Il 98% di chi ha il reddito di cittadinanza non ha trovato lavoro. È un fallimento.

È passato quasi un anno dal 28 gennaio 2019, quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto contenente il Reddito di cittadinanza. Il provvedimento è entrato in vigore il giorno dopo, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Il 18 aprile sono quindi state distribuite ai beneficiari le prime tessere con l’importo mensile. Il frasario della politica, dal versante del M5S, ha subito un’evoluzione nei termini e nei toni. Dalle promesse della campagna elettorale si è passati all’enfasi ostentata dai balconi, per poi arrivare alla prudenza del “serve tempo” e “i risultati arriveranno”. L’unica convinzione rimasta e ribadita nel corso degli anni è che “Il Reddito di cittadinanza non è una misura assistenzialistica”. Luigi Di Maio e i suoi compagni di partito l’hanno riproposta a ogni intervista, comizio o question time in Parlamento.

Adesso, nel dicembre 2019, possiamo dire senza remore che i timori iniziali si sono avverati: Il Reddito di cittadinanza è una misura assistenzialistica.

La sua applicazione sembrava sgangherata già dall’inizio e realizzata in fretta soltanto per mantenere la promessa che più di tutte le altre ha portato il M5S al 34% dei consensi e al governo, ma era giusto attendere qualche mese per dare un giudizio concreto, basato sui numeri. Promessa mantenuta a metà: la platea dei beneficiari è stata drasticamente ridotta e, soprattutto, le coperture annunciate non sono poi state messe a bilancio, costringendo il governo a operare in deficit. Gli interrogativi riguardavano principalmente la capacità di indirizzare il Reddito verso l’elemosina pura o nella categoria workfare (work for welfare): il lavoro, appunto. La ricetta di Di Maio era: “Non darò un solo euro a una persona che vorrà stare sul divano senza fare nulla. Con il Reddito di cittadinanza facciamo un patto: vai nel centro per l’impiego, dove ti impegni per 8 ore a settimana nei lavori utili e intanto ti devi formare per un lavoro. Passi la giornata così, poi ti faccio tre proposte di lavoro”. Adesso quelle parole fanno quasi sorridere, considerando che sui centri per l’impiego e la questione navigator ci sono stati ritardi, errori e confusione, la cosiddetta formazione è un’utopia e le tre proposte di lavoro non ci sono.

Un minimo di lucidità imponeva di partire con una coordinazione tra tutte le parti della manovra (distribuzione dei soldi, nuova organizzazione dei centri per l’impiego e proposte di lavoro). Invece è stato necessario frammentare la misura in due fasi: nella prima sono state elargite ingenti somme di denaro senza attivare gli strumenti per poter arrivare a quel “work for” su cui si è sempre basato il RdC, mentre nella seconda si è tentato di dare un senso alla figura dei navigator, ma i dati sul lavoro sono allarmanti. L’Anpal (Agenzia nazionale politiche attive lavoro) ha comunicato che, su oltre 700mila beneficiari del RdC, sono state convocate ai centri d’impiego soltanto 200mila persone. L’aspetto preoccupante è che di questi 200mila soltanto 18mila hanno trovato un’occupazione e quasi tutti in modo indipendente, senza seguire l’iter dei navigator (che sono 3mila in tutta Italia). Inoltre, i due terzi di queste 18mila assunzioni sono a tempo determinato. In poche parole, la Fase 2 è partita con colpevole ritardo e non sta funzionando.

Quello che i numeri dicono è semplice: abbiamo più di 680mila persone che ricevono il RdC senza lavorare, e non è colpa loro. Si è molto parlato dei furbetti all’italiana, dei lavoratori in nero che riscuotono il RdC, di quelli che sono stati beccati e di chi continua a farla franca, ma il problema riguarda chi invece è in regola e non può accedere al mondo del lavoro perché non ha un’adeguata formazione. Molti beneficiari, infatti, non sono impiegabili perché non sono scolarizzati e non hanno specializzazioni. Per questo motivo era necessario intervenire sulla formazione prima ancora che sulle promesse di un lavoro. Al Sud la situazione è ancor più drammatica: circa l’80% dei beneficiari sopra i 30 anni non ha completato l’obbligo scolastico e di conseguenza le aziende non sono incentivate ad assumere personale non qualificato. La beffa è doppia, perché alle ultime elezioni nazionali il M5S ha trionfato proprio al Sud, trainato dalla promessa del RdC. Una volta messe in luce le falle della misura del M5S, i meridionali hanno progressivamente abbandonato i pentastellati, come dimostrano i risultati delle elezioni europee e regionali. Crollando la misura cardine, sta franando tutto il castello dei grillini.

