vive nel tempo è l’analisi della sconfitta. Se non altro perché ha quasi sempre perso. Il rottamatore della politica italiana, Matteo Renzi, ha deciso negli ultimi mesi di adottare una strategia diametralmente opposta con la rimozione della sconfitta del 4 marzo 2018. Dopo aver orgogliosamente condotto il Partito Democratico al risultato peggiore della sua storia, l’ex leader del centro sinistra ha inaugurato la strategia dei pop-corn per riavvicinarsi all’elettorato deluso, aprendo le porte del governo alla Lega di Matteo Salvini.

Adesso i rapporti tra Italia Viva e l’acerrimo nemico di un tempo, la Lega di Matteo Salvini, migliorano di giorno in giorno. Il 26 maggio la giunta per le immunità del Senato ha deciso di respingere la richiesta dei magistrati palermitani di rinviare a giudizio il leader del Carroccio che lo scorso agosto aveva negato per diversi giorni la possibilità di sbarcare in Italia ai migranti salvati dalla nave della Ong Open Arms. Il rigetto è stato possibile anche grazie ai tre senatori di Italia Viva che hanno deciso di astenersi dal voto. Anche a livello di amministrazioni regionali i due Matteo sembrano andare d’amore e d’accordo. Il 4 maggio il Consiglio della Lombardia ha deciso di salvare l’assessore al Welfare Giulio Gallera bocciando la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni per la sua gestione dell’emergenza Coronavirus. Nonostante gli errori sempre più evidenti, Patrizia Baffi, l’unica rappresentante di Italia Viva nell’assemblea lombarda, ha deciso di non partecipare al voto. Il centrodestra ha poi ricambiato il favore una ventina di giorni dopo, votando la consigliera Baffi come presidente della commissione d’inchiesta del Consiglio regionale della Lombardia proprio per indagare sulla gestione dell’emergenza COVID-19.

Patrizia Baffi

La vicinanza alla destra di Italia Viva si vede anche e soprattutto sulle questioni economiche. L’uomo che è riuscito a rottamare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, impresa che non riuscì neanche a Silvio Berlusconi, è stato l’unico rappresentante della maggioranza a difendere in toto la richiesta di FCA per un prestito di 6,3 miliardi di euro con fondi garantiti dallo Stato. Il prestito ha scatenato un acceso dibattito sull’opportunità di chiedere un finanziamento simile da parte di un gruppo che ha sede fiscale all’estero e che è prossimo a staccare un mega dividendo da 5,5 miliardi di euro in vista della fusione con il gruppo francese PSA. Matteo Renzi, mostrando un’evidente subalternità verso i grandi gruppi industriali, ha difeso la scelta di FCA avallando  senza fiatare anni di investimenti promessi e mai messi in atto sul territorio italiano. A far notare questi aspetti al leader di Italia Viva è stato addirittura Carlo Calenda, che non si è mai distinto per il suo socialismo radicale e rivoluzionario. Su un diverso fronte, la battaglia per la regolarizzazione dei braccianti condotta dalla ministra per le Politiche agricole Teresa Bellanova è certamente un passo in avanti da parte di Italia Viva da accogliere con favore. Tuttavia, i toni trionfalistici utilizzati per l’approvazione della norma dimostrano poi un impianto ideologico che condiziona l’attribuzione di diritti basilari agli ultimi della società solo in base alla loro utilità per il sistema economico, dimenticando ancora una volta sulle migliaia di persone che ancora oggi sono vittime dei Decreti Sicurezza adottati dal governo gialloverde.

Riguardo all’attuale maggioranza di governo, l’uomo che doveva eliminare le piaga delle correnti all’interno del Pd, ha aperto l’ultima stagione congressuale con toni tutt’altro che concilianti dichiarando che “Non vado via, ci rivedremo al congresso e perderete di nuovo”. Non è andata esattamente così. La crisi dello scorso agosto del governo gialloverde ha risvegliato le pulsioni da statista del leader di Italia Viva che si trovava in minoranza nella nuova segreteria del Pd. Mentre tutti si interrogavano sull’opportunità di far nascere un governo con gli avversari più critici degli ultimi anni, Matteo Renzi ha indossato le vesti del padre nobile che si sacrifica sull’altare della responsabilità pur di non concedere pieni poteri al Matteo dei mojito. Subito dopo la nascita dell’esecutivo giallorosso è arrivata però la scissione con la formazione dei gruppi parlamentari di Italia Viva, rendendo evidente l’idea di fondo della nuova formazione. Un governo formato dal M5S e da un Pd con una segreteria ostile al riformismo renziano avrebbe dovuto aprire ai fedelissimi di Renzi delle “praterie” elettorali a destra.

Matteo Renzi non ha voluto fondare un nuovo partito di sinistra e neppure di centrosinistra. Non si tratta di un partito vicino alle istanze dei lavoratori, dei sindacati e, in generale, delle classi sociali più deboli. Italia Viva è un partito di centro che tende verso la destra liberale, differente dalla destra sovranista e conservatrice di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Un partito che non si è ancora reso conto che le ricette riformiste in chiave liberal di Bill Clinton e Tony Blair potevano andare bene due decenni fa, mentre bolla come obsoleta qualsiasi proposta che abbia il vago sentore di socialismo. Non è un caso se a febbraio Italia Viva ha abbandonato il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo per aderire a Renew Europe, il gruppo dei liberali che fa riferimento al movimento politico En Marche di Emmanuel Macron.

Il partito di Matteo Renzi sembra ossessionato da una continua ricerca di visibilità. Il comportamento dei parlamentari di Italia Viva durante il dibattito sulle mozioni di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede racconta bene questa attitudine. Il Senato è stato chiamato a votare su due testi distinti e contrapposti, accomunati soltanto dalla volontà di ottenere le dimissioni del guardasigilli del Movimento 5 Stelle. Da una parte la mozione di sfiducia presentata dalla Lega accusava il ministro di aver contribuito ad allentare il regime carcerario di centinaia di mafiosi e delinquenti e gli rinfacciava la cattiva gestione della rivolta scoppiata in numerose carceri italiane nei primi giorni dell’emergenza sanitaria. Sul fronte opposto, Emma Bonino di +Europa ha denunciato Bonafede per i suoi attacchi costanti all’imparzialità della giustizia, dei diritti degli imputati e dei principi che devono governare il processo penale. Mentre Salvini accusava il ministro di garantire troppo gli imputati e i detenuti, +Europa lamentava la completa assenza di garanzie costituzionali per gli stessi. Italia Viva ha utilizzato questa contrapposizione per tenere sulle spine il governo di cui in teoria fa ancora parte. Fino alla mattina del voto, infatti, i senatori renziani si sono dichiarati indecisi sulla sfiducia a Bonafede, per poi cedere e allinearsi alle altre forze di maggioranza. Il tutto si è concluso con un intervento di Matteo Renzi che, seduto accanto al fedele Pierferdinando Casini, ha ribadito che Italia Viva non ha l’indole dei giustizialisti che siedono al governo, tralasciando che anche il suo partito ne fa parte.

Alfonso Bonafede

Il progetto politico di Matteo Renzi è stato un disegno ambizioso di modernizzazione del Paese che ha sempre avuto come principio cardine il riconoscimento del primato delle ricette neoliberali tanto in ambito economico quanto sociale. Un disegno di modernizzazione che però è fallito il 4 dicembre 2016. Dopo la sconfitta al referendum costituzionale, l’ex segretario del Pd non ha mai mantenuto la promessa di abbandonare la politica e ha cercato in tutti i modi di tornare al centro della scena. Nonostante gli evidenti cambiamenti avvenuti all’interno della società italiana ed europea, i renziani hanno continuato a sostenere l’inconciliabilità tra i diritti sociali e i diritti civili, cercando di giustificare la riduzione dei primi per favorire i secondi. Si tratta di ricette vecchie e sconfitte dalle crisi degli ultimi anni. Abbiamo assistito a una continua rincorsa verso le posizioni della destra, dalla proposta di abolire con un referendum il reddito di cittadinanza alla difesa della linea dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti sugli accordi con la Libia per la gestione dell’immigrazione. Il continuo logoramento del governo, il dialogo con la Lega di Matteo Salvini in regione Lombardia e l’esplicita volontà di raccogliere consensi tra gli elettori di Forza Italia testimoniano la deriva di chi per quattro anni ha ricoperto il ruolo di leader della coalizione di centro-sinistra in Italia. Dalla fine della prima Repubblica, una parte dell’elettorato italiano ha cercato una destra liberale e antifascista. Forse ora ha trovato il suo leader.

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