Per non parlare delle irregolarità: nei primi 6mesi del 2019, la Guardia di Finanza ha svolto oltre 23mila interventi in materia di prestazioni sociali agevolate e ticket sanitari. Di questi, il 53% del totale si sono rivelati irregolari con un totale di 11.779 persone segnalate alle autorità.

Le conferme del fallimento del RdC arrivano anche dalla Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) che in un rapporto presentato alla Camera a novembre definisce “Scarso se non nullo, al momento, l’impatto del Reddito di cittadinanza sul mercato del lavoro”. D’altronde già nella Nota di aggiornamento al Def è stata confermata l’assenza di effetti sul mercato del lavoro in seguito al RdC. Sempre nel rapporto della Svimez viene specificato un aspetto deleterio soprattutto a livello sociale: “Sembra che il Reddito di cittadinanza stia allontanando dal mercato del lavoro anziché richiamare persone in cerca di occupazione”. I dati parlano chiaro e non si può negare il fallimento della misura. Allo stesso tempo è necessario comprendere i motivi che hanno portato a questa sequenza di errori politici e strutturali, che non riguardano soltanto il M5S.

La Lega è adesso tra i più acerrimi detrattori del RdC. Salvini ha intonato il de profundis sulla misura elencando quelli che considera i peggiori difetti: non permette le assunzioni, favorisce il lavoro nero e viene dato anche agli ex brigatisti. Il leader leghista non spicca di certo per coerenza e onestà intellettuale, ma questa giravolta appare addirittura grossolana, considerando che il RdC è entrato il vigore sotto il suo governo, quando era vicepremier e padrone di fatto dell’esecutivo. È dunque una misura che porta anche il suo volto, così come i vergognosi decreti sicurezza portano anche quello dei grillini. Anche il Pd non è immune da colpe, considerando che adesso si trova nella stessa situazione un tempo occupata dalla Lega e che è costretta ad accettare il RdC tappandosi il naso. Durante il governo Conte 1, il Pd dai banchi dell’opposizione criticava aspramente la misura, mentre adesso sa che negli equilibri di un esecutivo è necessario scendere a compromessi. Il risultato è che, anche se si sta rivelando un flop, il Reddito di cittadinanza non si può toccare. Un altro errore del centrosinistra è stato quello di scegliere il bersaglio sbagliato per criticare il RdC: invece di entrare nei dettagli e analizzare le pecche di una misura raffazzonata, pensata male e realizzata peggio, ha fatto ironia sui beneficiari. “Divanari” e “una vita in vacanza” non sono termini da usare per quello che un tempo era il suo target elettorale (e questo è uno dei motivi per cui l’ha perso). Anche perché alla base del RdC ci sono idee vagamente socialiste, un terreno su cui il centrosinistra dovrebbe perlomeno metter piede per programmare una nuova stagione politica. Il problema è che il RdC proposto dal M5S non ha nulla di socialista, dato che non incide sul lavoro e risulta parente stretto di un assistenzialismo clientelare, specialmente al Sud.

Per quanto tempo ci verrà ancora ripetuto il ritornello “serve tempo”, non è dato sapersi. Se una misura non funziona va rivista, a maggior ragione se costa ai cittadini circa 6 miliardi di euro l’anno (inizialmente il M5S aveva promesso di usarne ben 16). Il Pd non troverà mai il coraggio di andare contro l’alleato di governo proprio sulla sua proposta-manifesto, quindi lo stallo è inevitabile. Si continuerà a distribuire soldi a persone non occupabili senza garantire loro un’adeguata formazione, mentre il mondo del lavoro non invertirà la sua fase di declino. Adesso almeno abbiamo le cifre ufficiali per smentire anni di deliri verbali a cinque stelle. Magrissima consolazione, quando il Paese è allo sbando.

Foto in copertina di Antonio Masiello

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